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04/07/22 ore

Giustizia: ci sono anche i referendum ma nessuno lo deve sapere! Conversazione di Giuseppe Rippa con Luigi O. Rintallo (Video e testo)



Il direttore di Quaderni Radicali e Agenzia Radicale Giuseppe Rippa, in questa conversazione con Luigi Oreste Rintallo, rileva come i referendum sulla giustizia siano sottoposti a una censura da parte del sistema informativo.

 

Nonostante proprio in questi giorni l’attività parlamentare sia centrata sulla proposta di riforma del CSM avanzata dal Guardasigilli Marta Cartabia, giornali e tv evitano accuratamente di ricordare il prossimo appuntamento del 12 giugno che chiama gli elettori a pronunciarsi sui temi della giustizia.

 

 

Eppure l’impasse in cui si è arenata la proposta ministeriale, a causa dei veti tattici dei vari partiti oltre che dal muro di rifiuto a ogni cambiamento da parte della magistratura associata, dimostra che i referendum offrono una eccezionale opportunità per promuovere una presa di coscienza collettiva sulla crisi vissuta dalla giustizia in Italia.

 

Come accaduto in passato, anche questi referendum travalicano le questioni di merito per rivestire una rilevanza politica e sociale, dal momento che possono favorire un processo più generale di fuoriuscita dalle degenerazioni subite dal nostro Stato di diritto e inaugurare una rinnovata stagione nel segno della sconfitta delle spinte restaurative e costruire le premesse per il rilancio di una politica di riforme e partecipazione democratica.

 


 

- Giustizia: ci sono anche i referendum ma nessuno lo deve sapere! Conversazione di Giuseppe Rippa con Luigi O. Rintallo (Agenzia Radicale Video)

 

 

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Giustizia: ci sono anche i referendum ma nessuno lo deve sapere!

Conversazione di Giuseppe Rippa con Luigi O. Rintallo 

 

(Testo sbobinato)

 

 

Luigi O. Rintallo - La questione giustizia è tornata a comparire nelle cronache giornalistiche, attraverso il dibattito sulla riforma del CSM predisposta dal Guardasigilli Marta Cartabia, che sta trovando una serie di difficoltà a giungere a conclusione almeno in sede di commissione parlamentare. C’è una situazione di contrasto che riguarda i partiti di maggioranza, che appare per alcuni versi anche contraddittoria e con aspetti non del tutto limpidi. Vi è una certa opacità nei comportamenti dei vari soggetti politici. Ad esempio, registriamo l’opposizione di Italia Viva di Renzi che sembra preoccupata più del prossimo Consiglio Superiore della Magistratura, che non dei problemi inerenti la riforma del sistema di voto per eleggerlo. Altrettanto anomala la  posizione della Lega, che sembra propensa ad assecondare le posizioni del Ministro. Sono situazioni un po’ strane a livello parlamentare, ma quello che emerge con più evidenza è l’atteggiamento dell’informazione che parla di questa riforma come se fosse del tutto sostitutiva dei temi referendari, mentre invece così non è perché essa riguarda solo il sistema di voto del CSM e qualche modalità di gestione delle carriere dei magistrati. 

 

I cinque referendum approvati dalla Corte costituzionale non riguardano soltanto questo, ma anche altro come il Decreto Severino, la custodia cautelare o ancora il reclutamento dei magistrati e la separazione delle carriere fra giudici e inquirenti. Come spiegare questo atteggiamento censorio verso i referendum, che sono tuttavia la strada più immediata per porre al centro del dibattito pubblico la questione giustizia, visto che appunto il dibattito parlamentare è chiaramente in una situazione di impasse a seguito delle controspinte e delle reazioni tanto dei vari partiti, quanto della corporazione dei magistrati che ha fatto muro contro ogni minima ipotesi di cambiamento?

 

Giuseppe Rippa - Nessuno, nel mondo dell’informazione, sulla questione giustizia, una volta illuminata perché in Parlamento si discute della riforma del CSM presentata dal ministro Marta Cartabia, ha dato informazione che l’agenda politica della giustizia è sì segnata dalla proposta presentata ma che la stessa agenda presenta anche i cinque referendum che dovranno essere votati il 12 giugno. Questo è proprio tipico del modello culturale italiano: la gente non deve sapere che c’è anche la prospettiva del referendum. Il referendum è contro il Parlamento? Tutt’altro. Il Parlamento fa il suo percorso e ha la sua autonomia ma registriamo, proprio attraverso quella cronaca che difetta di dire che ci sono anche i referendum, che abbiamo un Parlamento bloccato da una serie di veti contrapposti, nutriti anche dalle prese di posizioni di quasi tutte le correnti della magistratura associata. 

 

Non è chiaro se il tutto sia finalizzato alla riforma del CSM, ma pare sia proprio questo, ed ecco dunque come il nodo centrale diventa il fatto del perché il cittadino non venga messo in condizione di sapere che questo immobilismo parlamentare si nutre di molte cose. Si nutre della posizione restaurativa del Partito Democratico; si nutre del modello informativo che parte dalla RAI, ma ha invaso l’intero sistema televisivo che di fatto è egemone nella rappresentazione dell’informazione, visto che i giornali sono pressoché morti e i loro direttori devono andare in tv per dire che sono ancora vivi, mentre del web si può dire che funziona a rimorchio del sistema televisivo.

 

Di fatto c’è un preciso schema: il referendum deve scomparire dalla percezione collettiva, in modo tale che si raggiunga l’obiettivo di non consentire che ci sia il quorum della metà più uno degli elettori. C’è stato perfino qualche direttore di testata che, pur manifestando una sorta di attenzione, ha già sentenziato che tanto si sa che il quorum non si raggiunge. In realtà ha così boicottato la dialettica democratica, ma è caratteristico del sistema informativo nel suo insieme. Abbiamo a più riprese detto che un’impostazione di regime, sostanzialmente privo dello Stato di diritto e di garanzie proprie della democrazia, si muove all’interno di un’azione molto precisa: far fuori tutti i luoghi in cui si consuma il dibattito pubblico reale. 

 

Noi partiamo da un dato di fatto: il Presidente della Repubblica, nel giorno in cui è stato reinvestito del rinnovo del suo incarico di garante del Paese, ha sottolineato come sia urgente fare la riforma della giustizia, per restituire credibilità al ruolo della magistratura, la quale – pur incrinata – è pur sempre un caposaldo dello Stato democratico senza il quale lo Stato democratico va a farsi benedire. Il capo dello Stato ha anche ribadito che bisogna dare fiducia e rifornire un supporto importante di credibilità, per abbattere la diffidenza presente nell’opinione pubblica. Quindi le mosse per occultare i referendum sono mosse mirate a rendere immobile la situazione, tutto il contrario dell’auspicio del Presidente.

 

È paradossale che, mentre è in corso in commissione parlamentare la discussione sui provvedimenti relativi alla giustizia, nessuno dica che l’agenda politica ha su questo tema anche i referendum. Che non sono un’azione eversiva, in quanto sono al contrario dentro la Costituzione e servono a rifornire di contenuti democratici il confronto al riguardo. I referendum allargano il perimetro delle persone coinvolte, affinché si fuoriesca da questa paralisi che si traduce poi nella contro-produttività del servizio giustizia. Una contro-produttività che è dannosa non soltanto per la giustizia in sé, ma per tutto il sistema di equilibri democratici, economici, sociali e politici del Paese. Viene dunque illuminata una situazione precisa: abbiamo un sistema informativo anti-democratico, che non si fa carico neanche di quel minimo di lealtà per cui si riconosca il fatto che ci sono dei referendum con un più ampio spettro di visione rispetto a quello di cui si sta occupando la riforma del CSM.

 

I dati di fatto sono, pertanto, i seguenti. Vi è un chiaro disegno restaurativo; si sono insediati i referendum che sono di estremo fastidio per i fautori di tale disegno. Sono un fastidio per i partiti come il PD o quelli di Centrodestra, sono un fastidio per il meccanismo di anomala crescita extra-costituzionale di quei soggetti corporativi, i quali hanno fissato la propria visione di appartenenza dismettendo il ruolo sacro che la Costituzione attribuisce alla terzietà del giudice e alla sua autorevolezza, fonti di certezza per uno Stato democratico. A questo punto, allora, dobbiamo sviluppare una riflessione precisa: dobbiamo assolutamente battere questo tentativo di ostracismo, che definirei delinquenziale, allo scopo di scongiurare un immobilismo che non ci inventiamo noi ma è quanto emerge dal confronto in aula sulle proposte di intervento avanzate dal ministro. 

 

I referendum servono a far sgorgare il dibattito su un luogo che consenta l’avvio dell’azione riformatrice. Il Parlamento è paralizzato, ma resta la fonte produttrice di azione legislativa. È un Parlamento che deve avere il supporto degli interessi della pubblica opinione e i referendum hanno proprio questa funzione. Siccome il sistema informativo ha per sua natura la difesa del potere costituito e prova enorme fastidio per l’opinione dei cittadini, che considera sempre “popolo bue”, ecco che esso infarcisce diecimila interpretazioni tutte iscritte all’interno di uno stesso processo di dis-informazione. 

 

La scadenza referendaria è quindi essenziale per lo sviluppo democratico del Paese. Lo dico anche leggendola in una chiave di sinistra laica, liberale, socialista e radicale. È infatti evidente che, se il referendum si realizza e il quorum va in porto, pur non risolvendo tutti i problemi della giustizia, contribuisce a inquadrarla nella traiettoria del ripristino dello Stato di diritto. E al tempo stesso si crea la pre-piattaforma di un nuovo schieramento politico – appunto laico, liberale e riformatore – che diventa l’ingrediente essenziale per trarre fuori dal pantano le nostre istituzioni. Si aprirebbe quindi un disegno di ampio spettro, che viene combattuto dagli attori del sistema informativo che agiscono in favore della restaurazione e dell’immobilismo, figli del regime nel quale ci troviamo a vivere.

 

L.O.R. - L’immobilismo parlamentare è determinato da una volontà di restaurazione, che impedisce qualsiasi ipotesi di cambiamento o di riforma. Come hai appena rilevato, un ruolo decisivo in quest’opera di blocco è rivestito dall’informazione. La lealtà dell’informazione verso i suoi specifici compiti in una democrazia è venuta meno. È accaduto ormai da tempo e questo perché i soggetti dell’informazione dipendono da forze che non ne garantiscono l’autonomia, per cui di conseguenza essi rispondono a tutt’altri criteri. Di qui la censura verso i temi referendari che riguardano la giustizia, che pure sono centrali per la società nel suo insieme. C’è una divaricazione fra un’informazione che dovrebbe essere veicolo utile al nutrimento della democrazia e, invece, il proposito che sta perseguendo in questa occasione che va nel senso di un soffocamento della democrazia. È un passaggio estremamente problematico che stiamo vivendo, perché a causa di ciò rischiamo che tutto il processo che porta alla realizzazione del referendum venga di fatto sabotato.

 

G.R. - Un regime che prima era partitocratico e che ora vive dei residui di quella partitocrazia e di tutte quelle accumulazioni corporative, facenti capo al medesimo scenario in cui il regime si colloca, ha nel sistema informativo il suo principale caposaldo. Tant’è che in tempi non sospetti, i radicali sostenevano che la segreteria politica del regime risiedeva nella RAI e lo si vede anche oggi, con gli scontri brutali che avvengono in occasione delle nomine ai vari incarichi. È lì che si realizza la democrazia fittizia che ci sta consumando. Il sistema televisivo generalista è centrale, mentre la carta stampata perde quota e il web si mantiene nella genericità, nella formazione del processo di percezione. 

 

Anche qualora la riforma Cartabia passasse non offuscherebbe i referendum, che riguardano un ventaglio di problemi più ampio della giustizia. Per questo motivo, sono vissuti come un rischio enorme per il modello culturale del regime. Improvvisamente fanno emergere una domanda politica che esprime contenuti politico-culturali capaci di dar forza a uno schieramento che è stato assassinato dal processo anti-democratico impostosi a partire da Mani pulite e che è espressione di tutti quegli ingredienti – ripeto: laici, liberali, socialisti e radicali – che sono nutrimento essenziale del gioco democratico. Ma siccome il gioco democratico è sostituito dalla democrazia fittizia, ecco che il sistema informativo asservito fa di tutto per creare ostacoli a questa prospettiva.

 

A questo deve aggiungersi che, nel gioco dei pesi e contrappesi istituzionali, un soggetto della Costituzione quale la magistratura da ordine è diventato un potere con la forza di andare a contrastare gli altri poteri, incidendo quindi sul processo formativo della classe dirigente, sul processo formativo dell’agenda politica nonché sugli assetti economici. Un potere che è stato legittimato da scellerate scelte dei soggetti politici, soprattutto a sinistre, operate in chiave autoritaria e centralistica, oltre che corporativa. La magistratura è divenuta così soggetto egemone, che in qualche misura si è impossessato di un dominio extra-costituzionale, non nella sua genericità dei singoli magistrati che ne fanno parte, ma nel cappello politico formato dagli elementi politicamente più determinati al suo interno.

 

Dentro questo schema, il gioco dell’informazione – nella misura in cui è completamente deprivato della sua deontologia professionale, che dovrebbe indirizzare il flusso naturale della dialettica democratica, lo spazio di praticabilità in cui si determina in modo democratico il conflitto, iscritto all’interno delle regole certe del gioco istituzionale – si muove nel senso di occultare i referendum sulla giustizia. Assassinano i referendum per lasciare aperto il varco a sbocchi emergenziali, che sono gli unici che possono meglio egemonizzare per creare paura. In realtà, il loro obiettivo è paralizzare un autentico processo di crescita della democrazia in senso anche responsabile.

 

Qui è il punto di passaggio essenziale: la giustizia, uno dei capisaldi essenziali della democrazia e dello  Stato, è in crisi e lo dice il Capo dello Stato, quando annuncia l’immediatezza del compimento di un’azione riformatrice, perché bisogna corrispondere – uso le sue parole – all’esigenza di efficienza e di credibilità e bisogna evitare che ci siano logiche di appartenenza. Allora il gioco delle correnti interne alla magistratura è in netta contrapposizione a questo dettato del Capo dello Stato. 

 

I referendum consentono di riformulare il processo democratico dentro l’alveo della Costituzione, e non certo in chiave di contrapposizione alla magistratura nel suo complesso. Ma all’inverso proprio perché abbiamo bisogno disperato della magistratura, che sia terzietà e sia un ordine garante dello Stato democratico. Questi elementi relativi alla crisi della giustizia si sono generati con grave danno non solo della magistratura, ma dello Stato democratico di cui la magistratura – ripeto – è un caposaldo essenziale e guai a toccarlo nella sua funzione di garante delle regole del gioco. 

 

Nel momento in cui si manifestano polemiche dentro il Parlamento sulla riforma, si fa di tutto per nascondere che nell’agenda giustizia ci sono anche i referendum del prossimo 12 giugno. Guai a farlo sapere. Nel gioco della democrazia fittizia, può pure esserci questo “incidente” dei referendum, ma bisogna annacquarlo, spegnerlo sul nascere dicendo che comunque non ci sarà il quorum, in modo che gli equilibri di potere rimangano circoscritti a pochi attori. Alla fine, su 55 milioni di abitanti, sono  in tutto ventimila persone che tengono in mano il bastone del comando: le si può configurare a livello istituzionale, accademico, informativo, finanziario o associativo.

 

Si tratta di un processo che è stato introdotto come un elemento strutturale della democrazia fittizia nel nostro Paese e ogni qualvolta si apre un varco, come stavolta su un terreno così delicato come la giustizia, immediatamente intervengono e non hanno altra arma se non impedire che il cittadino possa dire qualcosa sul fatto che stanno dandosele di santa ragione e non danno risposta al dramma della giustizia. Quello stesso dramma che non ci consente di allinearci agli standard europei, visto che siamo stati sistematicamente accusati dall’Europa di essere fuori dall’alveo dello Stato di diritto. 

 

Si apre uno scontro che è epocale. È uno scontro dialettico, nel quale la partita col sistema informativo va giocata a 360 gradi e va giocata tenendo conto delle diffidenze presenti nelle corporazioni. Vogliamo parlare, ad esempio, della corporazione degli avvocati? Gli avvocati sono anch’essi poco propensi a sostenere i referendum e farne un caposaldo, perché sono anch’essi attori del quadro corporativo. In parte hanno anche paura, perché non vogliono inimicarsi nei vari fori i magistrati. Ma è sbagliato, perché dobbiamo rendere protagonisti i magistrati: la domanda che viene da larga parte di loro è affinché ci si svincoli da questo vero e proprio cappio stretto dalla minoranza politicizzata della magistratura. Minoranza che adesso sta reagendo abbastanza violentemente contro la riforma Cartabia. Riforma che, anche qualora dovesse passare (ma è improbabile), non risolve assolutamente la questione giustizia.

 

Anche i referendum non la risolvono in toto, ma hanno il merito di portare a un gradiente del 70-80% la pre-condizione per realizzare l’avvio di una riforma reale e complessiva, che riequilibri i caratteri costituzionali e ridia la forma a cui i padri costituenti avevano affidato la speranza di rinascita del Paese.

 

L.O.R. - Sui referendum si gioca la partita per ripristinare lo Stato di diritto in Italia. Perciò meraviglia e sconforta l’opposizione pregiudiziale da parte della magistratura associata. Non viene compreso che proprio attraverso i referendum si rafforza il valore dell’indipendenza dei magistrati. La loro indipendenza si esercita davvero soltanto laddove esiste lo Stato di diritto. Invece laddove prevalgono logiche emergenziali o altre deviazioni dallo Stato di diritto, l’indipendenza dei magistrati è compromessa. È compromessa dall’influenza dell’associazionismo correntizio e dai condizionamenti politici che pure ci sono. Di conseguenza ci si aspetterebbe dai magistrati l’adesione ai referendum, addirittura dovrebbero essi stessi individuare nei referendum l’unica strada che consentirebbe loro di riacquistare quel prestigio e quell’indipendenza che in questi anni sono stati lesionati da un’azione che si è mossa in modo deviato…

 

G.R. - Concludiamo proprio su questo. Affermo che larga parte della magistratura, in parte per sottrarsi ai problemi e in parte perché ha subito il ritmo di un’agenda fissata dai suoi nuclei politicizzati che hanno eterodiretto l’azione della magistratura, ha preso coscienza di aver perso quel ruolo sacro che la Costituzione le attribuiva quale ordine super partes. 

 

Le reazioni contrarie alla riforma, che sono anche amplificate dal sistema informativo, rendono difficile che ci sia un dibattito in cui tutti i magistrati intervengono. C’è un dibattito che riguarda sempre i soliti esponenti politicizzati della magistratura e che sono anche la causa della perdita di prestigio. Ma quel prestigio non è un fatto che riguarda solo la magistratura, ma riguarda lo Stato democratico: abbiamo bisogno come il pane e l’acqua del prestigio della magistratura. Lo Stato democratico ne ha fame e sete, in quanto principale presidio a sua difesa. Un presidio che il Presidente della Repubblica fissava, col suo discorso, nella coscienza dei cittadini e questo sentimento è stato fortemente indebolito. Ecco perché quella dei referendum è un’occasione che chiude il cerchio: la giustizia è presidio di democrazia; il suo declino è derivato dalla dialettica fasulla costruita dentro la magistratura attorno a un piccolo nucleo politicizzato, che ha deviato la situazione; c’è infine l’urgenza, da parte dei cittadini, di riconsegnare disperatamente alla magistratura la sua funzione di garanzia democratica. 

 

Questo sentimento, per il modo in cui sta prendendo forma il confronto sui referendum, rischia di essere nuovamente affossato. Con un grave danno, una frattura insanabile tra le speranze di cambiamento e l’esigenza di ricomporre almeno la pre-condizione per alimentarle. Né va trascurato l’aspetto politico che ho sopra richiamato e che in conclusione voglio tornare a sottolineare: se si apre il varco referendario, leggendolo anche da sinistra, servirà ad abbattere l’azione restaurativa del PD e si darà spazio a un nuovo schieramento di quelle forze che sono state assassinate proprio dalle logiche corporative ed etero-dirette, che hanno visto parte della magistratura protagonista. 

 

Si riaprirà quindi la prospettiva di uscire dalla crisi profonda in cui l’Italia si trova, in una chiave che non delega a soggetti finanziari, autoritari o centralistici ma si affida alla coscienza collettiva in termini di responsabilità. I referendum vanno allora proposti all’attenzione pubblica nella loro formula più ampia, di merito sulla riforma della giustizia e anche di apertura di una rinnovata dialettica democratica. Per questo l’azione censoria del sistema informativo va denunciato, a causa della sua compromissione e sottomissione a poteri centralistici e verticistici, i quali non vogliono cambiar nulla perché intendono mantenere intatto il loro potere e possono al massimo cooptare qualche corporazione in ascesa per poi corroderla completamente e consegnarla alla vacuità assoluta. 

 

Quella dei referendum è dunque una partita democratica drammatica, ma assolutamente importante nel tempo che viviamo: se pensiamo al dramma del Covid e alla tragedia dell’aggressione russa in Ucraina, si comprende bene che lo Stato di diritto – italiano, europeo e mondiale – è l’unica condizione con la quale si esce dai conflitti non attraverso l’aggressione, ma attraverso la capacità di affrontare i conflitti che pure ci sono tra individui e individui, tra individui e istituzioni, per portarli sul terreno di regole del gioco certe. È quello che la politica radicale cerca di fare disperatamente da anni e che è la cosa che maggiormente infastidisce ai pochi attori che detengono in mano le leve del potere.

 

 


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