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15/04/21 ore

La scomparsa di Emanuele Macaluso



Molte volte, come redazione di «Quaderni Radicali», ci siamo confrontati con Emanuele Macaluso e quasi sempre in una condivisione di fondo delle analisi e dei giudizi. Nell’ora della sua scomparsa, avvenuta ieri notte al Gemelli di Roma, ritornano alla mente i suoi interventi, ricordiamo la voce delle tante interviste telefoniche o lo sguardo sempre vigile, rivelatore della sua acutezza e prontezza nel cogliere l’essenziale delle questioni politiche.

 

Macaluso è stato, insomma, un interlocutore importante per il dibattito pubblico e se ne sentirà la mancanza specie nella situazione attuale. 

 

Esponente di spicco del PCI, direttore de «l’Unità» negli anni ’80, nella stagione post-89 dalle pagine della rivista «Le Ragioni del Socialismo» cercò di rappresentare l’anima riformista della sinistra.

 

La nascita del PD lo trovò scettico, rilevando la natura artefatta di quella confluenza fra ex (cattolici di sinistra e Pds) ben lontani dal far propri i metodi liberali e di vivere il dramma vitale che contraddistingue la dialettica democratica.

 

Attento interprete del confronto fra partiti, Macaluso ha dedicato uno sforzo generoso per contrastare il giustizialismo, vera tabe della sinistra italiana che egli ben comprendeva essere il motivo principale della sua involuzione.

 

Qui di seguito pubblichiamo uno degli ultimi articoli usciti sulla nostra rivista e un suo intervento alla presentazione del libro di Giuseppe Rippa con Luigi O. Rintallo “Alle frontiere della libertà - Come reagire alla società delle conseguenze” (Rubbettino Editore)

 

 

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Invertire la rotta, riattivando la politica

 

intervista a Emanuele Macaluso

 

 

Crede che il dibattito in corso nel Partito Democratico, alla vigilia dell’elezione del nuovo segretario, sia adeguato allo stato della politica nel nostro Paese e in questo tempo, così denso di complessità? La sensazione è che si sia manifestata una grave insufficienza di questo partito, che pure rappresenta per certi versi l’estrema propaggine in grado di contrastare una deriva all’insegna dell’anti-politica…

 

Non ho aderito al Partito Democratico e anzi, quando è nato, pubblicai un pamphlet intitolato Capolinea in cui spiegavo le ragioni per le quali questo partito è nato e poi ha continuato ad essere senza un suo specifico  asse politico-culturale. La fusione a freddo fra Margherita e Ds si realizzò senza partecipazione reale; del resto Eugenio Scalfari nell’editoriale su «la Repubblica» descriveva quelle due formazioni come giunte al capolinea e quindi dava per obbligata la loro confluenza. Quando titolai Al capolinea il mio saggio, era appunto per questo: senza un concorso emotivo, politico e di massa quelle due forze restavano appunto al capolinea.

 

L’assenza di un asse politico e culturale nel PD non è riconducibile soltanto alla trasformazione avutasi con la segreteria di Renzi. Era evidente sin dall’inizio, con Veltroni e poi con Bersani. C’erano solo riferimenti generici, ma privi di una cultura politica. In queste condizioni, un partito non nasce ma soprattutto non può crescere. 

 

La stessa adesione al Partito Socialista Europeo, realizzata sotto Renzi, è stata puramente formale perché non si può certo dire che il PD sia un partito socialista. Né tanto meno conserva i caratteri del cattolicesimo democratico, propri dei partiti popolari o cristiani. È un partito rimasto a mezza strada, che oscilla sia nelle alleanze (o nelle non-alleanze) e sia nell’affrontare le questioni politiche e di valori. Da questo punto di vista, ritengo che questa sua intrinseca debolezza si sia riflessa anche sul piano internazionale tanto più che lo stesso Partito Socialista Europeo vive una profonda crisi. Tuttavia mentre, ad esempio, nel  Labour inglese vi è un dibattito interno anche vivace fra chi – come Corbyn – guarda più a sinistra e chi vorrebbe continuare nella linea blairiana, in Italia questo non avviene.

 

Avendo un consenso attorno al 30 per cento, certamente il PD riveste un ruolo consistente anche nel confronto internazionale, ma questo ruolo non riesce ad esprimere alcunché proprio a causa della mancanza di un asse politico-culturale di riferimento.

 

Oggi abbiamo questo congresso, che in realtà un congresso non è. Gli altri partiti socialisti fanno i congressi, con mozioni, con una maggioranza e una minoranza,  che elaborano una linea da sottoporre poi agli iscritti. Sono congressi ai quali partecipano centinaia di delegati, che durano due-tre giorni nei quali si dibattono le mozioni e poi si procede alle votazioni. Da noi non è così: c’è un processo farraginoso nel quale chi si candida alla segreteria presenta la sua mozione agli iscritti e, se supera il 5 per cento, può partecipare alla campagna per le primarie. Quindi tutto si incentra su queste ultime, ma non c’è più una sede, un luogo dove si possa esercitare davvero il confronto, che pure poteva rivelare anche qualche interesse. Purtroppo si tratta di un confronto che non avrà un esito congressuale, ma si concluderà con la votazione del 30 aprile ai gazebo dove potranno votare non solo gli iscritti ma tutti gli elettori…

 

Solo che gli elettori non sono riconoscibili…

 

Per l’appunto. Andranno a votare tutti quelli che vorranno. Pagando due euro, potranno votare per scegliere il segretario del PD. Sul «Corriere» ho letto che il sindaco di Nardò, paese della Puglia, esponente del centrodestra, fa campagna elettorale a favore di Michele Emiliano che è presidente della sua regione. Ognuno si trova i clienti che ha, forse questo sindaco è stato beneficiato dai provvedimenti presi in regione e quindi ora si spende in favore di Emiliano alle primarie…  Che consistenza politica può avere un partito che fa questo tipo di dibattito? 

 

Per non parlare poi della cosa inaudita di un magistrato, tuttora in organico, che vuol fare il segretario di partito.  E che  dice di volersi alleare con i grillini, i quali da parte loro mandano a dire di mettersi il cuore in pace perché con lui o con il PD non vogliono avere nulla a che fare. Insomma, qualcosa di incredibile…

 

Poi c’è Renzi, che è già uscito primo nelle consultazioni dei circoli, ma che non dice assolutamente nulla sul futuro. Anche perché dal momento che non c’è una legge elettorale, con tutti che pensano si vada al proporzionale e che, quindi, saranno per forza necessarie delle alleanze per governare, tacendo si riserva di fare quello che riterrà opportuno e vantaggioso per lui senza proporlo prima al suo popolo. Almeno Orlando, questo lo fa perché innanzi tutto dichiara che intende candidarsi solo alla segreteria e distingue fra incarichi istituzionali e di partito…

 

Va detto che altrove il leader di partito coincide anche con il candidato alla premiership del governo, anche se riconosco che nel nostro caso ciò può comportare una sorta di depistaggio fuorviante…

 

Ma sì, perché non si può fare una competizione tra gli iscritti di un partito e poi, una volta vinto, riciclarsi come candidato alla guida del governo del Paese intero. Non è serio. Né va trascurato che nella tradizione italiana, il segretario del partito è cosa diversa dal premier.

 

Comunque, Orlando ha precisato che il PD dovrà allearsi solo con le forze che si riconoscono a pieno nel centrosinistra, in questo concordando con la linea espressa anche da Giuliano Pisapia. Certo la situazione politica italiana è confusa, vive un degrado che il grillismo contribuisce ad accrescere.  Da una parte, siamo di fronte a una debolezza della destra, perché credo che l’Italia abbia davvero bisogno di una destra costituzionale così da sottrarre spazio a un leghismo anti-europeista e nemico di valori importanti della nostra Costituzione. E dall’altra parte, si avverte il bisogno di una sinistra chiara, consistente che si richiami ai suoi valori, riportati ovviamente al nostro tempo. Non si tratta di ripetere quello che è già stato, ma di costruire qualcosa di nuovo con i piedi nella storia perché la storia non si cancella e condiziona poi i popoli.

 

La mancanza di un asse politico-culturale nel PD si è manifestata anche nella vacuità dei contenuti emersi in queste settimane, durante la campagna per le primarie. Si evitano di affrontare le ragioni profonde della crisi europea  come pure di quella italiana, attraversata – come dicevi – dalle estremizzazioni della Lega unite al grillismo che resta una fonte di ambiguità permanente nello scenario italiano. Non si è fatto alcun passo in avanti, per rimediare ai limiti della fusione a freddo tra due soggetti politici che erano giunti al capolinea. Insomma, il congresso non ha portato nuovi contributi nemmeno istruttori della definizione di una linea politica; a breve ci saranno elezioni amministrative, ma quali sono le prospettive? Stando ai sondaggi, il Movimento 5 stelle è in testa e oggi – sebbene vi sia stata una smentita della Conferenza episcopale – abbiamo registrato che il direttore di «Avvenire» ha rifornito il grillismo di una inedita apertura di credito, a dispetto degli esiti a dir poco discutibili delle sue prove di governo. E ancora, sul piano economico si discute di una ulteriore clamorosa retrocessione del nostro Paese, che non vede affatto profilare alcun tipo di inversione alla crisi di questi anni. In tutto questo, prevalgono i toni e la misura della politique d’abord, del giorno per giorno… Ecco, quale valutazione dai, a partire dalla tua esperienza, di questa situazione?

 

Il consenso ai 5 stelle si spiega soltanto con il fatto che non c’è altro. L’inconsistenza della destra, la debolezza della sinistra e le oscillazioni che ci sono state finora, hanno determinato un vuoto politico. Cosa è il grillismo? È un attacco ai partiti e alla politica, al modo in cui si dispiega la democrazia in definitiva. Il problema del grillismo è grave e serio, perché quando si contesta l’esistenza dei partiti è chiaro che si finisce per contestare la possibilità stessa della democrazia. In nessun Paese del mondo c’è democrazia senza partiti. Dove non ci sono partiti, si hanno forme di autoritarismo. Dichiarare di volere la democrazia diretta, la democrazia digitale ha significato nei fatti che sono bastate 35 persone che hanno appunto “digitato” il loro consenso sulle piattaforme informatiche, perché si candidassero i sindaci di grandi città. 

 

La verità è che assistiamo a una deriva demagogica su tutti i terreni: sul terreno sociale come pure su quello politico ed economico. E siccome in questi anni il problema più grave è stato quello di un abbassamento della cultura politica di massa, è inevitabile che siamo esposti a ogni esito… Prima un bracciante siciliano o un operaio della FIAT avevano una cultura politica molto più forte di un qualunque esponente del Movimento 5 stelle. Era una cultura politica di massa, che non esisteva solo all’interno del Partito comunista ma di tutti gli schieramenti.  Oggi il livello della cultura politica si è drasticamente ridotto, per cui abbiamo una massa di popolo che, non avendo più gli strumenti culturali necessari a capire quello che avviene nel mondo, cedono alla demagogia e al modo di operare di Grillo e Casaleggio.

 

Quanto all’ «Avvenire» che intervista Grillo, siamo alle solite: appena si sente l’odore del successo di una forza politica, ci sono pezzi – non tutti – della Chiesa e del mondo cattolico che provano a metterci il cappello sopra, perché pensano che possa venirne qualche vantaggio.

 

Fino a quando non ci sarà una riorganizzazione politica forte della destra e della sinistra e si riprenderà una battaglia culturale, con un impegno serio degli intellettuali e la conseguente animazione del dibattito politico, non usciremo dalla condizione asfittica nella quale ci troviamo. E di certo non aiuta in questo senso la retorica della democrazia diretta tanto decantata dal M5S, che è cosa ben diversa dalle iniziative promosse un tempo dai radicali i quali chiamavano tutti a misurarsi sui grandi temi attraverso i referendum abrogativi. Quei referendum sono stati un’integrazione democratica, hanno aumentato il tasso di democrazia nel Paese e non una contestazione dei partiti e della democrazia all’insegna dell’anti-politica.

 

Alla luce di queste considerazioni quali rischi intravedi per il prossimo futuro? La scheletricità della proposta avanzata oggi dal PD, che pur disponendo quasi di un terzo dei consensi, dimostra di non avere piena coscienza della parabola della crisi è un segnale alquanto sconfortante…

 

Io vedo una decadenza complessiva dell’Italia. Non solo per la questione economica, col debito pubblico sempre in aumento e l’alta disoccupazione, specie tra i giovani. Registriamo infatti il degrado dell’istruzione, oltre che la fuga all’estero di tanti laureati con il Mezzogiorno sempre più depauperato delle energie positive. Siamo di fronte a una decadenza generale che dovrebbe essere la preoccupazione fondamentale non solo degli esponenti politici, ma anche di tutte le personalità della cultura, delle università e delle professioni. 

 

Bisogna rivitalizzare il confronto – e anche lo scontro se si vuole – sui grandi temi della politica, quelli che incidono davvero nella storia del Mondo, perché è il Mondo che attraversa un’età davvero incerta e gravida di effetti che potranno essere devastanti. Basti pensare alle aree calde del pianeta, alla Turchia che è una grande nazione e che con Ataturk aveva conquistato una laicità e oggi torna a essere in mano a una dittatura che sogna di rifare un impero maomettano. Ci sono molte situazioni pesanti  e difficili, mentre l’Europa mostra tutta la sua inadeguatezza e non sembra in grado di indicare risposte a nessuna di queste situazioni problematiche. 

 

Per quanto ci riguarda, ritengo che le forze politiche oggi in campo non sono affatto in grado di contribuire nella direzione di una decisa inversione di tendenza. Se non riattiviamo la politica nei ceti popolari e nella cultura, non potranno esserci speranze per l’Italia.

 

(a cura di Luigi O. Rintallo)

 

da Quaderni Radicali n. 114 / Giugno 2017

 


 

Emanuele Macaluso 

interviene alla presentazione del libro di Giuseppe Rippa con Luigi O. Rintallo “Alle frontiere della libertà - Come reagire alla società delle conseguenze” (Rubbettino Editore)

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