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08/08/20 ore

Perché il Comitato Colao vuole tutele giudiziarie?


  • Luigi O. Rintallo

Mentre vediamo dispiegare contro famiglie in terrazza gli elicotteri di quelle forze dell’ordine che, \sino a soli sei mesi fa, erano senza benzina per il normale servizio di pattuglia, nelle sale dei palazzi romani sono in corso febbrili riunioni per dar avvio al comitato della “fase 2” guidato da Vittorio Colao.

 

Il manager Vodafone è stato direttamente interpellato dal Quirinale, che lo ha convinto – dopo una certa resistenza – ad assumere questa importante responsabilità. A giudizio di alcuni cronisti, l’iniziativa sarebbe stata più imposta che condivisa dal presidente del Consiglio, il quale ha reagito costituendo una folta commissione attorno a Colao sul modello più di un redivivo Cnel che non di una vera centrale operativa.

 

Ora, come riferisce Huffington post, sembra che il comitato debba risolvere in primo luogo un problema: come tutelare i singoli componenti dalle conseguenze giudiziarie delle loro future determinazioni. In pratica ricercano la stessa garanzia richiesta a suo tempo da Archelor Mittal, quando si assunse l’onere della ristrutturazione dell’Ilva e che tanta indignazione suscitò presso le anime belle di media e politici. Il timore, secondo l’articolo, “è legato a possibili avvisi di garanzia e procedimenti legali derivanti dall’attività svolta all’interno della task force”.

 

Tenuto conto della situazione in cui ci troviamo, le obiezioni avanzate dai membri del comitato aprono un ventaglio di considerazioni. Innanzi tutto, essi lasciano trasparire una discrasia di non poco rilievo fra l’apparente convergenza di intenti col governo e la preoccupazione che quest’ultimo non sia nelle condizioni di essere garante di alcunché.

 

Quasi che ci fosse il sentore di essere esposti a un tranello, il che la dice lunga sul grado di affidabilità riconosciuto agli interlocutori. Difficile non associare tale circospezione allo stato di subalternità che i membri della maggioranza di governo vivono nei confronti di alcuni ambienti del cosiddetto circuito mediatico-giudiziario.

 

In secondo luogo, emerge evidente un problema da tempo oggetto dei nostri interventi: i modi in cui è gestita la giustizia nel nostro Paese. Poiché l’iniziativa di indagine dei pm non risponde ad altro criterio se non il libero convincimento di chi la promuove, non è affatto improbabile diventare oggetto dell’attenzione di un qualunque sostituto procuratore.

 

Se a questo si aggiunge che i tempi per accertare i fatti sono assai lunghi e che, come dimostra il caso recente della sentenza su Contrada ingiustamente detenuto per anni, il danno subito da inchieste mal condotte è difficilmente risanabile non meravigliano le cautele richieste

 

Ritorna dunque la vera e decisiva emergenza che, da tempo, l’Italia deve fronteggiare: far sì che l’amministrazione della giustizia si muova in un alveo pienamente costituzionale. Va liberato l’ordine giudiziario dai condizionamenti esercitati in nome non dell’autonomia, ma di una volontà egemonica che rischia di offuscare il suo fondamentale ruolo di difesa dal sopruso per farne strumento di contrasto dentro logiche strettamente corporative.

 

 


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