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17/09/19 ore

Nel Partito Democratico sempre duri di comprendonio


  • Luigi O. Rintallo

Parlare di “suicidio politico” di Salvini, nel caso di un suo ripensamento sulla crisi, come fa l’ex ministro del PD Graziano Del Rio, già sindaco per nove anni di Reggio Emilia,  significa dimostrare di non avere chiari i caratteri della situazione politica e sociale che viviamo. Confermando la storica disposizione a definirsi solo come antitesi rispetto all’avversario prescelto, dal PD finora non giunge alcun contributo serio alla comprensione dei motivi per cui nell’arco di quattro anni si sia dimezzata la percentuale dei consensi fra gli elettori.

 

Per mesi e mesi si è additato il leader della Lega – come ieri altri – quale principale problema, favorendone la centralità e il gonfiamento mediatici, senza capire che la questione non è nel politico che, di volta in volta, calamiterà al posto del PD consenso, ma nel fatto che quest’ultimo si sposta comunque altrove.

 

Anche ammesso che Salvini possa presto dissolversi politicamente, resterebbe da risolvere il rebus di come recuperare il favore di chi lo ha preferito come alternativa a quanto offerto dal centro-sinistra.

 

Perché il vero problema politico è proprio questo: gli atti e le proposte di governo che provengono dal PD e dai suoi alleati. L’assoluta impermeabilità ai chiari messaggi che gli elettori hanno inviato nel corso degli ultimi anni dimostra che si è davvero duri di comprendonio.

 

Non avviene così altrove, come ad esempio in Danimarca dove i socialdemocratici hanno proceduto a una rivisitazione e a un cambio di registro rispetto alla vulgata del “politicamente corretto” e riconquistato così il governo dopo il voto.

 

In Italia, invece, il centro-sinistra da almeno venticinque anni continua a insistere con lo stesso ricettario economico e sociale, nonostante i radicali mutamenti intervenuti sia nella società italiana, sia sul piano dei rapporti internazionali.

 

Come i catering di certi ospedali che servono sempre la solita minestrina la sera, senza alcuno sforzo di variare l’offerta, lo stesso si può dire dei punti salienti del suo programma di governo. 

 

Incentrato su un trittico oramai inossidabile, altrettanto resistente e deleterio per il Paese quanto le buste di plastica che inquinano le nostre spiagge: tassa e spendi in economia; indiscriminata accoglienza senza integrazione, senza distinzione fra migranti economici e profughi, con il suo portato di degrado sociale e bieco sfruttamento; assoluta inerzia e sottomissioneai voleri dell’asse franco-tedesco, in un momento storico nel quale quest’ultimo si avvia a un lento declino che trascinerà a fondo anche l’Italia come una zavorra.

 

A ben vedere, se si volesse cogliere il filo conduttore che lega queste scelte programmatiche, va individuato nella subalternità: questo perché la storia del centro-sinistra in Italia, aggregatosi attorno all’ex Pci, è la storia di una formazione politica condannata ad essere subalterna per sopravvivere.

 

Subalterna agli interessi dell’apparato burocratico-corporativo di riferimento; subalterna agli indirizzi di un episcopato, intriso di irenismo e congeniale alle multinazionali globaliste; subalterna all’eurocrazia che ha preso il posto del sogno federalista europeo, dalla quale le oligarchie interne si sentono garantite.

 

C’è ancora tempo e volontà per una inversione di tendenza? Una “svolta danese” è possibile? Difficile dirlo: perché avvenga è necessario impegnarsi in un approccio pragmatico e adottare un metodo laico e liberale nell’affrontare i molteplici problemi del nostro tempo.

 

 


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