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30/06/22 ore

Renzi premier piace alla Merkel, lo ripete da tempo Giulio Sapelli


  • Ermes Antonucci

Lasciando da parte il complottismo ideologico che tanto piace a Grillo e al suo fantomatico “popolo della Rete”, di fronte all’improvvisa defenestrazione di Enrico Letta e alla rapida salita di Matteo Renzi a Palazzo Chigi, appare quantomeno inevitabile provare ad interrogarsi sulle ragioni profonde di tale stravolgimento, intendendo con ciò gli interessi politici, finanziari ed economici che in maniera più o meno velata governano il contesto internazionale.

 

A tal proposito, più che mai attuale risulta essere unintervista rilasciata da Giulio Sapelli, professore di Storia economica all’Università di Milano, a Il Sussidiario già nel lontano luglio 2013, quando cioè l’esecutivo di Letta cominciava ad essere oggetto di forti critiche da parte della corrente renziana del Pd, nonché dal suo ormai giornale di riferimento, La Repubblica, e anche da un inatteso Corriere della Sera.

 

Dietro alle veementi richieste di dimissioni dell’allora vicepremier e ministro dell’Interno Angelino Alfano, al centro del discusso caso Shalabayeva, Sapelli vedeva ben altro che una semplice battaglia politico-mediatica in nome della moralità pubblica: a muoversi era un “piccolo establishment” – che include Repubblica, settori di Bankitalia e dirigenti di Confindustria che fanno capo a Luca Cordero di Montezemolo –, mirante ad ottenere “un’integrazione subalterna dell’Italia al capitalismo franco-tedesco”.

 

Mentre infatti il presidente Napolitano ha cercato, nominando prima Monti e poi Letta, di mantenere un rapporto strategico con gli Usa e di evitare la resa italiana di fronte a Francia e Germania (interessate più che mai a demolire la “seconda potenza manifatturiera d’Europa”), l’establishment di cui parliamo – questa la tesi di Sapelli – non avrebbe ormai più nessuna fiducia in uno sviluppo autonomo manifatturiero del nostro Paese, “lavora e pensa a un’integrazione subalterna di ciò che rimane dell’industria italiana sotto l’ombrello protettivo franco-tedesco: in sostanza crede che l’Italia non ce la possa fare, e cerca di venderla al prezzo migliore”.

 

Monti e Letta, insomma, hanno avuto un atteggiamento fermo nei confronti dell’Europa, e “a questi signori non piace”. Ecco spiegati gli scossoni nei confronti dell’esecutivo condotti dalla confindustria montezemoliana, Bankitalia (che cerca di mettere in discussione il ruolo delle banche nel sistema industriale italiano), Corriere della Sera, De Benedetti (“Basti vedere il comportamento del direttore di Repubblica che arriva a chiedere apertamente le dimissioni di Alfano”) e renziani, organici al gruppo De Benedetti.

 

“Il fatto che il sindaco di Firenze, dopo aver incontrato nel luglio scorso Angela Merkel, una volta rientrato in Italia non abbia detto nulla – sottolineava Sapelli –, mi fa venire il dubbio che abbia invece offerto il suo assenso alla politica della Cancelliera”. Assenso o meno, resta il fatto che, dopo sette mesi di picconate al governo Letta, Renzi sia riuscito a mandare a casa il suo “collega” di partito e a presentarsi come unica via percorribile.

 

Capitolo particolare, poi, merita il Corriere: pur avendo una posizione oscillante, scriveva Sapelli ancora nel lontano luglio 2013, è vero che “nella sua ala più militante chiede di fatto la caduta del governo”. Una lettura che ha trovato paradossalmente conferma nell’attacco frontale lanciato dal giornale contro il presidente Napolitano una settimana fa. Di sorprendente, infatti, nel “falso” scoop di Friedman, non c’è assolutamente niente, ma – come ha affermato Sapelli in una più recente intervista – interessante è invece vedere il modo con cui il Financial Times e il Corriere hanno trattato la stessa notizia, con due tagli completamente diversi: “Il primo in maniera molto asciutta, accompagnando la notizia con un grafico sull’ascesa e il declino di Monti, mentre il quotidiano di Via Solferino ha preso di mira Napolitano”.

 

“Mi pare evidente – aggiunge Sapelli – che questi due giornali sono espressione di gruppi differenti: il Financial Times è legato al mondo economico-finanziario anglo-americano, di cui Friedman è espressione, mentre il Corriere, con la scelta di accendere i riflettori sul Quirinale, si sta riposizionando”. Evidentemente, insomma, Via Solferino “ha scelto di abbandonare il sostegno ai gruppi di potere filotedeschi e filofrancesi, cui Napolitano e Monti sono sempre stati legati, e ha deciso combattere una battaglia tutta interna al nostro Paese, i cui contorni non sono ancora ben definiti”.

 

Si tratta di un quadro – questo dello scontro imponente tra le due grandi potenze mondiali Usa e Germania sul piano politico ed economico-finanziario –, che Agenzia Radicale, in particolar modo con il suo direttore Giuseppe Rippa, ha cominciato a delineare già da molto tempo e sul quale, di fronte agli eventi delle ultime ore, non mancherà di tornare per ulteriori e quanto mai necessari approfondimenti.

 

 


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