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12/11/19 ore

Quel “Voto amaro” non solo colpa del Porcellum


  • Ermes Antonucci

In un periodo in cui non si fa altro che parlare di legge elettorale e possibili nuove elezioni, quanto mai illuminante risulta essere la lettura di “Voto amaro” (Il Mulino, 16€), l’ultimo puntuale studio riguardante le elezioni del febbraio scorso elaborato da Itanes (Italian National Elections Studies), l’associazione che da più di 20 anni, grazie al lavoro di ricercatori di varie università italiane e dell’Istituto Cattaneo, conduce un programma di ricerca sul comportamento elettorale e le opinioni politiche degli italiani. 

 

Attraverso una serie di interviste pre e post-elettorali, e sulla base di un’accurata analisi degli esiti elettorali, il rapporto di Itanes contribuisce a chiarire le dinamiche di un voto, quello del 24 e 25 febbraio 2013, che ha rivoluzionato il panorama politico italiano, ma che ha anche finito per produrre un risultato così caotico da rendere necessario il ricorso ad un governo di larghe intese.

 

Se i risultati elettorali non sono riusciti ad indicare una chiara direzione di marcia per il paese, la causa non è da rintracciare solo nel malfunzionamento (notorio) della legge elettorale (e in particolare nel suo illogico meccanismo di allocazione del premio di maggioranza in Senato), bensì in cambiamenti ben più profondi avvenuti nel comportamento degli elettori italiani.

 

Il confronto con le elezioni del 2008, del resto, non lascia dubbi. Sono stati addirittura 11 milioni i voti persi complessivamente dalle coalizioni di centrosinistra e di centrodestra: quasi la metà degli elettori di destra ha deciso di non rivotare lo schieramento di Berlusconi, mentre la sinistra è stata abbandonata da più di un quarto dei suoi elettori.

 

Si è avuta, dunque, una vera e propria destrutturazione del sistema partitico, con il dissolvimento delle tradizionali appartenenze e fedeltà degli elettori italiani. La volatilità elettorale, il dato che mostra la mobilità elettorale, è infatti quadruplicata rispetto al 2008, raggiungendo un livello mai registrato in Italia e perfino superiore a quello toccato nelle elezioni del 1994 dopo il crollo della cosiddetta Prima Repubblica.

 

Quelle di febbraio, in definitiva, sono state le elezioni che hanno visto il numero più elevato di elettori nella storia repubblicana cambiare voto. Ma dove sono andati a finire tutti questi voti? Verso due nuovi soggetti politici, vale a dire Scelta Civica di Monti (10,6% alla Camera) e soprattutto il Movimento 5 Stelle di Grillo (primo partito alla Camera – se si esclude la circoscrizione Estero – con il 25,6%, quota mai raggiunta da nessun partito italiano, e probabilmente anche europeo, alla sua prima competizione elettorale), entrambi capaci di pescare in maniera trasversale dai bacini elettorali delle due principali coalizioni.

 

Il risultato, nella pratica, è stato il passaggio da un sistema politico fondato su una competizione bipolare (venuta ad emergere agli albori della Seconda Repubblica), ad un altro caratterizzato da un assetto tripolare (centrodestra, centrosinistra, M5S) e “mezzo” (Scelta Civica). Questo risultato, frutto di un disallineamento radicale nel rapporto partiti-elettori, ha però determinato una paralisi istituzionale e lasciato di fatto tutti con l’amaro in bocca (da ciò il titolo del libro): il Pd, vincitore designato e mancato, il Pdl, orfano di metà del proprio elettorato, il centro di Monti, rimasto al di sotto delle aspettative, e persino il movimento di Grillo, protagonista di un successo tanto ampio da minacciarne la coesione interna.

 

Tra i tanti dati analizzati nello studio di Itanes – ai quali rimandiamo per un dettagliato approfondimento dell’intera vicenda elettorale – meritano particolare attenzione quelli riguardanti il fallimento del centrosinistra, e principalmente del Pd. Abbandonata da tempo l’antica qualifica di partito operaio, e divenuto ormai il soggetto politico di riferimento di anziani e pensionati, il Pd ha mostrato – e mostra – di essere sempre più distante dal proprio elettorato. Dagli studi condotti da Itanes, infatti, emerge un’assenza di sintonia tra le posizioni dell’elettorato di centrosinistra e quelle (percepite) del partito allora guidato da Pierluigi Bersani.

 

Ciò che sorprende, però, è che i cosiddetti “delusi” del Pd si collochino su posizioni più conservatrici di quelle del partito (in tema di tasse, Europa, immigrazione ecc.). Il problema, tuttavia, specifica Itanes, non risiede tanto nelle posizioni più o meno progressiste adottate dal Pd, ma piuttosto nella sua connotazione complessiva, che non discende da chiare scelte di proposta politica.

 

A mancare – come abbiamo avuto modo di sottolineare più volte su Agenzia Radicale e Quaderni Radicali – è la definizione di proposte politiche chiare e concrete, in assenza delle quali l’elettorato tende a percepire il Pd sulla base degli attacchi degli avversari (il partito delle tasse, della mano debole contro l’immigrazione, dell’apertura incondizionata all’Europa ecc.). E su questo punto, visti anche i preamboli, non c’è Renzi che tenga.

 

 


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