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25/05/24 ore

In Europa il Pd si divide


  • Ermes Antonucci

Il Partito democratico, al di là dello slancio contingente delle primarie e del tentativo di unità con Cuperlo presidente, appare sostanzialmente di nuovo diviso, questa volta non in terre nostrane ma direttamente in Parlamento Europeo. La compagine del Pd si è infatti spaccata sulla votazione ad una risoluzione presentata dalla socialista portoghese Edite Estrela che mirava ad impegnare tutti i 28 stati membri dell’Ue a garantire “il diritto all’aborto sicuro e legale”, oltre che ad attuare una serie di misure efficaci per combattere la violenza sulle donne, la diffusione di malattie sessualmente trasmissibili e l’omofobia.

 

Il testo è stato respinto in virtù del voto favorevole dato dal Parlamento Europeo ad un’altra risoluzione, presentata dal gruppo del Partito Popolare (che così ha fatto decadere quella redatta da Estrela) che scarica molto semplicemente agli stati membri il diritto di decidere a livello nazionale su tutti questi temi, ritenuti troppo “delicati”.

 

I voti favorevoli al testo alternativo del PPE sono stati 334, sette in più dei 327 contrari. A pesare però è stata l’astensione di 35 eurodeputati, tra cui è spiccata quella – comunque non determinante – di sei parlamentari del Pd, che hanno votato di fatto in assoluta controtendenza rispetto al voto dell’intero gruppo dei Socialisti e Democratici e del restante gruppo democratico.

 

I sei ribelli – come è stato fatto notare, tutti dichiaratamente renziani – sono: Vittorio Prodi (fratello di Romano), Silvia Costa, Franco Frigo, Mario Pirillo, Patrizia Toia e il capogruppo David Sassoli. A spiegare le ragioni del voto contrario al rapporto Estrela è stata in maniera molto chiara Silvia Costa (in breve ex DC-PPI-Margherita): “Non l’ho votato perché faceva dell’aborto un totem e lo considerava un diritto umano”. Prodi, invece, si è giustificato citando il pericolo di “un’iperdirezione europea delle politiche nazionali dei singoli Stati”.

 

Ma cosa diceva la risoluzione in questione, ritenuta così estremista e dirigista? In realtà il testo si limitava a sottolineare, per quanto riguarda il tema centrale dell’aborto, che “è fondamentale, per uno sviluppo individuale, sociale ed economico, che le donne abbiano il diritto di decidere liberamente e responsabilmente il numero, il momento e l'intervallo tra le gravidanze, come prevedono le leggi internazionali sui diritti umani”. Allo stesso tempo veniva comunque affermato che gli stati membri “dovrebbero attuare politiche e misure atte a prevenire il ricorso all’aborto per ragioni sociali ed economiche e a sostenere le madri e le coppie in difficoltà”.

 

Gli obiettivi della risoluzione, insomma, erano due: da una parte rendere “legali, sicuri e accessibili a tutti i servizi di qualità per l’aborto” al fine di evitare pericolosi aborti clandestini, dall’altra regolamentare e monitorare il ricorso all’obiezione di coscienza, “in modo da assicurare che l’assistenza sanitaria in materia di salute riproduttiva sia garantita come diritto individuale”. Difficile cogliere in queste parole lo spettro di un’Europa autoritaria e laicista, ma tant’è. E nel Pd è così emersa l’ennesima frattura.

 

La vicenda è ancor più rilevante se si considera che la corrente indicata come responsabile della “figuraccia” europea è quella che fa capo a Matteo Renzi, neo-segretario e certamente uno dei più restii a spingere il Pd in direzione di un definitivo e deciso ingresso nel Partito Socialista Europeo (come sottolineavamo, tra l’altro, analizzando la mozione da lui presentata alle primarie).

 

In virtù di questa perenne incertezza, capire quale possa essere il futuro del Partito Democratico anche oltre i confini nazionali, è un’impresa sempre più ardua. 

 

 


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