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21/11/17 ore

"Portaborse", quei conti che non tornano



La questione dei cosiddetti portaborse e del loro sfruttamento, tra paghe basse, accordi in nero e qualche "scivolone" a sfondo sessuale, fa parte di quelle polemiche tipiche di inizio e di fine legislatura. In genere ci pensano Le Iene o Striscia la notizia a dare la stura a modo loro. Dopodiché parte la bagarre, se ne parla, ci si indigna, ci si riempie di buoni propositi e poi tutto passa in cavalleria in attesa che il tema ritorni d'attualità.

 

Eppure, la risoluzione del problema non sarebbe in teoria tanto complicata. Basterebbe – come molti dicono - prendere spunto dalle norme attuate per esempio nel Parlamento europeo. In questo modo le assunzioni dei segretari e collaboratori parlamentari potrebbero essere fatte direttamente dalle Camere, utilizzando una parte dello stipendio di deputati e senatori, opportunamente ridotto.

 

In proposito, due anni fa il presidente della Camera Boldrini propose qualcosa di simile (non uguale), “una triangolazione: i collaboratori – racconta in un'intervista a Repubblica - vengono indicati dai parlamentari ma le loro retribuzioni vengono erogate dalla Camera sulla base di regolare contratto tra deputato e collaboratore. Ciò significava che l'ammontare di denaro che il deputato riceve in busta paga per retribuire i collaboratori veniva trasferito in capo all'istituzione”.

 

La cosa non ebbe seguito, perché – dice Boldrini - i "conti non tornavano, la spesa per la Camera sarebbe aumentata e, anche decurtando gli stipendi dei deputati, non si sarebbe riusciti a coprire in toto i costi dell'operazione, considerando contributi previdenziali, tredicesima, ferie. A meno di non ridurre drasticamente gli stipendi degli stessi assistenti”. Perché – precisa - “incrementare le spese per Montecitorio, in un momento in cui stavamo facendo i tagli che ci hanno permesso di risparmiare e restituire allo Stato 350 milioni, non sembrava opportuno”.

 

In sostanza, la cifra a disposizione che i deputati ricevono per l'esercizio del mandato era ritenuta troppo bassa, circa 3690 euro. Ridurla ulteriormente non sarebbe quindi stato possibile, in quanto “la democrazia a costo zero non esiste.”

 

Tanto è vero che i parlamentari ricevono anche, euro più euro meno, un' indennità mensile netta pari a circa 5.000 euro, una diaria pari a circa 3.500 euro, decurtabile di una somma pari a 206,58 per ogni giorno di assenza dalle votazioni con procedimento elettronico, oltre alle svariate somme disponibili per viaggi e trasferimenti, spese telefoniche, assistenza sanitaria et similia.

 

Un bel gruzzoletto, insomma, quanto mai necessario – ne siamo convinti – ma forse anche sufficiente, attraverso una saggia redistribuzione delle quote, per fare quel che si deve. Innanzitutto per il bene della politica, senza inseguire derive demagogiche, piuttosto valorizzando e gratificando il ruolo di assistente parlamentare, che una volta formava classe dirigente, mentre oggi, al passo coi tempi, conta spesso demotivate e incompetenti figure fantasma, in cerca solo di uno stipendio. (A.M.)