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22/10/20 ore

Congo, una guerra che non fa notizia


  • Serena Guerrera

Dopo tre mesi di tregua dalle ostilità, lampi di guerra tornano ad infiammare l’est della Repubblica Democratica del Congo. I ribelli dell'M23 (acronimo di 23 marzo, data in cui fu siglato, nel 2009, tra i ribelli e il governo congolese un accordo, secondo i primi mai rispettato) hanno ripreso seminare il terrore, costringendo decina di migliaia di civili ad abbandonare le proprie terre per cercare riparo altrove.

 

L’M23 sin dalla nascita si è caratterizzato per le atrocità compiute: stupri di massa, arruolamento forzato di bambini, uccisioni, torture, crimini contro l'umanità; I nomi che ne fanno parte, come Bosco Ntaganda, Sultani Makenga e Sylvestre Mudacumura, rientrano nella 'black list' della giustizia internazionale.

 

A onta dell’immediato impegno assunto dai ministri degli Esteri dei Paesi della regione dei Grandi laghi che hanno sollecitato gli Stati africani – lo scorso mercoledì - ad inviare truppe a sostegno delle forze internazionali per cacciare i ribelli armati, l’esercito congolese, nonostante l'uso degli elicotteri della Missione dell'Onu, si è visto costretto fin da subito ad alzare bandiera bianca.

 

La scelta di rinunciare alla difesa del territorio da parte dei caschi blu della missione Monuc, i quali sostengono di “non potersi sostituire alla forze di sicurezza”, ha scatenato l’ira del governo congolese e lo sgomento della Francia, che ha chiesto subito di revisionare il mandato di quella che attualmente è la più grande missione di pace delle Nazioni Unite, arenatasi nell’affrontare quello che da mesi è considerato come il maggior nemico del governo congolese.

 

Era dal 2003 che Goma, distante mille miglia dalla capitale Kinshasa, non veniva invasa dalle milizie ribelli; lo stesso anno dell’ultima grande guerra per la conquista del Kivu, uno dei territori più fertili e ricco di materie prime della regione e, quindi, tra quelli più desiderati da altri Stati e multinazionali.

 


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