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17/06/24 ore

Riflessioni sul dopo voto. Il PD prigioniero di un racconto distorcente


  • Luigi O. Rintallo

Le elezioni politiche del 25 settembre sono state precedute da un intenso lavorio – da parte del sistema mediatico-informativo e dei partiti – per dare rilievo nel confronto ad argomenti che, in realtà, si sono poi rivelati lontani dal sentire diffuso dei cittadini.

 

Nelle settimane prima del voto, sono stati vari i “filoni narrativi” ai quali è stata data maggiore enfasi, di certo non con l’intento di raccontare oggettivamente fatti e situazioni ma piuttosto quello di direzionare e condizionare le scelte imminenti. Definirli “filoni narrativi” non è improprio, perché in effetti sono quanto mai discosti dai dati di realtà per presentarsi piuttosto come un prodotto dell’immaginario fatto di illusioni o pure e semplici falsificazioni.

 

Il primo di questi filoni narrativi ha insistito sull’assoluta rilevanza di alcune misure economiche adottate, a cominciare da quelle relative alle modalità di definizione del PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza),  che - a uno sguardo meno pregiudizialmente positivo - rivelavano di aver lasciato inalterata la ripartizione dei fondi decisamente squilibrata in favore di interventi dalla dubbia efficacia (fumosi progetti di adeguamento burocratico o di conversione alle energie alternative) a scapito degli investimenti infrastrutturali.

 

 A ridimensionare la performance governativa in questo campo, ha contribuito inoltre il divario fra quanto Draghi dichiarò cinque mesi prima di diventare premier, durante il meeting di CL ad agosto 2020, circa la distinzione fra “debito buono” e “debito cattivo”, e gli atti emanati effettivamente dal governo all’insegna dell’elargizione di bonus a pioggia (oltre 6 miliardi per l’una tantum di 200 euro a luglio) finanziati con debito che aveva ben poco di buono. Risultato: il debito pubblico è cresciuto di ulteriori 71 miliardi di euro, rispetto a un anno fa, senza che questo abbia coinciso con un utilizzo delle risorse atto a favorire una reale ripresa. Tutto questo per soddisfare le pretese di forze politiche palesemente votate alla demagogia e all’assistenzialismo.

 

Un secondo percorso mistificatorio seguito dal dibattito pubblico alla vigilia del voto ha riguardato il tema del ritorno del fascismo, dispensato ai palati di bocca buona, oppure della probabile minaccia ai diritti, riservato ai più sofisticati,  in caso di preponderanza del Centrodestra. Tralasciando le dispute storiografiche circa l’improponibilità di simili evocazioni, a farle risultare poco credibili era il fatto che provenivano da quegli stessi trasformatisi in araldi entusiasti delle limitazioni di libertà fondamentali, tanto da dichiararsi orfani dello stato emergenziale.

 

Per di più l’allarme per i diritti civili minacciati (discriminazioni per le minoranze, libertà di scelta delle donne e quant’altro) era irrimediabilmente guastato dal fatto che chi lo lanciava tende a declinare tali diritti in chiave di interventismo statale, producendo una deriva prescrittiva che – questa sì davvero – rischia di debordare verso forme di autoritarismo incompatibili coi principi di una cultura libertaria, come dimostra il caso dell’insegnante irlandese Enoch Burke arrestato per non aver adempiuto alle consegne politicamente corrette imposte dai regolamenti della sua scuola.

 

Un altro filone narrativo, che si presumeva esteso, era sul rammarico del Paese per le dimissioni del governo Draghi. Il ritiro dell’ex governatore della BCE è stato descritto se non come una sciagura, certo come una scelta sconsiderata in quanto ci avrebbe privato della personalità di maggior valore di cui disponevamo. Non è accaduto e questo anche per la mediocrità delle prestazioni dimostrata da una significativa parte della compagine ministeriale

 

Sul fronte sanitario ad esempio, in perfetta continuità con la precedente fallimentare gestione, le scelte operate dallo stesso ministro, spesso platealmente in contrasto con i riscontri fattuali colti dai cittadini nella loro concreta esperienza, hanno lasciato il fianco scoperto in termini di credibilità.

 

L’ultimo filo conduttore della narrazione propinata dai media prima del voto ha riguardato una prospettiva del tutto priva di fondamento quale l’eventuale uscita dell’Italia dal suo tradizionale sistema di alleanze, con la vittoria dei partiti sovranisti prevalenti nello schieramento di Centrodestra.

 

Oltre ad essere difforme dalle risultanze immediate,  visto che un partito definito sovranista come Fratelli d’Italia già a febbraio, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, si è schierato sulle posizioni NATO, quanto sostenuto sui media fingeva di ignorare la condizione di sovranità limitata che contraddistingue l’Italia dal punto di vista della politica internazionale.

 

Utilizzata come puro espediente polemico, tale rappresentazione serviva piuttosto a impedire di evidenziare le criticità presenti nella posizione assunta dall’UE di fronte anche al conflitto in corso, all’insegna di un’ambiguità irrisolta da parte delle sue principali nazioni – Germania e Francia, ora divergenti e poi convergenti – senza preoccuparsi di costruire una vera strategia comune sulla base di limpidi riferimenti ai principi e ai valori a difesa della libertà e della democrazia.

 

Oggi che il PD è ripiegato su sé stesso e si interroga confusamente sulle ragioni della sconfitta, dovrebbe riflettere su come proprio aver assecondato queste “narrazioni” sia fra le principali cause del risultato deludente conseguito alle elezioni.

 

Perseverare nell’ignorare la loro decisiva incidenza sulla credibilità della sua politica, significa soltanto dimostrare che mancano gli stessi presupposti  della capacità di rimediare.

 

 


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