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19/08/22 ore

Giustizia: cancellato il dibattito sui referendum e ora anche quello sul loro esito


  • Luigi O. Rintallo

In linea con la formidabile opera di occultamento e censura sui referendum prima del 12 giugno, anche sui loro esiti è calato subito il silenzio e ben poche sono state le riflessioni attorno al post-voto referendario.

 

Per di più queste hanno contribuito ancora una volta, come già riferito su «Agenzia Radicale», a fornire indicazioni depistanti, in particolare per quanto riguarda le ragioni della ridotta affluenza alle urne. Nessun rilievo è stato invece attribuito a una lettura politica del risultato, a cominciare proprio dal numero di quanti hanno votato i referendum e del successo dei SI per tutti e cinque i quesiti avanzati dai promotori.

 

Il fatto che quasi dieci milioni di elettori abbiano disatteso la campagna in favore dell’astensione e si siano sottratti al martellante condizionamento dei media teso da un lato a nascondere la stessa consultazione e, dall’altro, a sostenerne l’inutilità, è davvero miracoloso e sorprendente. Tanto più se si osserva che i votanti (e a maggior ragione i 7 milioni che hanno apposto la croce sul SI) ben difficilmente possono essere ascritti a una qualsiasi forza politica. Quei milioni di voti referendari sono quasi il doppio dei consensi raccolti alle elezioni politiche dal PD, oggi indicato come prima tra le forze politiche in campo.

 

Inoltre, per come si è svolta la campagna elettorale, nessun partito può obiettivamente mettere il cappello su questo 20% dell’elettorato. Una quota percentuale che, per quanto non possegga per intero consapevolezza politica di cosa significhi la sua partecipazione, incarna un’alterità di assoluto rilievo rispetto al conformismo anestetizzante indotto dai circuiti informativi e politico-istituzionali. Fa sperare che esista in potenza un Paese “altro”, in grado di recepire un indirizzo alternativo rispetto alla disastrosa prospettiva anti-democratica cui si è consegnata gran parte della classe politica.

 

A cominciare dal Partito Democratico che, venendo meno persino agli obblighi che la Costituzione assegna ai partiti, ha finto di invitare a votare No ma fatto campagna per il non voto su una questione cruciale qual è la giustizia negata in Italia, invero discriminante per la sopravvivenza stessa della nostra democrazia. L’astensione, infatti, è diritto legittimo del cittadino come individuo, ma certo è quanto mai improprio che sia promossa come opzione partitica: rinunciare a votare non è senza conseguenze, in quanto ciò che non viene usato finisce presto nel ripostiglio e quindi tra i rifiuti.

 

In Italia, stiamo oggi rischiando proprio questo e il PD di Enrico Letta porta su di sé la grave responsabilità di aver contribuito in questo modo a ridurre la partecipazione alla vita pubblica, ponendo così tutte le premesse per far sì che le oligarchie possano così agire totalmente indisturbate.

 

Principale preoccupazione delle oligarchie è sempre quella di auto-preservarsi, anche a discapito degli interessi generali. Nella fase attuale della nostra storia tale esigenza le costringe a compiere una virata pericolosamente anti-democratica e anti-costituzionale, che purtroppo è stata assecondata dalla stessa Corte Costituzionale allorquando essa ha frapposto sempre più ostacoli all’esercizio della sovranità popolare posta a fondamento della Repubblica proprio da quella Costituzione che i giudici del Palazzo della Consulta dovrebbero salvaguardare.

 

Con il suo intervento, relativo ai referendum del 2022, la Corte presieduta da Giuliano Amato si è preoccupata soprattutto di sottrarre ai cittadini la possibilità della seconda scheda – quella della democrazia diretta e referendaria – e, al contempo, ha confermato la tendenza ad arrogarsi del diritto di condizionare le scelte da prendere limitando la sfera di autonomia della politica stessa e dei cittadini. Tutto il contrario di quello che accade in nazioni di consolidata democrazia..

 

L’esito del voto referendario apre dunque un ventaglio di problematiche che riguardano i caratteri stessi che andrà assumendo il nostro ordinamento istituzionale, con immediate ripercussioni sugli stessi equilibri interni al Parlamento. L’auto-dissolvimento del M5S, dopo la scissione di Di Maio che sceglie di collocarsi nell’affollata area di centro dove convergono gli irrequieti di ogni spicchio dell’arco politico – da Calenda a Renzi, a Mara Carfagna e Beppe Sala – non è altro che la risposta di tali soggetti politici alle preoccupazioni delle oligarchie sopra menzionate

 

 La ricerca del centro perduto ripropone nella sostanza quel Partito della Nazione di cui si discettava cinque anni fa, perno essenziale della strategia di Matteo Renzi allora al culmine della sua parabola. Un partito che possa risultare “indispensabile”, sempre al governo e sempre insostituibile così da riproporre lo schema del “bipartitismo imperfetto” impostosi dopo Jalta, con la DC permanentemente alla guida del Paese che opera in senso consociativo con le opposizioni. 

 

Peccato che già allora ciò non abbia affatto assicurato di governare, bensì piuttosto di s-governare l’Italia, nel senso che non ha dato soluzioni ai suoi problemi storici. Lo stesso accadrebbe a maggior ragione oggi, dal momento che le questioni sul tappeto – dall’economia all’immigrazione e per l’appunto la giustizia – richiedono di essere affrontate guardandole per come sono nella realtà e non dissimulando false priorità o soluzioni.

 

È una strategia che rischia soltanto di lasciare nella palude il Paese, abbandonandolo nel caos e nell’anarchia che saranno le uniche risposte possibili di una società sfibrata e destrutturata.

 

 


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