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16/06/24 ore

Da decenni l’Italia senza strategia di politica estera. Si potrebbe cominciare dal Mediterraneo


  • Luigi O. Rintallo

Più d’uno ha visto un collegamento fra i recenti attentati in Israele (11 morti)  e l’invasione russa in Ucraina. La sera di martedì 29 marzo, a Bnei Brak, per la terza volta si è sparato contro passanti uccidendo quattro persone. Il terrorista è stato a sua volta ucciso, per cui il numero delle vittime totali  in una settimana è di undici assassinati. Una recrudescenza che assume i contorni di una forma di pressione sullo Stato di Israele, che finora si è mosso con una certa cautela di fronte alla situazione internazionale.

 

Una prudenza dettata, forse, non solo dall’esigenza di ritagliarsi spazi quale mediatore nel conflitto, ma anche dai dubbi su alcune delle scelte operate dall’amministrazione USA di Biden che, agli occhi di Gerusalemme, divergono dall’indirizzo politico di lungo periodo per cui gli Americani sono stati sempre garanti della sua sicurezza. La distrazione, se non trascuratezza, verso la conferma degli accordi di Abramo come pure la tentazione di andare incontro all’Iran sul nucleare ha sollevato più di un malumore, anche perché obiettivamente contraddittoria rispetto al contrasto della filiera che va sempre più unendo l’asse dei dispotismi fra Russia, Cina e sciiti.

 

Esporre Israele al timore di non avere interlocutori coerenti è un rischio da scongiurare e si collega alla necessità di recuperare una strategia rivolta al Mediterraneo, da tempo colpevolmente dimessa dall’Occidente nel suo complesso. Le opposizioni di Germania e Francia all’ingresso della Turchia in UE, seguite dall’incomprensibile sostegno dell’amministrazione Obama ai Fratelli musulmani, con il loro portato di radicamento di formazioni fanatiche presso gran parte delle popolazioni, sono tutte tappe di un percorso contrassegnato da effetti negativi. Non ultimo quello di aver consegnato al califfo turco Erdogan il ruolo di mediatore in questa guerra nel mezzo dell’Europa.

 

Oggi l’asse di quello che potremmo chiamare, con un’antica definizione, il “dispotismo asiatico” preme sugli Israeliani, ma ciò dipende dal disorientamento e dalla confusione delle politiche euro-americane. Bisogna affrettarsi a invertire tali comportamenti e dare il giusto peso all’area del Mediterraneo. Se l’Italia non fosse del tutto marginalizzata e irrilevante, a causa della lunga parabola di decenni della seconda Repubblica che ha contribuito a demolire il suo profilo internazionale, per le caratteristiche della sua configurazione geografica proprio alla nostra penisola spetterebbe il compito di promuovere iniziative in tal senso.

 

Non è il buon cibo o il clima mite e i paesaggi a rendere unico il Belpaese dal punto di vista geopolitico, ma la sua collocazione che si proietta nel Mediterraneo e volge verso aree del mondo dalle quali provengono gran parte delle fonti energetiche. L’Italia è il ponte naturale fra l’area della massima produzione e consumo e l’area che fornisce le risorse per entrambi. Inoltre mette in relazione civiltà millenarie e le principali religioni monoteiste del pianeta, che non è cosa da poco in un’epoca che richiede pure la ricostruzione dei riferimenti ideali sui quali va costruita una convivenza all’insegna della collaborazione e della reciproca tolleranza.

 

Quando a settembre scorso, nel libro-intervista Napoli dove vai?, il direttore di Quaderni Radicali  e Agenzia Radicale Giuseppe Rippa ha indicato nella vocazione ad aprirsi al Mediterraneo il compito strategico degli anni a venire, qualcuno ha mostrato più di uno scetticismo. Eppure, proprio quanto sta accadendo in queste settimane, dimostra che il quadrante mediterraneo è determinante perché offre alternative altrimenti impraticabili e che è stata una grave sottovalutazione avervi soprasseduto.

 

Per quanto riguarda l’Italia, la fine della prima Repubblica ha coinciso pure con la rinuncia a esercitare – pur nella lealtà delle alleanze strategiche – un autonomo approccio verso i Paesi dell’altra sponda mediterranea.  Durante mezzo secolo, le linee guida della nostra politica estera, indipendentemente dai leader o dai partiti che le mettevano in pratica, hanno mantenuto questa strategia: da Mattei a Moro, Andreotti e Craxi. La natura fondamentalmente subalterna dei post-comunisti ha comportato l’abbandono di tale indirizzo e poiché ai post-comunisti è stata alla fine affidata dagli establishment nazionali e internazionali la gestione politica, si è verificato un rovesciamento delle ispirazioni di fondo che ha compromesso gli spazi italiani entro lo scenario mondiale. 

 


 

Anziché valorizzare l’unicità dei caratteri della nostra collocazione geografica, si è scelto di aggregare il nostro Paese al seguito dell’asse franco-tedesco: ci si è rivolti verso Aquisgrana e non si è più guardato né a Cartagine, né ad Antiochia. Ma in questo modo l’Italia ha perduto ogni rilevanza, perdendo completamente quei tratti che la rendevano insostituibile nei rapporti internazionali. 

 

A questo, Centrosinistra (costruito sul PD, con i postcomunisti e i resti della sinistra DC) e Centrodestra hanno poi aggiunto altri errori che si ripercuotono anche nei fatti odierni. L’atlantismo dimostrato oggi dal PD, più di maniera che sostanziale, è giocato sulla strumentalità di essere con l’America quando negli USA prevalgono i democrats ma conserva intatte al suo interno le consuete ambiguità della mancata soluzione della “questione liberale” (basti vedere come reagisce la Cgil di fronte all’aggressione russa in Ucraina).

 

Altro errore è stato inoltre compiuti dal Centrodestra, quando prima ha accettato la logica dei neocon USA sostenendo l’esportazione della democrazia in Medioriente con le armi, senza accompagnarla – come avvertì all’epoca della guerra del Golfo Marco Pannella - con il necessario sforzo di costruzione delle condizioni per la medesima. In seguito, da parte del Centrodestra si è in sostanza creduto che dipendere dalla Russia per l’energia fosse vantaggioso anche nella prospettiva di dar vita a un nuovo ordine di convivenza fra le principali potenze.

 

Ora che la propaganda e la retorica porta a interpretare la guerra in corso come una guerra ideologica, occorre fare di tutto per ricondurla entro la cornice reale dei conflitti che dividono gli attori del mondo. È necessario più che mai l’approccio politico, che a sua volta va supportato sempre da un adeguato apporto dei dati culturali e ideali se non vuole ridursi a deteriore cinismo. 

 

Considerando anche questo versante, lavorare alla “prospettiva mediterranea” diventa importante. Sinora il confronto ha riguardato un autoritarismo, con gli occhi rivolti ancora al Novecento, e un progressismo fallace perché privo di un radicamento profondo ai principi di autonomia e responsabilità propri della cultura liberale. 

 

 (cartina copertina da Limes)

 

 


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