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30/06/22 ore

Bettini firma i referendum sulla Giustizia Giusta. Ma il PD resta preda del giustizialismo


  • Luigi O. Rintallo

Martedì 10 agosto, come annunciato sin dall’apertura della campagna referendaria, Goffredo Bettini si reca alla sede del Partito Radicale per firmare i referendum sulla giustizia.

 

Alcuni commenti alla notizia hanno evidenziato, maliziosamente, che ciò avviene dopo che Giuseppe Conte è diventato presidente del M5S, interrompendo la corrispondenza d’intenti con l’esponente del PD che più di tutti si era speso non solo per mantenere l’allora premier a Palazzo Chigi, ma anche per realizzare un’alleanza strategica tra PD e 5Stelle.

 

In realtà, ci appare riduttivo leggere la scelta di Bettini nei termini di un dispetto a fronte del rilievo da leader acquisito da Conte, dopo aver ottenuto – senza concorrenti – la “plebiscitaria” elezione da parte della metà degli iscritti al Movimento 5 Stelle che hanno partecipato alla consultazione on line.

 

Del resto, Bettini aveva preso posizione a favore dei referendum precedentemente alle diatribe interne del M5S e ciò testimonia la convinzione che il tema sollevato dai quesiti referendari ai suoi occhi non va confinato entro le polemiche spicciole del cortile politico italiano, ma investe una questione decisiva per il futuro dell’Italia.

 

È dunque giusto sottolineare che col suo gesto Bettini dimostra di non essere disposto a fare della giustizia solo una battaglia di bandiera per una parte, come insistono a fare i pentastellati nostalgici della impostazione di Bonafede improntata al giustizialismo e all’appiattimento sulle posizioni di una ANM che, con le alchimie correntizie che la distinguono, rappresenta la vera minaccia all’autonomia e indipendenza dei magistrati.

 

Chi rimane nell’equivoco è invece la dirigenza del PD. Dal «Corriere della Sera» leggiamo le dichiarazioni di Walter Verini, già membro della commissione giustizia della Camera, il quale dopo aver concesso – sua gratia – che il referendum è “in sé democratico”, subito dopo afferma che “rischia di essere divisivo e suona come sfiducia verso la capacità del Parlamento di adempiere a un dovere”.

 

E di supporto un altro componente piddino della commissione giustizia, Alfredo Bazoli, accusa di “benaltrismo” i promotori del referendum che così saboterebbero il riformismo avviato dal ministro Marta Cartabia.

 

Obiezioni che suonano per lo più mistificatorie dei dati di fatto e denunciano la natura fondamentalmente strumentale del partito che le avanza, distintosi nell’ultimo periodo per non avere quasi mai dimostrato una volontà di rinnovamento bensì solo subalternità a un disegno restaurativo a difesa dello status quo.

 

Come fa un referendum abrogativo a impedire le riforme? Il Parlamento fa le riforme autonomamente dai referendum, tant’è che le leggi approvate sui temi referendari prima del loro svolgimento annullano il voto popolare. 

 

Dai referendum non proviene alcun impedimento all’eventuale processo riformatore che, come è riconosciuto da tutti, non può limitarsi certo alla modifica del processo penale appena approvata ma deve investire proprio gli argomenti oggetto dei quesiti referendari: CSM, organizzazione dell’ordine giudiziario, riequilibrio dell’assetto costituzionale per la magistratura nel suo insieme. 

 

Inoltre la celebrazione dei referendum, che stanno ottenendo ai gazebo una sempre più ampia adesione da parte dei cittadini, rappresenterà un’eccezionale occasione di confronto generale sulla questione giustizia che resta dirimente e fondamentale per la salvaguardia di una democrazia.

 

 


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