22/10/20 ore

Recovery fund: 209 miliardi di euro. Ottimo, ma dove sono i progetti che l’Europa finanzierebbe?


  • Luigi O. Rintallo

Da quando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è tornato dal vertice europeo di luglio, con l’annuncio dell’accordo raggiunto per il recovery fund destinato per una buona fetta all’Italia, data la sua peculiare condizione di nazione in maggiori difficoltà economiche, gran parte degli esponenti politici della maggioranza governativa ha occupato gli spazi informativi ripetendo continuamente la cifra che sarebbe a disposizione: 209 miliardi di euro.

 

Oggi, che si scopre come i contenuti di quell’accordo siano ancora tutti da precisare, la condiscendenza del sistema mediatico all’operazione propagandistica appare per quello che è e aggiunge un ulteriore elemento in favore del ruolo deformante, ma anche controproducente svolto dall’informazione pubblica.

 

Va ricordato che l’Italia è stata fra i paesi UE quello che ha utilizzato più o meno la metà dei normali fondi di sostegno provenienti da Bruxelles. Il resto, a causa della mancanza di progetti di investimento, è tornato nella disponibilità delle casse europee.

 

Pertanto sarebbe logico che una informazione davvero interessata a svolgere il suo compito di animazione del dibattito democratico dovrebbe prodigarsi ad alimentare il confronto su quali iniziative e progetti puntare, anziché fare solo da cassa di risonanza a vacue esultanze per le risorse che si dicono disponibili.

 

Per l’appunto, il continuo ripetere e insistere sull’eccezionalità del dato quantitativo (“più del Piano Marshall”, reiterano ogni volta) rappresenta il comportamento meno idoneo a garantire l’effettiva realizzazione del piano stesso. E dà il segno della superficialità che contraddistingue la classe politica attuale, incapace di dar prova di una visione complessiva e a lungo termine.

 

A confermarlo le assurdità di alcune delle indicazioni alle quali, pare, si stia lavorando con gli improbabili elenchi di “cose da fare” che assomigliano più alle tattiche scaltre di chi si appressa a un buffet per riempirsi il piatto, che non a un’attenta e meditata strategia per individuare le aree di investimento.

 

Leggere, com’è capitato, di 500 milioni da impegnare in un sondaggio da effettuare nella Pubblica Amministrazione per scoprire le sue “criticità”, non può che far cadere le braccia.

 

Al momento, comunque, registriamo la cautela prudente del ministro Vincenzo Amendola che non dà affatto per concluso l’iter presso le istituzioni europee, come pure la proiezione temporale del commissario all’Economia Paolo Gentiloni il quale tende a ritenere il mese di aprile 2021 quale momento conclusivo. Come si vede, siamo ben lontani dall’affresco dipinto da alcuni media all’insegna dei colori rosei di certa propaganda.

 

Anche questo contribuisce a generare più di una perplessità sullo scadenzario politico che si è data la maggioranza di governo, dando per scontata una inamovibilità dello scenario – parlamentare e di governo – sino al 2023. Non è credibile che per i prossimi mille giorni ci si possa continuare a comportare come si è fatto finora.

 

 


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