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08/08/20 ore

La scellerata politica della restaurazione che porta al caos


  • Luigi O. Rintallo

A dispetto della sequenza numerica che in Italia conta le “repubbliche” in base ai cambiamenti di sistema di voto, per cui dalla seconda del bipolarismo maggioritario saremmo passati alla terza delle coalizioni post-voto dell’ibrido modello attuale, in realtà siamo ancora nel pantano dei liquami prodotti dalla dissoluzione della prima repubblica fondata sui partiti del post-Yalta. Il problema è che le classi dirigenti affondano in queste sabbie mobili e non dimostrano alcuna vera cognizione dello stato in cui il Paese si trova.

 

Tant’è vero che, anche di fronte all’evidenza della crisi che si trascina almeno da venticinque anni, con il suo portato di crescita asfittica e fragilità sistemica ben manifesta dalle crepe apertesi nei rapporti tra le istituzioni, esse persistono tetragone nel riproporre le loro risposte fondamentalmente restaurative - come ripete il direttore di Quaderni Radicali e Agenzia Radicale Giuseppe Rippa -, nell’illusione di difendere a oltranza interessi ormai in palese contrasto con le condizioni generali sia interne che internazionali.

 

Lo si vede anche nelle odierne circostanze, con gli effetti devastanti provocati dalla diffusione del virus cinese sulla struttura sociale ed economica. Su fronti diversi – dalla politica all’economia e all’informazione – registriamo l’evidenza di un idem sentire caratterizzato dalla riproposizione di schemi, modelli interpretativi e assetti di potere accomunati dalla convinzione, a nostro avviso del tutto infondata, che si possano sostanzialmente conservare le modalità di gestione del passato.

 

Se consideriamo, ad esempio, le indicazioni prevalenti nel dibattito politico notiamo come sia in atto un formidabile attacco rivolto contro i principi liberali, per sostenere un interventismo pubblico che si colloca in realtà sulla scia dell’invadenza pervasiva da considerarsi la causa prima della compressione subita dalla società italiana.

 

Se ne è fatto promotore esplicito Goffredo Bettini, da molti considerato in qualche modo lo stratega dell’alleanza oggi al governo del Paese. La soluzione indicata muove dall’attribuire al liberalismo le degenerazioni della finanziarizzazione globale: un espediente fuorviante, dal momento che essa è tutto fuorché ispirata da criteri liberali.

 

Il cosiddetto turbocapitalismo finanziario, potenziato dal globalismo delle multinazionali del digitale, è piuttosto l’espressione di un indirizzo fondamentalmente autoritario teso a ridurre gli spazi della democrazia partecipata. 

 

Una volta imposta questa lettura deformata, è poi facile innestare una finta polemica contro la pretesa deriva liberista. Peccato che in Italia questa non abbia mai avuto modo di manifestarsi, rimanendo piuttosto vero che il nostro Paese è stretto dai vincoli corporativi e dalla presenza invasiva e bloccante di apparati burocratici e sindacali. Pensare di impostare l’ipotesi di un suo rilancio consegnandolo alla gestione di questi apparati, è come legargli una pietra al collo prima di spingerlo nel fiume.

 

In questo senso, l’impostazione prevalente presso i partiti della maggioranza attuale – con il M5S che si rivela come la proiezione costruita a tavolino del processo restaurativo – è quanto mai contrastante con le necessità reali emergenti dall’attuale contesto.

 

Sul piano economico ne deriva la continuità col passato, contraddistinto dall’incremento del debito pubblico allo scopo di anestetizzare la società a colpi di assistenzialismo.  Una strategia che pregiudica irrimediabilmente le possibilità di sviluppo e investimento, per privilegiare una redistribuzione di risorse di fatto improduttiva e destinata a provocare uno sconquasso sociale, nel momento in cui ai disoccupati cronici si aggiungeranno anche quanti saranno estromessi dal circuito commerciale e imprenditoriale perché impossibilitati a durare per le politiche anti-impresa adottate

 

In tale situazione, assistiamo intanto da parte dei grandi protagonisti della finanza nostrana a un generale riassetto delle posizioni con FCA di Elkann, sostenuta da Banca Intesa, mentre in Mediobanca si profila la scalata di Del Vecchio.

 

Anche questi sono segnali di un processo restaurativo, che mira a preservare un controllo più stringente sull’informazione quale strumento di condizionamento nelle scelte e che evidentemente fa le sue mosse in vista di una ricollocazione entro gli equilibri internazionali.

 

Resta da vedere quanto risulteranno efficaci tali risistemazioni, se di qui a qualche mese gli effetti della crisi in atto minacceranno la stessa coesione sociale e territoriale. Il timore è che l’avvitamento delle classi dirigenti e politiche finisca per portare a un immobilismo inerte, cosicché finisca per determinarsi una condizione di caos insostenibile per il Paese.

 

 (disegno da italiaeilmondo)

 

 


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