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27/05/20 ore

Sospesa anche la Democrazia fittizia


  • Luigi O. Rintallo

La situazione determinata dall’epidemia del virus cinese ha fatto emergere come l’anomalia dell’Italia non riguarda soltanto il primato delle vittime, ma anche la condizione del suo assetto politico-istituzionale.

 

Non sono pochi gli osservatori, di vario orientamento, che riconoscono in quanto è accaduto i segni di disgregazione dei fondamenti democratici. “Democrazia sospesa” è una locuzione oramai ricorrente, che è stata evocata più volte anche nel recente passato a proposito di altre occasioni – dalla crisi per lo spread alle lunghe transizioni gestite da governi tecnici (Dini, Monti) – e che trova le sue radici nella lunga pratica consociativa della prima Repubblica.

 

Negli anni ’70, il consociativismo imperniato sul patto tra Dc e Pci fu sancito coi governi Andreotti dell’unità nazionale e poteva contare sul consenso di oltre il 70% dei votanti. Nella strategia che lo sottendeva, tuttavia, era presente una tabe autoritaria: concepiva quell’alleanza come l’incontro tra le forze sociali e politiche “migliori” del Paese e pertanto escludeva chi vi si opponeva, relegandolo in un ruolo non solo marginale ma addirittura delegittimandolo sul piano politico.

 

Da questo punto di vista, come evidenziato dall’analisi del Partito Radicale di Marco Pannella (cfr. la Peste italiana), si realizzava una continuità fra “democrazia consociativa” e regime ante-guerra, all’insegna di una comune volontà egemonica di fatto estranea alla democrazia conflittuale delle società aperte.

 

Questo substrato culturale permane ancor oggi e ha determinato le ripetute lacerazioni dei rapporti politico-istituzionali. Al contrario di cinquant’anni fa, in termini di rappresentatività, non conta più su consistenti basi elettorali ed assume tratti sempre più insostenibili dal punto di vista della dialettica democratica.

 

L’alleanza stretta fra gli eredi del consociativismo Dc/Pci e il Movimento 5 Stelle ha complicato ulteriormente la situazione politica, dal momento che da un lato conserva la pregiudiziale egemonica e – dall’altro lato – promuove politiche che appaiono ai più quanto meno inidonee se non controproducenti rispetto alla crisi in atto.

 

La ragione di ciò risiede nel fatto che la classe politica – delle forze di maggioranza, ma non solo perché lo si può riscontrare anche nell’opposizione – è sostanzialmente consegnata a una condizione di subalternità rispetto sia agli apparati burocratico-corporativi, sia al condizionamento dei soggetti finanziari che presiedono alle scelte economiche in sede europea. È una subalternità di natura elettorale e finanche psicologica che, all’esame empirico dei problemi per ricercare soluzioni, antepone l’interesse immediato in termini di consenso e di successo personale.

 

Che oggi un commentatore alieno da faziosità come Luca Ricolfi possa affermare che lo stesso stato d’emergenza, a fine gennaio, fu dichiarato “semplicemente perché era una occasione formidabile per assumere i pieni poteri”, dà il segno della spregiudicata strumentalità con la quale i cittadini devono confrontarsi. Purtroppo i “pieni poteri” hanno finora prodotto una superfetazione di decreti e ordinanze, senza dare alcun vero contributo alla soluzione dei problemi scaturiti tanto dall’emergenza sanitaria, quanto da quella economica.

 

Alle centinaia di miliardi evocati ogni sera nelle dirette tv corrisponde nella realtà concreta un prontuario con infinite condizioni per accedere ai prestiti delle banche, oltre al dato drammaticamente oggettivo che dopo quasi due mesi nemmeno un euro è stato trasferito a sostegno delle attività economiche compromesse dal blocco.

 

Può dunque apparire paradossale che, mentre il governo si comporta in questo modo, impantanando nel ginepraio delle “condizionalità” la possibilità di accesso agli aiuti economici degli Italiani in difficoltà, lo stesso dia mostra di ingaggiare chissà quale aspro confronto con l’UE allo scopo di ottenere fondi che prescindano dagli obblighi dal Mes. Un altro modo per dirottare su altri – in questo caso i “cattivi” non sono gli amministratori locali della Lombardia, ma gli Stati dell’Europa del nord – le colpe della gravissima congiuntura nella quale si dibatte il Paese. 

 

Del resto sarebbe da ingenui aspettarsi dal governo Conte quella “campagna di verità” così tanto necessaria al Paese, dal momento che ciò comporterebbe l’ammissione che le scelte fatte dalle forze che lo sostengono sono contrastanti col superamento della crisi di stagnazione in cui da tempo versiamo.

 

A cominciare dall’aver compresso la crescita del Pil con politiche fiscali depressive e aumentato il debito con spese spesso assistenziali e improduttive.

 

 


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