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29/03/20 ore

Scenari politici italiani sempre più preoccupanti


  • Luigi O. Rintallo

Alla fine di agosto 2019, quando si vara l’accordo tra M5S e PD di sostegno al secondo governo Conte, gli osservatori si interrogavano su quale delle due forze politiche avrebbe assorbito o condizionato l’altra.

 

Cinque mesi fa, Matteo Renzi non aveva ancora condotto a termine la scissione di Italia Viva e, pertanto, si era portati a credere che i più esposti a un ridimensionamento dei propri spazi sarebbero stati i pentastellati. Oggi, la situazione risulta alquanto più problematica e si vanno delineando scenari che accentuano i rischi sia della frammentazione e sia dell’arretramento complessivo del Paese.

 

Sono almeno tre i versanti che manifestano punti critici di sfaldamento e cedimento.

 

Il primo riguarda la natura dei partiti protagonisti della dialettica politica interna. Il dimezzamento dei consensi per il M5S registrato alle elezioni europee e l’esclusione di fatto dalla competizione nelle regioni dove si è votato sono all’origine della sua crisi, culminata con le dimissioni da capo politico di Luigi Di Maio.

 

Tuttavia, del voto per il Parlamento europeo Grillo ha dato una lettura che contraddice l’evidenza dell’espressione popolare: il suo esito deludente veniva dopo una campagna all’insegna della contestazione del partner di governo di allora – la Lega – , nonché dall’adesione al mainstream del “politicamente corretto”.

 

Anziché prenderne atto, il fondatore del M5S ha virato nel senso opposto al recupero dei consensi perduti proprio a causa di quel tipo di campagna e ha promosso l’alleanza con il PD, a partire da una solenne investitura del premier Giuseppe Conte. Una scelta che ha contribuito a scuotere gli equilibri interni e a indebolire la figura di Di Maio, il quale con le dimissioni alla vigilia del voto regionale si predispone a svolgere un ruolo da capo corrente con la prospettiva di voler riprendere il controllo della situazione in tempi ravvicinati. 

 

D’altro canto pare evidente che nel M5S, in contrasto con Di Maio, si muove lo schieramento che si riconosce nel presidente della Camera, Roberto Fico, e nel ministro dello Sport Spadafora:  costoro, sostenuti nemmeno tanto indirettamente da Grillo stesso, puntano a rafforzare la coesione con il PD di Zingaretti e a costituire una sorta di federazione nel segno delle politiche enunciate durante il raduno in abbazia dal segretario presidente della Regione Lazio: ecologismo e stanca riproposizione del mix fatto di assistenzialismo e tassazione, che caratterizza dagli anni ’70 le scelte della sinistra post-comunista. Indicazioni quanto mai inidonee a risollevare dalla stagnazione e dallo scoraggiamento serpeggiante nel Paese. 

 

Tardi epigoni del consociativismo che ha contraddistinto il governo dell’Italia nei decenni scorsi, le forze che si amalgamerebbero in questo impasto hanno in comune il fatto di rimanere estranei a un approccio di stampo liberale e riformatore. E qui si pone la questione del ruolo del PD in tale difficile fase politica: aprendosi all’abbraccio coi 5Stelle, ha pregiudicato ogni possibile evoluzione positiva regredendo su posizioni di oggettiva subalternità al sistema di corporazioni e apparati che detiene nei fatti il potere reale.

 

Lo si vede innanzi tutto sulla giustizia, dove si è piegato totalmente alla deriva giustizialista; oppure nell’accondiscendenza al vero sovranismo di fatto praticato dal duopolio franco-tedesco, primo responsabile dell’affossamento della visione di federalismo europeo. In questo senso, il ruolo del PD appare sempre più imbarazzante e di effettivo ostacolo al rilancio di una politica riformatrice. Né l’iniziativa promossa da Renzi o Calenda sembra possedere i requisiti per realizzare un’inversione di tendenza.

 

Un secondo versante di criticità s’individua nel sistema istituzionale, che minaccia di trovarsi in un difficile groviglio di condizionamenti capace di determinare effetti imprevisti. Il cedimento alla demagogia grillina sulla riforma costituzionale della sola riduzione dei parlamentari, senza alcun intervento teso a rafforzare la capacità di governo, rappresenta l’ennesima spallata contro la partecipazione dei cittadini e la reale rispondenza ai criteri e ai metodi democratici.

 

Dopo tre voti contrari, al solo scopo di compattare il Conte-bis, il PD ha mutato – senza pudore – il suo giudizio e varato una riforma insensata, la cui risibile giustificazione risiede solo nel risparmio di spesa ma che, nei fatti, lascia irrisolti i problemi e crea pericolosi vulnus nel senso di una deriva anti-parlamentare e tecnocratica. Per non parlare della scoperta pretesa di scegliere il futuro Capo dello Stato, contrapponendosi ai partiti di minoranza, in spregio al ruolo di garanzia che egli dovrebbe rivestire e – soprattutto – ben consapevoli di farlo non disponendo della maggioranza dei consensi nell’elettorato. Sono tutti colpi che lasceranno un segno sulla tenuta del nostro sistema istituzionale.

 

Infine, ma per certi versi ancor più preoccupante, va segnalato il profilarsi di una faglia divisiva nel Paese che investe tanto le scelte economiche di fondo, quanto addirittura la sua stessa integrità territoriale. Con il delinearsi di un polo PD-5Stelle, pesantemente condizionato dalle istanze e dalle richieste provenienti dal Sud del Paese, portato ad assecondarle in termini di assistenzialismo, si rischia davvero di allargare il divario fra le due aree dell’Italia e di porre le premesse per scenari secessionistici, così come si è verificato nei Balcani (Repubblica Ceca e Slovacchia oppure nell’ex Jugoslavia).

 

(immagine di Kadriya Gatina)

 

 


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