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14/12/19 ore

Conte 1 - Conte 2 e i rischi dei nazionalismi


  • Silvio Pergameno

Certo un precedente del Consiglio che succede a se stesso e con una maggioranza diversa, anzi opposta a quella precedente è un fatto singolare; ma, a ben vedere, meno sconvolgente di quanto può apparire a prima vista; è infatti assai più sconvolgente l’esito delle recentissime elezioni in Umbria, dove a una cinquantennale maggioranza di sinistra è succeduta una maggioranza di centro destra nell’ambito della quale la componente salviniana si è ormai decisamente affermata.

 

E affermata nonostante i più recenti fatti politici avessero rivelato una rapida, ma molto significativa, battuta di arresto – non ci azzardiamo a parlare di sconfitta- non tanto della destra e meno che mai di Salvini (ovviamente), ma dell’ipotesi di evoluzione politica che si era configurata nel quadro dei risultati delle elezioni politiche dello scorso anno.

 

All’esito delle elezioni dello scorso anno era infatti seguita la formazione del governo Conte-1 con la fiducia dei vincitori delle elezioni. Giuseppe Conte: ha fatto prima un governo con gli altri vincitori delle elezioni, cioè sostenuto anche dalla Lega, e poi un governo senza la Lega; e che per la Lega si sta rivelando una vittoria e non una sconfitta, in quanto a molti cittadini essa indica una svolta rispetto al passato molto più decisiva (ad esempio di Berlusconi e Forza Italia).

 

Il fatto è che per capire bene il significato politico dei governi Conte occorre tener presente la rivoluzione avvenuta nel quadro politico generale del paese. Sono scomparsi i partiti della cosiddetta “prima Repubblica” e la transizione verso una “seconda Repubblica” si sta rivelando un fatto complesso, proprio perché con la DC, il PCI, il PSI e i cosiddetti partiti minori hanno perduto peso anche le idee, le prospettive, le proposte, che essi sostenevano e gli interessi che cercavano di soddisfare.

 

Ragion per cui oggi ci troviamo in un momento storico politico le cui connotazioni sono tutte da capire (prima ancora che da valutare). Facciamo un esempio. Salvini è partito dicendo: usciamo dall’euro, usciamo dall’Europa; ma adesso dice che non vuole uscire dall’euro e dall’Europa. Facile, certo; ma ne viene fuori un percorso inconcludente, perché accettare l’Europa significa proprio contestare il sovranismo (1). 

 

E l’Unione Europea trova origine proprio nella necessità di contrastare lo stato come titolare della sovranità assoluta e totale, che si è realizzato nell’epoca moderna, con sostanziale riferimento alla persona del sovrano e che raggiunse il massimo splendore nella Francia di Luigi XIV, il famoso “Re Sole”. La Rivoluzione del 1789 aggredì questo potere sovrano e la decapitazione di Luigi XVI segnò la fine del potere del sovrano in Francia.

 

La sovranità (ormai senza sovrano) appartiene al popolo (come si legge nella nostra costituzione) o, meno genericamente, si dovrebbe dire alla nazione; il popolo ai tempi del re era un popolo di sudditi, legati tra loro dalla comune fedeltà al re.

 

La nazione è il nuovo legame, quando i sudditi diventano cittadini, hanno conquistato la libertà… però cittadini con il servizio militare obbligatorio, con le tasse da pagare, con l’obbligo di andare a scuola… e ricordo che al tempo dei miei vent’anni tanti vecchi di allora (specialmente nelle campagne) ricordavano che i loro genitori e i loro nonni dicevano che al tempo dei... vecchi re si stava meglio e questi anziani degli anni quaranta e cinquanta abbassavano la voce se gli ... capitava….. di parlare del vecchio re (Vittorio Emanuele III).

 

Ma - per tornare al tempo nostro e alla discussione sull’integrazione europea, favorevoli e contrari, oggi si rileva che è emerso un nazionalismo nuovo, un nazionalismo che non è più quello espansionistico della competizione aggressiva del secolo passato (Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera di ieri, 15 novembre), ma un nazionalismo per così dire di rifugio, ispirato da un’idea di difesa: la nazione va salvata restituendo allo stato i poteri che ha perduto per la necessità di far fronte agli aspetti dannosi della mondializzazione, quando le fabbriche chiudono senza che si sappia perché, oppure se ne vanno dall’Italia e la disoccupazione aumenta.

 

Ora la mondializzazione ha aperto un mercato mondiale, aprendo le vie al superamento dei nazionalismi guerrafondai, un accadimento di enorme portata, che, come tutti i grandi rivolgimenti che la storia registra, sono contornati da fatti, anche altamente, negativi, come quelli altamente innanzi ricordati, e – altre considerazioni a parte, sulle quali questa Agenzia è più volte tornata – certi poteri sono migrati verso un riferimento europeo (e altri sono destinati a  migrare) – proprio perché gli stati nazionali europei sono troppo piccoli e troppo deboli per esercitare fruttuosamente quei poteri necessari ad affrontare i lati negativi che si verificano nel processo di mondializzazione. 

 

C’è un interessante saggio di Juergen Habermas (il cui titolo in italiano è “Dopo lo stato nazionale”, del quale esiste una traduzione francese, pubblicata da Fayard), nel quale il profondo pensatore tedesco dà atto del fatto che nello stato nazionale si è raggiunto un compromesso con le nuove esigenze sociali e si è creato lo stato sociale, con le sue regole, che però sono limitate nell’ambito territoriale dello stato stesso, mentre il capitalismo globalizzato opera al di sopra degli stati nazionali Si render perciò necessario creare un potere sovranazionale, conclude Habermas, al fine di poter salvare le conquiste già realizzate nello stato nazionale… 

 

Una nota di copertina chiarisce che tra euroscettici (che affermano la perennità dello stato nazionale) e euroliberali (contenti di un’Europa del Gran mercato) ci sono i federalisti europei, che rivendicano sia l’apertura delle frontiere che la formazione di uno spazio politico integrato a scala europea, per alzare il potere politico all’altezza della nuova potenza economica, con una finalità di contrappeso: e Habermas è di questi ultimi. Come si ritiene anche chi scrive, convinto della versione “ordoliberale” di Luigi Einaudi.

 

Senza dimenticare l’assoluta necessità di superare le logiche terribili del nazionalismo espansionistico e aggressivo della prima metà secolo passato, che proprio in queste ambizioni trovava una componente fondamentale di propaganda e di consenso a un regime che sacrificava le conquiste della libertà. E così riusciva a far accettare persino le guerre.

 

 

(1) La crisi del Sacro Romano Impero comincia a emergere nel secolo XII e la volontà di autonomia dei nuovi stati si esprimerà nella formula: “ Rex, superiorem non recognoscens, in regno suo est imperator”, latinetto medioevale, ma oltremodo significativa, formulazione di un concetto che si riferiva alla persona del rex in contrapposizione a quella dell’imperator, il cui potere cominciava ad avviarsi verso una crisi irreversibile, fino a ridursi, secoli dopo, a un mero attributo. 

 

 


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