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23/01/20 ore

Caso Sallusti, fra libertà d'informazione e diffamazione


  • Andrea Spinelli Barrile

 Il "caso Sallusti", che in questi giorni è giustamente centrale nel dibattito sui media, sta rischiando una deriva intellettuale, politica e legislativa che andrebbe frenata. Il primo problema sta nel fatto che, nella faciloneria tipicamente italiana, il legislatore potrebbe alla fine essere portato ad abrogare completamente il reato di diffamazione a mezzo stampa.

 

Un punto fermo, chiaro, ancora non emerso pienamente nei commenti alla clamorosa condanna a 14 mesi di reclusione per il giornalista, è che la diffamazione a mezzo stampa in ogni caso va punita, anche se come reato da Codice Civile, non Penale, così come accade in tutti gli atri paesi di civiltà democratica. A meno che lo stesso non ne implichi altri come, ad esempio, l'istigazione a delinquere, fattispecie questa che non riguarda comunque il caso Sallusti; così come non si può parlare per il caso-Sallusti di reato d'opinione. Dreyfus, infatti, non ha commesso un reato d'opinione ma ha scritto qualcosa di falso, che è diverso (non più, o meno, grave ma semplicemente diverso).

 

In materia di diffamazione, nel 1973 i Radicali chiesero, nell’ambito degli "Otto referendum contro il Regime", "la soppressione di norme intollerabilmente anacronistiche, illiberali, spesso odiose e ridicole", cioè la legge 47 del 1948 che introdusse il "cumulo necessario" tra la pena pecuniaria e quella detentiva per la diffamazione a mezzo stampa, paradossalmente inasprendo le già esistenti norme regolate dal codice Rocco, partorito nel 1930.

 

Nel 2005 arrivò la legge cosiddetta ex-Cirielli (appoggiata in toto da Sallusti), che impedisce la sospensione delle pene inferiori a tre anni in caso di recidiva. Poi, pochi giorni fa, il papocchio finale con la magistratura che ha fatto "semplicemente rispettare la legge. A cambiarla deve pensarci il legislatore"; cosa questa certamente, ma pretestuosamente, vera.

 

Ci sono poi problematiche legate alla lentezza di un processo che ha impiegato anni (l'articolo è del 2007) per decidere se quanto scritto da Dreyfus fosse diffamatorio oppure no, ma anche l'ipocrisia di chi oggi difende Sallusti dall'interno di un partito politico che ha depositato un disegno di legge che prevede il carcere per i reati d'opinione dei blogger.


Commenti   

 
0 #4 Coro Cosimo 2012-10-08 23:59
“Sentenza della Cassazione conferma un licenziamento per diffamazione al capo”
Secondo me non è giusto definire reato di diffamazione lo sputtanamento delle nefandezze del capo imbecille, altrimenti la Legge fa il suo gioco e 'sti individui se ne fanno un'arma.. nel senso che "posso fare tranquillamente il porco tanto poi nessuno mi chiederà mai conto". All'occorrenza bisognerebbe entrare nel merito dei fatti e se non veritieri considerare soltanto il reato di calunnia. C’è la necessità di creare un scudo legale contro la sindrome dello schettino, così la chiamo io.
Io ho scritto la mia esperienza con la stupidità dei miei ex direttori, è online da oltre 2 anni e stranamente nessuno si è mai fatto avanti ad avanzare pretese nei miei confronti. Leggi tutto: http://www.montemesolaonline.it/Laterizi.htm
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0 #3 JD 2012-09-30 09:25
@giuliano: La Stampa pubblicò la notizia come gli era stata narrata da un medico, ma subito dopo, quando vennero meglio appurati i fatti, pubblicò una rettifica con la corretta ricostruzione della vicenda. dreyfus e Libero invece ne scrissero, riportando la prima versione, quando già si sapeva come erano realmente andati i fatti, e non pubblicarono mai una rettifica.
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0 #2 Giuliano 2012-09-29 18:01
Resta sempre un mistero perché uguale procedimento non ha interessato anche "La Stampa", che per prima pubblicò la notizia nei termini inesatti della "costrizione" all'aborto della ragazza tredicenne. Chissà perché l'articolo di Grazia Longo non ha condotto a pene detentive, visto che sempre il falso sosteneva. Vedi link:

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search¤tArticle=DHGYL
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0 #1 Maurizio Navarra 2012-09-29 11:22
Vabbé! Resta da vedere per quale marchingegno si possa passare da una pena pecuniaria a una pena detentiva e come si possa giudicare il direttore di un giornale "persona pericolosa" ... a Roma si dice "Ma de che?"
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