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06/12/19 ore

Il profilo di una democrazia incerta


  • Luigi O. Rintallo

Di fronte a un governo non commentabile (né, per come si è formato, commendabile), se non altro per come in economia pensa di intraprendere la politica di aumento del deficit che fino a ieri si contestava al governo gialloverde, è preferibile adottare il comportamento che auspichiamo per tagliare le unghie a una burocrazia invadente e paralizzante: occuparsi solo del controllo di legittimità, anziché di quello di merito.

 

Se consideriamo il percorso per giungere alla costituzione del secondo governo Conte, scopriamo che stenta a soddisfare il rispetto delle indicazioni previste dall’iter delle crisi politiche, dal momento che  in più di un passaggio significativo se ne è discostato. Ed è proprio per questo che si è potuto assistere alla farsa di un premier che succede a sé stesso, oltre che alla scena ridicola dello scambio di campanella fra un sottosegretario e un altro.

 

Qualcuno potrebbe obiettare che, nell’Italia repubblicana, non è la prima volta che la stessa persona siede consecutivamente alla guida del governo, senza soluzione di continuità né tanto meno un passaggio elettorale. Tuttavia, gli atti formali che hanno portato alla riconferma di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi presentano aspetti di esclusività non rinvenibili in passato.

 

Giuseppe Conte presiede, infatti, un governo con ministri di un partito che sino al giorno prima si opponeva al suo precedente dicastero. È una condizione che non si è verificata nella lunga sequenza di ministeri a maggioranza variabile della prima Repubblica.

 

Non capitò ai governi Rumor succedutisi prima fra il dicembre 1968 e l’agosto 1970 e poi fra il 1973 e il 1974, che non si trovò certo a governare con il MSI o il PCI; né a Spadolini nel 1982, che presiedette addirittura due governi fotocopia o a Craxi, che formò il suo secondo dicastero in seguito a un voto di sfiducia su un decreto relativo alla finanza locale, ma sempre con gli stessi partiti del primo.

 

Per quanto riguarda la cosiddetta seconda Repubblica, abbiamo i casi dei governi Berlusconi D’Alema: il primo, dopo l’esito negativo delle Regionali del 2005, varò un governo di fine legislatura con la stessa maggioranza; il secondo realizzò un rimpasto nel dicembre 1999, ma senza coinvolgere formazioni che gli si erano apertamente opposte in Parlamento.

 

L’unicità del secondo governo Conte si è potuta realizzare anche in seguito a una non puntuale esecuzione di tutti i passaggi procedurali. All’annuncio da parte della Lega della presentazione di una mozione di sfiducia, questa non è stata posta all’ordine del giorno della discussione in Parlamento (Camera o Senato). Al suo posto vi è stata un’audizione al Senato del premier Conte, il quale al termine del suo discorso ha annunciato che avrebbe rimesso il mandato nelle mani del Presidente della Repubblica.

 

A questo punto, il Capo dello Stato poteva scegliere fra tre opzioni: respingere le dimissioni e rinviare il premier alle Camere; incaricare altra persona di formare un nuovo governo; sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni. Se avesse scelto la prima, il Parlamento si sarebbe dovuto esprimere sul primo governo Conte e ci sarebbe stata, probabilmente, la convergenza della Lega con le opposizioni nel voto di sfiducia.

 

Dopo di che, sarebbe stato ben difficile a Giuseppe Conte riottenere l’incarico e si sarebbe evitata la pantomima cui abbiamo invece assistito: anche ammesso che la trattativa fra PD e M5S si fosse conclusa positivamente, per lo meno avrebbe dato vita a un governo con un altro Presidente del Consiglio. E lo stesso sarebbe accaduto qualora dal Quirinale si fosse scelta la seconda opzione, incaricando un’altra figura.

 

Il Quirinale, invece, ha scelto una quarta opzione: concedere tempo alle forze politiche perché ricercassero una nuova maggioranza e, quando da M5S PD è pervenuta la concorde indicazione di Conte quale premier, gli ha affidato l’incarico di costituire il nuovo governo. In tal modo si è tolta trasparenza alla dialettica politica e si è aggiunta l’ennesima anomalia che fa sempre più dell’Italia una democrazia dai contorni incerti, che inquieta per le sue manifeste deformità.

 

 


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