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14/10/19 ore

Crisi italiana e crisi europea nel contesto mondiale


  • Luigi O. Rintallo

Mentre bizantinismi e liturgie della “costituzione più bella del mondo”, come incrostazioni decennali nei tubi, intasano lo sbocco della crisi politica in atto in un malsano gorgoglio di velleità e furbizie da magliari, si ha il tempo di fare qualche considerazione sia sulle scelte che distinguono i vari orientamenti, sia sulle prospettive strategiche presenti sullo scenario non solo nazionale.

 

Bisogna partire da queste ultime per cercare di definire meglio il contesto nel quale ci troviamo. Il 2016 è ormai considerata la data che fa da discrimine: è l’anno del referendum sulla Brexit e dell’elezione di Trump alla Casa Bianca.

 

Sono questi due eventi che segnano un prima e un dopo rispetto al quarto di secolo contraddistinto dalla ipotesi globalista e digitale, persuasa di possedere potenzialità irresistibili e illimitate. La curva discendente, mai davvero invertita, iniziata con la crisi del 2008 ha cambiato le carte sul tavolo e da quel momento si è assistito a un riposizionamento generale. La demolizione delle certezze consolidate dei ceti medi nei Paesi sviluppati, con l’emersione di aree di disagio sempre più ampie, ha fatto calare il consenso per le forze politiche che sull’ipotesi globalista avevano puntato, mentre un po’ ovunque si è assistito a uno spostamento verso le posizioni cosiddette sovraniste.

 

A seguito di ciò, sono andate definendosi anche i diversi approcci da parte dell’Europa continentale e dell’area anglo-americana, che dopo il 2016 hanno cominciato a divergere in modo vistoso. L’UE è così andata mutando in un direttorio franco-tedesco, che ha poco a che vedere con l’idea di Europa federale facendo persino rimpiangere il grado di coesione dell’antica Comunità europea. Per di più, su impulso della Francia è andata manifestandosi una velleità di sganciamento dai partner tradizionali dell’Occidente, per provare a giocare un autonomo ruolo di sponda rispetto agli altri grandi protagonisti della scena mondiale come Cina e Russia. Il che avviene in una condizione di ambigua promiscuità, che ben poco si preoccupa delle derive autoritarie presenti nel quadrante asiatico.

 

È evidente che tale opzione è apparsa ai suoi promotori come un modo per proseguire la tradizionale politica volta a fare del continente europeo il terzo attore mondiale fra America ed Asia. Tuttavia, non paiono esserci le condizioni perché ciò non risponda per l’appunto a una forma di velleitarismo assai poco meditato. Tanto più che i contrasti commerciali via via scoppiati nell’ultimo periodo cominciano a far sentire i loro effetti, arrestando per esempio la locomotiva tedesca ed esponendo tutti gli altri Stati europei a rischi recessivi.

 

Per quanto riguarda il nostro Paese, esso vive una profonda divisione interna tra due orientamenti a loro volta attraversati da contraddizioni irrisolte. L’establishment e le élites dominanti, che politicamente trovano espressione in quello che viene definito il “partito del Quirinale” (che non coincide necessariamente con il presidente),  sembrano maggiormente attratti dal disegno strategico dell’Eliseo, forse convinti che in tal modo gli interessi di cui sono portatori siano maggiormente tutelati.

 

Con il voto a favore della presidente della Commissione europeaUrsula von der Leyen, anche il Movimento 5 Stelle ha aderito a questo indirizzo, confermato del resto anche dall’apertura verso la Cina con i trattati sulla Via della Seta sottoscritti dal governo Conte. Pur tuttavia, la base sociale di riferimento come pure il PD che ha scelto da solo l’attuale Presidente della Repubblica, iniziano a percepire che un appiattimento “europeista” e non “federalista-europeo”, improntato al rigore finanziario ammazza-crescita, favorisce in realtà la frantumazione della società.

 

Uguali dubbi, incertezze e perplessità si riscontrano nell’orientamento cosiddetto sovranista, laddove la Lega che più di altri partiti ne è espressione presenta nodi irrisolti, a cominciare dalla sterilità delle sue iniziative sul piano del confronto con gli altri Stati europei e dal confuso rapporto nei confronti della Russia di Putin, che pregiudica la trasparenza delle sue intenzioni a livello internazionale.

 

Stando così le cose, la crisi in corso minaccia di aggrovigliare ancor di più il gomitolo della politica italiana, da troppi anni ridotta a uno stato di minorità rispetto alle derive corporative e alle interessate influenze dei soggetti finanziari che hanno cavalcato l’ondata dell’anti-politica attraverso il controllo della “narrazione” proposta nel circuito mediatico.

 

 


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