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14/10/19 ore

Con il giustizialismo non si combatte l’antipolitica populista


  • Luigi O. Rintallo

“Bisogna difendersi nel processo e non dal processo”: un’affermazione apodittica, ma che nella società odierna, imperante il circo mediatico-giudiziario, diventa quasi uno sberleffo irriverente. A confermarlo, ultimo di una serie quasi trentennale, il caso dell’inchiesta nella quale è coinvolto il sottosegretario Siri e che scuote in queste ore la maggioranza 5Stelle-Lega.

 

La pubblica accusa ha appena inviato gli avvisi di garanzia, che già le prime pagine dei quotidiani avanzano ricostruzioni dove si parla di “Onda lunga della mafia” sulla Lega e imbastiscono interviste con magistrati – estranei all’inchiesta in corso – che interpretano la salvaguardia dei principi garantisti come un “pizzino” inviato ai mafiosi per dichiarare una disponibilità ad essere collusi con loro. 

 

Per chi proviene da una cultura liberale, è inevitabile constatare che in questo modo si fa strame dello Stato di diritto nel nostro Paese e si stanno distruggendo anche le possibilità di contrastare la deriva anti-democratica ed autoritaria che da tempo minaccia il nostro assetto politico ed istituzionale.

 

Il plateale uso politico dei procedimenti giudiziari ha finito, infatti, per minare la terzietà della magistratura facendole perdere il suo ruolo specifico di ultimo baluardo a difesa dal sopruso patito dal più debole. Che su ogni inchiesta possa manifestarsi il dubbio della strumentalità non è certo un bene, così come non è nemmeno consolante che al termine dei processi spesso le accuse risultino sovradimensionate o addirittura destituite di fondamento com’è di recente accaduto sia a Roma che altrove.

 

Ma al di là delle vicende processuali in corso, che per l’appunto essendo ancora ai pallidi esordi devono attendere per essere valutate, qui colpisce come da parte dei giornali di riferimento dell’opposizione di sinistra (in particolare «la Repubblica» stranamente in gara con «il Fatto Quotidiano») si pensi di contrastare la Lega attraverso il suo accostamento alla mafia, enunciato aprioristicamente.

 

Il fatto poi che molti esponenti politici si mettano sulla scia della campagna giornalistica, la dice lunga sulla debolezza della loro posizione in termini di strategia e di proposte. Per insufficiente cultura liberale, si potrebbe concludere, si incorre sempre negli stessi errori: vale a dire, non si costruisce alcuna valida alternativa all’anti-politica e al populismo dalla quale ha trovato alimento l’attuale stagione. 

 

Che una rigorosa difesa delle ragioni dello Stato di diritto sia la via maestra per contenere la frana in senso autoritario, è inoltre dimostrato dall’esito deludente avendo invece adottato il metodo del giustizialismo a buon mercato. La corruzione non si è certo ridotta e la stessa lotta alla criminalità organizzata, attraverso leggi speciali e pentitismo, ha visto per lo più scarcerare i responsabili dei delitti (compresi gli assassini di Falcone e Borsellino) e distorcere le procedure, sino al punto di costruire un apparato normativo che apre a forme di arbitrio incontrollato.

 

Perseverare in questa direzione significa, dunque, offrire una sponda proprio alla retorica del falso cambiamento, evocato dalle forze oggi al governo, dal momento che allontana ogni ipotesi di intervento volto a ridare spazio alla partecipazione e alle riforme che servono al Paese. 

 

(vignetta da it.paperblog.com)

 

 


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