Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.

12/11/19 ore

Penati e il “sistema Sesto”, errata corrige: perché “il fatto non sussiste”


  • Antonio Marulo

È da Mani Pulite che in Italia vige in pratica la presunzione di colpevolezza, per cui si sbatte il mostro in prima pagina e si procede al giudizio sommario mediatico-giudiziario che rovina vite private e stronca carriere politiche e non, in attesa che il tempo compassato della “giustizia” si compia, magari – chissà - con una sonante assoluzione. Non si contano, infatti, esempi del genere dai tempi gloriosi del Pool dipietrista ai giorni nostri, cosicché la vicenda di Penati sul sistema tangentizio di “Sesto”, conclusasi col fatto che non sussiste, rappresenta solo l’ennesimo caso di specie che non fa nemmeno più scuola.

 

Il colpo di scena è avvenuto nel corso del processo, grazie alla ritrattazione delle accuse all’ex presidente della Provincia di Milano da parte dell’architetto Renato Sarno, ritenuto dalla Procura il collettore di tangenti per conto di Penati e della sua fondazione Fare Metropoli.

 

Ciò conferma l’altra anomalia, purtroppo non rara nel Belpaese, sui processi sostanzialmente messi in piedi senza  le prove a suffragio della confessione che diventa pertanto l'architrave fragile del castello accusatorio.

 

A tal proposito, sono significative le parole – riportate in un articolo del post.it che ricostruisce la storia - con le quali Sarno ammette che le sue "furono dichiarazioni figlie di un mio stato psicologico deteriorato”. “Ero in carcere – racconta - per un’imputazione [la presunta tangente ricevuta da Edoardo Caltagirone per il recupero di un’area della ex Falck] ma era come se fossi detenuto per altre questioni. Ero in uno stato di pena e disagio". Interrogato «in manette».

 

E qui viene al pettine un altro dei tanti nodi della Giustizia italiana: l’uso ambiguo e disinvolto della carcerazione preventiva, quale strumento per estorcere con metodi discutibili “confessioni” utili alla tesi accusatoria, piuttosto che un modo per evitare l’inquinamento delle prove e la reiterazione del reato.

 

E qui di reiterato, invece, sembra esserci ben altro…

 

 


Commenti   

 
0 #1 ilSocialista 2015-12-12 23:35
come ti ho detto molte volte; il congelamento obbligato di un sano conflitto sociale ha comportato un modico abbrutimento poliziesco-giud iziario; poi ogni paese lo vive in forme diverse sulla base di molteplici fattori antropico-stori ci; l'Italia ha certe forme, in america altre; certamente oggi a Rosa Parks le avrebbero schiacciato la testa sotto lo scarpone al minimo segno di resistenza passiva; a Martin Luther King poi gli avrebbero sparato a un posto di blocco prima ancora che si fosse dichiarato; amico mio i tempi cambiano il più spesso IN PEGGIO
Citazione
 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna