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26/09/21 ore

La Sinistra per “cambiare” mette in campo la solita vecchia squadra


  • Giuseppe Rippa

 

Sarà pur vero che la classe politica – in particolare quando sente aria di elezione – non può fare a meno di tirar fuori il tradizionale gioco delle parti. Eppure in tempo di crisi economico-finanziaria mondiale un po’ di fantasia non guasterebbe.

 

Accantoniamo, per carità di patria, il centrodestra che ha avuto la bellezza di diciassette anni - negli ultimi venti - per portare avanti le sue “ricette politiche e economiche” e che è riuscito nella più disastrosa operazione che si potesse mai immaginare: combinare solo guai e a non eliminare un solo difetto alla vicenda politica partitocratica italiana, anzi ha riassunto e esaltato tutti i suoi caratteri perversi.

 

Ma lo stesso centrosinistra, di cui i radicali sono parte, non sembra muoversi su parametri diversi dai suoi vecchi e ammuffiti schemi. Si potrebbe dire che di fronte agli scenari (crisi economica, crisi dell’euro, crisi dell’Europa, crisi del dollaro e chi più ne ha più ne metta …), facendo riferimento ai fatti che più direttamente si ripercuotono sulla vita dell’Italia, la lettura degli avvenimenti e le risposte politiche agli stessi ripercorrono comportamenti, scelte, priorità, alleanze, interessi assolutamente simili a quelli che per circa sessant’anni hanno visto una sinistra subalterna, debole come cultura di governo, aggressiva e timorosa, compromissoria e concertativa, che non ha dato mai la prospettiva di un vero cambiamento, di una vera alternativa.

 

Finora la Sinistra ha mostrato di essere schiacciata tra la subalternità a lobbies di ogni genere (finanziarie, giudiziarie, informative e quant’altro), umilianti retromarce e sconfitte politicamente pesanti, nella speranza di poter poi sottrarsi alla futura egemonia delle alternative inesistenti fornite da gruppi di interesse che sono perfettamente speculari ad una destra priva come detto di qualsiasi capacità e moralità.

 

Questo paese ha urgente bisogno di un’alternativa, che non si limiti ad una rotazione, o a una alternanza di mero potere. Un’alternativa che deve comportare un reale cambiamento, una vera riforma dei modelli comportamentali della classe cosiddetta dirigente, ma degli stessi cittadini. Insomma di una rivoluzione liberale.

 

Bene, di fronte ad una crisi strutturale che avvolge l’euro e che testimonia che siamo di fronte alla crisi dell’Europa – almeno di quello che si è voluto fingere di creare, una coalizione di nazioni e non una patria europea - , di fronte ad uno scenario che chiama a sintesi tutti i vizi dell’irresponsabile crescita cinquantennale del debito pubblico (frutto velenoso di tutte le forze politiche di maggioranza e di opposizione), contro il quale da tempi remoti la piccola pattuglia radicale ha cercato in tutti i modi (atti parlamentari e azioni politiche) di creare sensibilità e presa di coscienza del problema, ecco la brillante operazione che si tenta di fare in vista delle prossime elezioni (il cui svolgimento oscilla giorno dopo giorno tra la scadenza ordinaria della primavera 2013 e un voto anticipato entro il 2012).

 

Dunque, prima si “concerta”, con una lunga gestazione, un accordo con l’Udc di Pier Ferdinando Casini (il cui compito è stato in primo luogo eliminare – ma è stato gioco facile perché di fatto si sono autoeliminati – Rutelli e Fini nella fantomatica realizzazione del “terzo polo”). Poi si “costruisce” l’asse con Vendola, reduce dalla “smagliante gestione” della Regione Puglia e che si ritiene possa fornire un argine ai residui di Rifondazione Comunista, già in larga misura sistemati nella Sel, e ai Comunisti italiani di Diliberto oltre a tutti i pulviscoli pre-post comunisti e perché no ai movimentismi populistici alla Grillo. Si fa poi una spruzzatina di una residuale componente socialista (quella di Nencini da sempre già accorpato nella regione Toscana al Pd) e si cerca di far credere che questa è l’alternativa.

 

Per carità, è evidente che prima del voto si deve lavorare separati. Il vecchio blocco social-comunista-democratico-cattolico da una parte e le frattaglie post-democristiane di Casini – ispirate da quel “geniaccio” di Ferdinando Adornato – dall’altra e poi accordo post voto per governare la crisi.

 

Decisamente un disegno “diabolico”, diremmo quasi commovente per genialità e originalità. Per meglio camuffare la finalità ultima si sparano cartucce a salve. A salve perché in fondo, si dicono sottovoce i componenti della giocosa combriccola, siamo tutti una “famiglia”. Di vecchia tradizione. Il cattocomunismo, che produce debito pubblico e non dice mai “chi paga”, è una piattaforma; in fondo siamo noi, da sempre.

 

Ma è forse utile sparare qualche tric-trac per rendere meglio la scenografia. E così alla fine Vendola cerca di sbottare con “un appello secco (con ironia) al leader dell'Udc, definito in posizioni manifestamente "antitetiche alle sue". Eccolo l'appello: "Casini, convertiti! Il liberismo è il diavolo". Come dire: solo un miracolo potrebbe metterci sullo stesso binario”. (sic! – ndr) Ma il dolce poeta non si ferma qui: “Io non abbandono il mio modo di rispondere. La ‘narrazione’ della politica collega il contingente a un orizzonte, il qui e ora a una strategia (chi ci capisce è bravo – ndr) … Ma poi è più rassicurante … “Io penso che il centrosinistra si debba allargare, debba proporre punti chiari e forti. Se Casini accetta di fare subito una legge sulla rappresentanza sindacale, se condivide con noi di liberare l'Italia dalla sua ipoteca culturale … “.

 

Insomma dopo il voto troveremo il modo… Alla crisi, la cui natura nel nostro paese è chiara, la sinistra risponde con la stessa squadra di sempre, con i medesimi schieramenti rigorosamente figli delle due matrici storico-culturali che ci hanno portato a questo stato delle cose a al debito pubblico che conosciamo. Sembra orientata a svolgere la funzione di cane da guardia della conservazione, anche se ora c’è poco da conservare e la situazione volge al peggio con una recessione disastrosa per l’Italia.

 

Certo ci sarà sempre qualcuno della cucciolata a cui mettere in bocca le frasi, ma solo quelle, delle politiche dei diritti civili, della cittadinanza attiva, delle libertà, dell’efficienza, del merito, delle libertà economiche, tanto quelle non devono servire per creare l’alleanza.

 

Insomma fuori tutti quelli che possono dare fastidio a gruppi dirigenti consolidati che non hanno certo brillato per democrazia e cultura liberale …

 

La “questione liberale” se a destra è morta a sinistra può attendere.


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