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19/05/24 ore

Il tabù sul presidenzialismo



La commissione di esperti, che ha lavorato in questi mesi per discutere sulla  riforma della Costituzione, ha presentato il proprio lavoro conclusivo da alcuni giorni. L’impianto di discussione elaborato dal Ministro per le riforme Quagliarello ha posto una serie di domande agli esperti .Per quanto riguarda il tema della forma di Governo, il primo punto in discussione riguarda una scelta di fondo tra le due tradizioni principali di forme di governo presenti nella storia delle istituzioni occidentali.

 

La domanda posta era la seguente:

 

Ritieni che, in considerazione del mutato contesto storico, sia oggi necessario intervenire per modificare l’attuale forma di governo o introducendo meccanismi di razionalizzazione della forma di governo parlamentare o adottando un modello di tipo presidenziale?

 

La domanda, così formulata, intende identificare un modo diverso di considerare l’assetto e gli equilibri istituzionali tra due alternative differenti. L’elemento centrale che distingue un sistema presidenziale da quello parlamentare, consiste nel rapporto tra l’esecutivo e il legislativo. L’assetto presidenziale si fonda sulla separazione e sull’equilibrio tra il Governo e il parlamento. L’assetto parlamentare si fonda, al contrario, sul rapporto fiduciario. Il discorso tra gli esperti si è concentrato tra i sostenitori del parlamentarismo "razionalizzato" e il semi-presidenzialismo con riferimento al modello francese

 

Non intendiamo affrontare pregi e difetti di queste due proposte. Desideriamoo invece restare su questo punto iniziale del dibattito perché ci sembra che sia stato di fatto ignorato. A nessuno di questi esperti può essere certamente sfuggito che il semi-presidenzialismo non è una forma di presidenzialismo, ma un sistema di funzionamento delle istituzioni con proprie caratteristiche prese in parte dal parlamentarismo e in parte dal presidenzialismo.  Eppure l’ipotesi presidenziale è stata del tutto scartata fin dall’impostazione iniziale proposta dal  Ministro Quagliarello.

 

Rispetto a questa possibilità, da più parti si sono sollevate obiezioni e paventato gravi rischi per la democrazia italiana.

 

La prima obiezione riguarda i presunti rischi di derive autoritarie insite nel sistema presidenziale. Parlando della democrazia italiana si sono usate espressioni come "incompiuta" , "non matura" , "fragile" ecc… Tutte espressioni che indicano la grave condizione in cui versa il sistema politico di questo paese.  Il gioco delle definizioni è molto complesso e non vogliamo entrarci. Diciamo che se si può definire l’Italia una democrazia, si può anche dire che essa sia quanto meno malata se non morente.  In queste condizioni stare a guardare vuol dire lasciar morire. Va fatto qualcosa, forse rischioso, ma necessario per "curare" il paese.

 

Detto questo si può affermare che il sistema presidenziale non presenti maggiori rischi autoritari di altri sistemi. Anzi si potrebbe tranquillamente evidenziare il contrario. Visto che è la "tradizione" ciò a cui si continua a guardare, osservando la storia dei paesi caduti in regimi autoritari o totalitari in Europa si rileva facilmente come questi avessero tutti sistemi parlamentari.

 

L’Italia giolittiana e la Repubblica di Weimar in Germania rappresentano esempi classici  di come soccombe una democrazia con una forte frammentazione partitica-proporzionalista, l’emersione di populismi e movimenti "rivoluzionari", a fianco di un sistema istituzionale non in grado di contenere tali pericolose spinte. Per questo si agitano spesso rischi di derive "latino americane", lasciando intendere che l’Italia potrebbe essere esposta ad alcune derive autoritarie che si sono presentate nella storia dei paesi del sud America. Un parallelo semplicemente ridicolo.

 

In primo luogo, i sistemi presidenziali latino americani hanno avuto una storia travagliata a causa dei continui colpi di stato militari che ne hanno spesso compromesso o ritardato il processo di maturazione. Il ruolo politico dell’esercito in questi Paesi non ha un corrispettivo in Europa e sicuramente non in Italia. Direi che tali colpi di stato sono stati persino ostacolati dal sistema presidenziale dove la figura del Presidente ha rappresentato un elemento di resistenza del potere civile. In secondo luogo, le attuali derive autoritarie presenti in alcuni paesi come il Venezuela, si sono formate a causa di alcune forti deroghe ai contrappesi previsti per mantenere l’equilibrio del sistema.

 

Altri sistemi presidenziali latino americani stanno mostrando in questi anni una maggiore maturità democratica e una maggiore capacità di riforma.  In sostanza, questo stereotipo "latino americano" può essere consegnato alla storia e, aggiungerei, che sarebbe anche opportuno da parte nostra smettere l’abito di una presunta superiorità democratica verso questi paesi. Ad una osservazione più attenta potrebbero emergere realtà che ci metterebbero in serio imbarazzo.

 

La seconda obiezione ruota attorno all’argomento della "tradizione". Si sostiene che sarebbe imprudente affrontare una revisione così ampia della costituzione come imporrebbe una scelta decisa per il sistema presidenziale. Senza dubbio tale sistema sarebbe una novità per l’Italia che ha sempre visto diverse forme di governo parlamentari nella sua storia. Ciò non significa che l’ipotesi non possa essere presa in considerazione. Visti i "brillanti" esiti della storia parlamentare di questo paese forse si potrebbero considerare altre strade?

 

Certamente non si può certo affermare che in questo Paese nessuno ci abbia mai pensato.  Non mi riferisco a demenzialità della P2. Ma a ragionamenti seri di intellettuali e pensatori di tutto rispetto. Tra i primi ad affrontare questo tema  spicca il nome di colui che spesso (impropriamente) viene citato come il nume tutelare della costituzione vigente. Piero Calamandrei è stato uno dei più attivi sostenitori dell’ipotesi presidenziale in Italia insieme agli altri azionisti in assemblea costituente. Si possono ricordare le più recenti ricerche del "Gruppo di Milano" che ruotava attorno a Gianfranco Miglio.  Esiste una cultura politica italiana e anche movimenti politici (quello radicale per primo) che si ispirano alla triade presidenzialismo-federalismo-sistema maggioritario. Questa non è tradizione italiana? Non ho la pretesa di imporlo al Paese ma al dibattito sì. Avremmo gradito che se ne discutesse nel Paese e nella politica.

 

In conclusione, il nodo centrale del problema è che il sistema presidenziale è sgradito nei fatti (non nelle estemporanee uscite di agenzia di qualche leader) ai partiti politici che potrebbero trovare un limite al loro dominio sulle istituzioni. Per questo motivo l’unica strada è l’omissione del discorso o la sua banalizzazione suscitando paure infondate nei cittadini ed escludendo a priori un confronto con una "alternativa".

 

Zeno Gobetti

 

 


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