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16/06/24 ore

Lampedusa, l'Europa che non fa i conti con se stessa


  • Silvio Pergameno

Non sembra proprio che si possa affrontare il problema delle caotiche migrazioni di massa con il cumulo delle tragedie, altrettanto di massa, che le accompagna, circoscrivendo il discorso alla condanna degli scafisti o alla denuncia delle ipocrisie dei buonisti e alla malvagità dei respingitori.

 

Il capo del governo francese, Ayrault, ha attivato una conferenza a livello europeo (Barroso il 9 ottobre è a Lampedusa con Letta); ma mentre ci si augura che dall’incontro tra i massimi dirigenti possa essere almeno avviato il dovuto approfondimento della fase storica che stiamo attraversando, una forte dose di scetticismo non può non restare predominante, in quanto sarebbe invece indispensabile un vero e proprio esame di coscienza, una riflessione critica sulla storia europea degli ultimi due secoli, alla quale le classi dirigenti dei paesi dell’Unione appaiono del tutto impreparate.

 

Forse è bene prima di tutto farsi persuasi del fatto che non si può definire “emigrazione” la fuga sconvolta di centinaia di migliaia di disperati, che cercano scampo dalle guerre civili, dai massacri, dal terrorismo, dalle dittature spietate, dalla fame, frutto della modernizzazione avviata dal colonialismo che ha travolto vecchi ordinamenti, antiche consuetudini e modi di vivere e proseguita in una decolonizzazione che l’Europa divisa e stanca degli stati nazionali del secondo dopoguerra non ha nemmeno capito che era suo dovere guidare e organizzare.

 

Bisogna invece rendersi conto che le norme sui respingimenti sono adagiate sugli stessi presupposti di altre di stampo buonista: cioè che questi “migranti” vengano “gestiti” con le disposizioni concernenti le persone in cerca di lavoro e che si tratti di contemperare la spinta degli europei dei paesi poveri dell’Unione (o extracomunitari) a venire a lavorare in quelli ricchi con la salvaguardia delle conquiste realizzate negli stati sociali nei paesi occidentali, così come si tenta di arginare la delocalizzazione delle imprese o l’invasione dei prodotti cinesi.

 

La stessa normativa sul diritto di asilo - altro canale di gestione del problema - non è fondata su presupposti esatti, dà sempre la sensazione di trovarsi da un’altra parte, perché muove sempre dall’ idea che si tratti di affari che non ci appartengano, che riguardino la sfera della politica estera e sui quali si interviene con un gesto caritatevole: non ci si rende conto del fatto che invece si tratta di cose nostre e che la democrazia vera oggi passa per queste strade (come del resto fu agli inizi, quando le nazioni liberali si sentivano sorelle e Garibaldi andava a combattere in Sudamerica, Mazzini fondava la Giovine Europa e tra i Mille a Marsala c’era pure Alessandro Dumas).

 

Se non si affronta questo background, anche i provvedimenti di emergenza che dovrebbero essere affrontati non si ispireranno mai a una visione in grado di cogliere i termini essenziali del problema e di cominciare a preparare il futuro, mentre le scarne misure che forse potranno essere adottate resteranno rigidamente delimitate dalla strenua difesa del presente, grettamente interpretata e spacciata per interessi nazionali.

 

Peggio ancora vanno le cose se si prende in considerazione la normativa europea in materia di “sorveglianza” delle frontiere, normativa che l’Italia ha accettato e che è prevedibile i vertici europei le ricorderanno sempre di avere accettato: la solita solfa delle “regolette”, come per il cacao, la forma delle banane o…l’ingresso della Turchia nell’Unione).

 

La normativa europea in materia di frontiere stabilisce che la gestione della sorveglianza spetta agli stati nazionali: è forse difficile capire le ragioni di questa clausola? Le frontiere sono il mito che lo stato coltiva, dopo di che si parla sì di “frontiere dell’Europa”, ma poi, operativamente, sono gli stati che se ne debbono occupare… E’ così, soprattutto, che il dibattito politico si immiserisce, che mancano i colpi d’ala, che si isterilisce la fantasia creativa che caratterizza i veri leader.

 

La prossima primavera torneremo al voto per eleggere il cosiddetto parlamento europeo, un parlamento che non fa leggi e non dà la fiducia a un suo governo (forse perché impossibilitato dal fatto che un governo non c’è): staremo a vedere se qualche partito o singolo aspirante a Strasburgo sarà almeno capace di aprire il discorso.

 

 


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