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03/07/22 ore

Gli errori di valutazione della crisi egiziana


  • Silvio Pergameno

Il maggior errore che si possa compiere nella valutazione della crisi egiziana è di usare strumenti di interpretazione propri delle cultura occidentale e applicabili alle democrazie occidentali, frutto di una storia bimillenaria che non è quella del Nordafrica e del Medioriente (con in più tutte le complicazioni legate alle conquiste coloniali).

 

C’è inoltre un passaggio essenziale per valutare i processi in corso in Egitto, e del quale non si tiene conto: la presenza dello stato di Israele, cartina tornasole per orientarsi nelle dinamiche politiche della regione: la forte ostilità araba e musulmana nei confronti di Israele è di matrice religiosa e in un contesto culturale nel quale, a partire da Maometto, religione e politica sono inscindibilmente legate e tenendo conto del fatto che nelle interpretazioni integraliste del Corano la presenza di infedeli in terra sacra è, appunto, un sacrilegio (la diversa storia della Turchia, pure musulmana, che ne spiega il diverso orientamento nei confronti di Israele).

 

Si vuol dire che, nelle interpretazioni della crisi egiziana conta assai di più, ad esempio, tener conto della pace siglata da Sadat nel 1979 con Israele (e che egli pagò con la vita, ucciso da estremisti islamici) della commisurazione di episodi di questi giorni con i valori del liberalismo europeo e americano.

 

Senza questa considerazione si fa fatica a capire (e non soltanto a constatare) perché la “primavera araba” (dalla quale tante speranze sono state generate) oggi si trovi schierata a fianco e a sostegno dei militari e ci siano gruppi che hanno anche preso le armi contro i “Fratelli” (gruppi subito disciolti dai militari) e si siano formate spontanee milizie anche nei quartieri borghesi del Cairo (e poi la storia dei militari kemalisti in Turchia, senza estendere paragoni, ma qualcosa la dice pure....).

 

Il fatto è che il Cairo è la città più avanzata e moderna dell’Egitto, che è la nazione più avanzata del Nordafrica arabo: c’è una borghesia imprenditoriale, ci sono i giovani, ci sono gli omosessuali, ci sono le minoranze religiose, ci sono soprattutto le donne…gli andiamo a raccontare la sharia di Morsi? E il generale Al Sisi? E’ talmente musulmano che proprio il presidente Morsi lo aveva nominato ministro della Difesa, ma evidentemente è un musulmano non integralista, deluso nelle speranze che la “Fratellanza” poteva aver lasciato supporre.

 

E non va dimenticato che le rivoluzioni provocano sempre eccessi: non dimentichiamo il “Terrore”, come il fatto che le idee di democrazia si sono diffuse in Europa al seguito delle armate napoleoniche, che hanno messo in crisi, comunque, le vecchie dinastie imperiali, pur con i loro percorsi illuministici…

 

Sadat aveva segnato la pace con Israele, rassicurando Israele e l’esercito aveva fatto la sua parte per fermare i fanatici nemici di Israele nel Sinai…ci deve pur essere una ragione per la quale El Baradei, il liberal egziano, è entrato nel governo provvisorio insediato dai militari al Cairo dopo la rimozione di Mubarak: poi si è dimesso al cospetto delle tragedie della repressione, facendo onore alla sua sensibilità umana…solo che la storia non cammina per le strade dell’irenismo e in Europa ne abbiamo fatto tremende esperienze recenti, riuscendo al massimo a capire di non doverci più fare guerre tra noi; mentre poi oggi constatiamo tutte le debolezze e le deficienze della presidenza Obama: Iraq, Afghanistan, Libia, Siria…E in Egitto poi!

 

Gli USA mandano ogni anno un miliardo e mezzo di dollari, proprio per garantire il trattato di pace del 1979, una somma gestita largamente dai militari. Ma, attenzione! Oggi l’Arabia saudita invia all’Egitto, sostenuta dagli emirati del Golfo, dodici miliardi di dollari; umiliando la grande potenza mondiale e ponendo un’ipoteca formidabile sul futuro dell’Egitto: L’Arabia Saudita!

 

Ma vogliamo deciderci a mettere i piedi per terra?

 

 


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