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02/07/22 ore

Continua la prima repubblica


  • Silvio Pergameno

Grande effervescenza per la condanna “definitiva” di Silvio Berlusconi, grandi interrogativi sulle sorti della Repubblica (prima, seconda, terza?), grande spolvero di giudizi, recriminazioni, incertezze, interrogativi. Qualcuno – magari andato in aceto - lascia capire che questa tanto sottolineata “definitività” è solo giuridica, perché il Cav. è ben lungi dal darsi per vinto.

 

Ma a noi liberali cosa viene in mente per prima cosa? Viene in mente che in fondo se con Berlusconi, collaboratore prima di Craxi nel tentativo di abbattere il monopolio RAI e poi suo erede universale nel progetto di uscire dal “regime”, assicurare la governabilità ecc. ecc.– non è cambiato niente, perché qualche cosa dovrebbe cambiare senza Berlusconi, che in fondo cercava di fare il rompiscatole?

 

Tutta colpa dei magistrati, magistrati politicizzati, parte integrante (anzi braccio secolare) del sistema politico- mediatico-giudiziario (appunto)…Si sfiora il ridicolo, lo ho sempre affermato: i magistrati sarebbero il grande vecchio della destra…suvvia, cerchiamo di essere seri.

 

I magistrati applicano le leggi, ci possono essere delle punte estreme, che vengono anche marginalizzate, alla fine; ma le sentenze, molte delle quali sono di assoluzione tra l’altro e anche queste sono deliberate e scritte da magistrati, sono tecnicamente argomentate; certo le leggi si interpretano, ma i canoni di interpretazione vengono rispettati e se non lo sono…ci sono tre gradi di giurisdizione.

 

La condanna di Berlusconi rientra nel quadro della democrazia italiana del secondo dopoguerra: la democrazia immobilista, dove non succede mai nulla e, se qualche modesta “riforma” si fa, poi essa viene facilmente riassorbita, come il processo all’americana di Giuliano Vassalli. E’ il destino delle democrazie affidate al diritto (e io ho tanta paura per la Germania…).

 

Il percorso è parallelo a quello che portò al fascismo: il fascismo ricorse alla violenza (non fu il solo), nella fase iniziale e in quella terminale dopo il 25 luglio, ma come regime si insediò legalmente e lentamente, con il pieno appoggio delle forze reali presenti in Italia: la monarchia e la Chiesa. L’Italia era un paese abbastanza evoluto, un paese nel quale la legalità doveva essere rispettata (e anzi questa fu u’arma anche del fascismo) e proprio i magistrati operarono per farla rispettare. Ma quale legalità? Quella costruita con le leggi fasciste, con la cultura del tempi del fascismo.

 

Oggi siamo più avanti: la legalità è quella costruita con le leggi della repubblica e la cultura della repubblica. Come ai tempi del fascismo, il terzo potere esercita una funzione di supplenza, perché le sue sentenze hanno valore politico e come hanno distrutto i partiti della prima repubblica così hanno distrutto anche il nuovo partito venuto fuori dopo: il partito di Berlusconi, cioè Berlusconi (salvo resurrezioni da non escludere…).

 

Il fenomeno del resto è europeo. Proprio come nell’entre deus guerres, quando il fascismo si diffuse in tutti grandi paesi europei, tranne l’Inghilterra (fuori della storia della democrazia francese) e l’URSS stalinista (peraltro); ma anche la Francia fu colpita dal fenomeno, con accenti molto elevati in grandi testimoni (si pensi anche solo a Drieux La Rochelle o a Céline) e grandi tragedie (come Vichy).

 

L’Italia, tasto sensibile, farà scuola di nuovo? Non ce n’è bisogno. Perché anche gli altri maggiori stati europei sono fermi alle logiche tradizionali e vivono le stesse democrazie senza anima, senza sensibilità, senza percezione dei problemi di oggi.

 

Il processo è stato lungo: la democrazia è nata nell’Europa continentale con l’idea di nazione, compiutamente espressa da Giuseppe Mazzini, e con tutto il movimento di fratellanza tra i popoli che ne animò i primi passi. Poi le democrazie sono diventate stati, gli stati eredi delle monarchie e delle politiche di potenza e le nazioni sono state massacrate a strumento di queste politiche, esaltate poi dalle dittature fasciste.

 

La democrazia si è isterilita: e se il nazionalismo non si esercita più òggi con le guerre militari, si esercita con quelle economiche (Francia e Germania ne sono oggi campioni e non passa giorno che non se ne configurino esempi eclatanti).

 

La democrazia ridotta al campo giuridico non scalda i cuori: è senz’anima, perché è fuori dai problemi della democrazia di oggi, che si gioca nei paesi emergenti e per noi europei nell’Africa nord-occidentale e del Medio Oriente, dove assistiamo a una sconfitta dopo l’altra: nell’Iraq e nell’Afghanistan non abbiamo una politica e resta l’ esposizione agli estremismi, la Turchia (abbandonata dall’Europa) dà segni di regresso – minata dalla ricerca di un ruolo nazionale, le primavere arabe restano minate dall’esposizione al fanatismo religioso, in Siria siamo allo stallo, se qualcosa si fa nella questione israeliano-palestinese lo si deve agli Stati Uniti, per vedere qualche speranza nell’evoluzione della Chiesa cattolica è dovuto arrivare il papa americano…

 

La Francia resta perenne vittima del suo nazionalismo e Hollande non sembra molto meglio di Sarkozy, la Germania, SPD in testa, continua la sua spinta a oriente e costruisce la sua terza potenza nazionale in sintonia (anche operativa) con Vladimir Putin e la sua politica gasista e sta vivendo un neonazionalismo pacifico quanto si vuole, ma non per questo meno pericoloso, mentre poi ridicolo appare attaccare la Bundesbank e Angela Merkel quando gli altri al suo posto farebbero forse di peggio (anzi lo hanno fatto quando hanno ostacolato anche un primo passo di uniuone politica europea quando la Germania non poteva rifiutare): immobilismo, immobilismo nazionale senza uscita, l’Inghilterra si è ritirata nel suo non tanto splendido isolamento e se Obama propone qualcosa come una specie di zona di libero scambio con l’Europa, i paesi europei si spaventano a morte e cercano di chiudersi a riccio: ogni apertura fa paura.

 

La stessa politica dei diritti civili e umani resta fortemente condizionata dalla dimensione nazionale, nelle premesse culturali del nazionalismo deviato del liberalismo nazionale prima e del fascismo poi, soprattutto perché ostacolano la discussione chiudendola in un alveo troppo ristretto (non pensiamo solo all’Italia, pensiamo, ad esempio, alla Francia e alla sua laicité giacobinizzata).

 

La politica sociale dal canto suo appare come la più massacrata dal corporativismo sul piano del lavoro e dell’immigrazione e tende a trovare l’unico afflato di apertura nell’umiltà e nella solidarietà della tradizione religiosa cristiana e non su quello della libertà, della quale poi tanto bisogno hanno proprio le religioni, cattolica in particolare per noi europei e ancor più l’islamismo e l’ebraismo nelle sue punte più conservatrici.

 

La democrazia non si costruisce e non viene amata nel perenne pis aller delle beghe sui soldi, sulle politiche truffaldine, sulle smanie elettorali, sulle liti tra nazioni…


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