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25/01/22 ore

Il circolo vizioso dell'antipolitica


  • Ermes Antonucci

Seguendo la campagna elettorale ed osservando – con molta difficoltà – i confusionari dibattiti televisivi tra i vari candidati, l’impressione che emerge con assoluta evidenza è quella di una competizione fondata su un profondo approccio antipolitico, nella sua tradizionale declinazione antipartitica.

 

Sono ben tre i soggetti che si rifanno a tale filone: il Movimento 5 Stelle di Grillo, che mira a sbarcare in Parlamento con massaie e politicanti amatoriali, Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia, che intende sovvertire il sistema dei partiti attraverso l’intervento diretto di un organo giudiziario e di una inconsistente bassa società civile, e infine Scelta Civica di Mario Monti, con il suo richiamo ad un’alta società civile, imprenditoriale e finanziaria.

 

Due di questi tre soggetti, secondo gli ultimi sondaggi, si collocano al di sopra della soglia del 10% di consenso dell’elettorato, a dimostrazione del ruolo rivestito di assoluto primo piano, e tutti comunque condividono la logica fondante di rifiuto della “vecchia politica” e del sistema partitico.

 

Un’antipolitica macchiata di qualunquismo che, oltre a schifare i politici, ha deciso di fare un passo in più, cioè quello di sostituirsi ad essi e rendersi protagonista di un vero e proprio percorso di redenzione civica. A doversi difendere di fronte a questi fuochi incrociati sono, da un lato, il Pdl di Berlusconi, con la sua apologia dell’illegalità e le sue sparate elettorali (cui, a quanto pare, la cosiddetta “società civile” sembra abboccare), e dall’altro il Pd e Sel, occupati quotidianamente più ad un’opera di autoconvincimento della solidità della propria alleanza che all’articolazione delle proposte per rilanciare il paese (sempre che queste esistano realmente).

 

Se per certi versi una deriva antipolitica di questo genere è riconducibile a ragioni economico-sociali – storicamente a periodi di recessione economica si accompagna una diffusione di posizioni estremiste, spesso violente ma in generale ostili ai tradizionali rapporti di forza –, la causa principale della crescita di una tale insofferenza nei confronti della politica pare essere endogena, interna cioè alla struttura stessa dei partiti.

 

Parliamo infatti di due poli – Pdl e Pd/Sel – che non hanno mai conosciuto, nel corso degli anni, un’evoluzione in senso liberale. Il primo fondato sul culto di una persona e, di conseguenza, privo di qualsivoglia contenuto politico, il secondo costituito come elemento di continuità e di riproposizione di ideologie passate non più adeguate a descrivere ed affrontare la realtà delle cose.

 

A mancare, insomma, come è più volte stato sostenuto su Agenzia Radicale e Quaderni Radicali, è proprio la formazione di una piattaforma liberale, in grado di generare quegli anticorpi necessari a prevenire e fronteggiare lo sviluppo di qualunquismi antipolitici, dando vita ad una sorta di circolo virtuoso di carattere culturale tra il mondo della politica ed un’opinione pubblica, francamente, ancora immatura.


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