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23/01/26 ore

Mercosur, il fondo perduto dell’agro-alimentare europeo


  • Antonio Marulo

C’è voluto Donald Trump con la sua guerra dei dazi per convincere l’Europa a fare il passo decisivo verso l’accordo con i paesi del Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay), dopo 25 anni di infruttuose trattative. Nascerà così - salvo imprevisti - un mercato di libero scambio tra i più vasti del pianeta.

 

Il processo sarà graduale e porterà nell’arco di 10 anni alla riduzione progressiva delle barriere tariffarie e non tariffarie per il 90% delle importazioni dei beni industriali europei e per il 93% dei prodotti agricoli, creando indubbi vantaggi ai paesi dell’Unione.

 

L’accordo, che soddisfa appieno il settore manifatturiero, non piace agli agricoltori, che temono l’impatto della concorrenza dei prodotti in arrivo dal Sudamerica.

 

In Italia Confagricoltura ha denunciato il rischio «di consolidare un’asimmetria che vede le imprese agricole italiane ed europee costrette al rispetto di standard elevatissimi in termini di sostenibilità ambientale, sicurezza alimentare e diritti dei lavoratori, mentre le stesse regole non sono attuate per le importazioni dai Paesi del Mercosur». Per questo Coldiretti considera essenziale «la reciprocità, insieme all’obiettivo di aumentare i controlli».

 

Eppure l’intesa raggiunta sembra tener conto del problema. Nei punti chiave sono infatti inserite importanti clausole di salvaguardia, sono previsti la tutela di circa 350 indicazioni geografiche tipiche e il rafforzamento dei controlli fitosanitari; a cui vanno aggiunti l’abbassamento dei dazi sui fertilizzanti e un bel po’ di sovvenzioni che si sommano a quelle cospicue già esistenti.

 

Ciò nonostante il settore agroalimentare non ci sta e cercherà di opporre resistenza per bloccare l’iter di approvazione, che in sede europea necessita di alcuni passaggi cruciali per nulla scontati, prima del via libera definitivo all’accordo.

 

Ma non stupiamoci: il mondo agricolo europeo ha sempre osteggiato l’apertura dei mercati. Quando nacquero i movimenti no-global del Forum di Porto Alegre, gli agricoltori (si ricorderà il pittoresco francese Jose Bové) salirono sul carro terzomondista per denunciare le presunte rapine dell’Occidente ricco e opulento ai danni dei 4/5 della popolazione mondiale, anche se in realtà temevano l’esatto opposto.

 

Oggi i fatti e la storia hanno dimostrato che con la globalizzazione il terzo e quarto mondo cresce e si sviluppa, mentre l’economie ricche e industrializzate possono sfruttare enormi opportunità, se fanno valere la loro posizione dominante in termini di qualità e innovazione; in sostanza, se sanno stare sul mercato.

 

Ma al settore agro-alimentare europeo questo gioco “neoliberista” piace fino a un certo punto, perché non è abituato a competere, perché vivacchia sotto l’ala protettiva della Politica Agricola Comune (PAC), dove a farla da padrone è il sistema di sussidi creato ad hoc.

 

La stessa Commissione europea ci spiega candidamente sul proprio sito web che il settore agro-alimentare ha bisogno di un sostegno, perché «l’attività agricola è rischiosa e spesso costosa e i fattori esterni come il clima e le condizioni meteorologiche possono condizionarne la resa»; perché «gli agricoltori dell’UE sono sotto pressione a causa dell’aumento del commercio mondiale di generi alimentari e della liberalizzazione degli scambi»; perché «la globalizzazione e le fluttuazioni dell’offerta e della domanda hanno reso i prezzi del mercato agricolo più volatili negli ultimi anni, accrescendo le preoccupazioni degli agricoltori».

 

«Queste incertezze commerciali - scrive sempre la Commissione europea - e l’importanza di garantire la produzione alimentare dell’UE giustificano il ruolo importante svolto dal settore pubblico nel garantire una rete di sicurezza per il reddito degli agricoltori».

 

Con il Pac l’Unione europea offre quindi alle aziende agricole un sostegno al reddito o “pagamenti diretti”, il cui obiettivo è - si legge nei documenti informativi -:

 

  • fungere da rete di sicurezza e accrescere la redditività dell’attività agricola;
  • garantire la sicurezza alimentare in Europa;
  • assistere nella produzione di alimenti sicuri, sani e a prezzi accessibili;
  • ricompensare gli agricoltori perché forniscono beni pubblici normalmente non retribuiti dal mercato, come ad esempio la cura del patrimonio rurale e dell’ambiente.

 

La falla nel sistema è data dai criteri scelti per erogare le ingenti somme messe a disposizione. Gli agricoltori ricevono infatti un sostegno al reddito in base alle dimensioni dell’azienda agricola in ettari e non per quantità prodotte. Così com’è strutturato, l’aiuto pubblico non è legato al risultato e si traduce, inevitabilmente, in una pura rendita assistenziale e parassitaria foriera di sprechi, che non stimola all’innovazione e la produzione, che favorisce i grandi proprietari e i tanti furbi che sanno come muoversi nella giungla burocratica di Bruxelles e che magari fanno finta di coltivare, simulano il rispetto delle regole ambientali, per passare poi all’incasso della quota parte.

 

Il risultato di tutto questo, in soldoni, non è casuale: l’agricoltura europea contribuisce a poco più dell’1% del PIL dell’Unione, ma assorbe circa un quarto dell’intero bilancio UE. In media il reddito agricolo è costituito per circa la metà dai fondi erogati dalla comunità europea.

 

Questa statistica potrebbe peggiorare. Per convincere gli Stati più sensibili alle istanze del settore agro-alimentare - tra questi l’Italia, a dare il via libera all’accordo con il Mercosur, sono stati infatti stanziati ulteriori 45 miliardi con il PAC del 2028 e 6,3 miliardi di euro “per la mitigazione delle potenziali perturbazioni di mercato”. Tanti soldi, ma non abbastanza, evidentemente, se è vero che i trattori sfilano davanti al Parlamento di Strasburgo e intasano strade e piazze delle capitali europee.

 

Perché gli agricoltori vogliono di più, ancora di più, sempre di più, senza fastidi esterni e a fondo perduto.

 

 


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