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16/07/19 ore

L’uso dei trojan: lotta efficace alla corruzione o sempre più limiti ai diritti della persona?


  • Fabio Viglione

La disciplina sull’utilizzo dei captatori informatici, cosiddetti trojan, credo meriti qualche approfondimento maggiore. Soprattutto alla luce della recente estensione nel loro impiego ben oltre i reati di criminalità organizzata e terrorismo. Delitti, questi ultimi, di rilevante allarme sociale che minano le fondamenta dello stato democratico e si propongono di sottometterlo, di soverchiarlo.

 

La recente estensione dei trojan a taluni reati contro la Pubblica Amministrazione (meglio, ad una serie di “ipotesi” di reato – la differenza non è un anodino sofisma) credo possa essere l’occasione per una più profonda riflessione. Abbandonando l’inclinazione al giustificazionismo a forma di spot.    

 

Una riflessione che parte dalla peculiarità del portato informatico e dalle potenzialità smisurate di questo singolarissimo strumento.  Qui siamo ben oltre le conversazioni telefoniche intercettate o le cimici collocate all’interno di una determinata stanza. Stiamo parlando di un dispositivo che sorveglia l’individuo per tutto il giorno, seguendolo in qualunque luogo egli si trovi. Da qualunque parte decida di andare. Qui, ad esempio, il luogo di privata dimora preservato dai dispositivi tradizionali, viene investito in pieno dalla peculiarità del nuovo mezzo. 

 

Non solo. Questo captatore informatico, è in grado di accendere la fotocamera, attivare il microfono, prendere qualsiasi dato archiviato nella memoria del telefono. Dalle fotografie ai filmati, dagli appunti ai messaggi. Guardando alle sue potenzialità, in grado di evolvere in modo sempre più sofisticato, non siamo molto lontani dai dispositivi descritti da George Orwell come armamentario a disposizione del Grande Fratello, in quell’angosciante capolavoro letterario dal nome “1984”.

 

È evidente oltre che fisiologico che l’evoluzione della tecnologie, soprattutto in questo campo, preceda il diritto. Ma solo uno Stato autoritario ed illiberale fa bulimica incetta di ogni strumento di controllo per giungere ad una machiavellica concezione del fine che giustifica i mezzi. Né si può ricorrere alle semplicistiche distinzioni tra onesti e disonesti, facendo diventare questi ultimi vessilliferi di una prudenza dal sapore di volontà di farla franca. Non a caso, l’utilizzo di questi dispositivi ha impegnato di recente anche il Garante per la protezione dei dati personali per alcune sottolineature poste a tutela di quelle garanzie irrinunciabili che danno sostanza ad una democrazia e tutelano diritti fondamentali della persona.

 

I dispositivi di captazione che agiscono inoculando veri e propri virus nel sistema da monitorare (a partire dallo smartphone, ormai vera e propria propagine del nostro corpo) sfuggendo alle tradizionali categorie giuridiche sperimentate sul campo, mal si conciliano con il sistema delle garanzie poste a presidio del sistema processuale di acquisizione probatoria.

 

C’è un rischio molto grande quando si adottano strumenti tanto invasivi per rispondere in modo emotivo ad esigenze di contrasto a fenomeni delittuosi. Il rischio di non operare un corretto bilanciamento con altri diritti, costituzionalmente garantiti. A partire, dal diritto alla riservatezza, anche dei terzi estranei alle indagini. 

 

Le esigenze investigative, in una concezione liberale dello Stato, in uno Stato di Diritto, non possono che contemperarsi proprio con il diritto alla riservatezza. Un diritto ormai sempre meno considerato nell’era del controllo globale informatico. La peculiarità di questi strumenti, che hanno rivoluzionato il perimetro delle piattaforme di ricerca della prova, debitamente individuate ed individuabili, non può non stimolare riflessioni. 

 

Si è introdotto l’utilizzo di un virus informatico che, come dice il nome (trojan), evoca il l’imponente e leggendaria macchina da guerra a forma di cavallo, introdotta con l’inganno nella città di Troia per espugnarla.

 

Così il virus, attivato da remoto, ed inoculato nel sistema sotto mentite spoglie, trasforma il dispositivo elettronico e si impadronisce di tutte le sue funzioni superando qualsiasi concetto di spazio e di privata dimora.  Uno dei concetti cardine sui quali si era sempre misurato il rapporto di bilanciamento tra i diritti in conflitto. 

 

L’utilizzo del trojancon la recente riforma denominata “spazzacorrotti” è stato esteso anche ad alcuni reati contro la Pubblica Amministrazione (con pena massima superiore a cinque anni) con efficacia differita nel tempo e con una scivolosa interpretazione delle modalità operative da seguire. Certamente un punto di crisi è rappresentato dalla privata dimora che per la tipologia dello strumento non sembra potersi escludere agevolmente dalla funzione, in danno del principio costituzionale della inviolabilità domiciliare ed a tutela della riservatezza. Vengono in rilievo anche diritti di terzi coinvolti e delle libertà costituzionali. A partire dal diritto alla libertà, alla segretezza ed alla inviolabilità di ogni forma di comunicazione. 

 

Così sia il profilo personale dei soggetti interessati che il campo di azione della captazione appaiono indefiniti. Evidente lo straripamento della captazione nell’area protetta dalla riservatezza dei rapporti più intimi ma anche di quelli più ordinari.

 

Questo il motivo per il quale il punto di equilibrio tra l’esigenza di repressione dell’illegalità ed il rispetto di questi diritti fondamentali non può prestarsi a semplicistiche fughe in avanti verso una muscolarità dell’investigazione come trionfo del bene sul male. Come una conseguenza inevitabile che l’evoluzione tecnologica deve imprimere ai ritmi di una investigazione senza ponderare a fondo il contemperamento delle esigenze.  

 

La recente riforma anticorruzione ha invece spostato il baricentro dell’equilibrio tra i diritti, verso una compressione ulteriore del diritto alla riservatezza. C’è il rischio di un uso troppo frequente di questi strumenti, allo stato difficili da governare, e di una massificata apertura ad una serie di reati certamente di minore allarme sociale. Con le conseguenze vissute in chiave di sempre maggiore arretramento nei confronti di quei diritti che in una concezione liberale dello Stato democratico si rilevano essenziali. 

  


 

 


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