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23/08/19 ore

Media e criminologia, Il 'salotto' non è competenza del criminologo. Intervista a Marica Palmisano



di Gianni Carbotti

 

Diciamocelo: la cronaca è diventata un nuovo genere d'intrattenimento. È inutile girarci attorno, è un fatto a cui ormai siamo tutti abituati. Ma quali solo le conseguenze della narrazione spettacolarizzata di vicende giudiziarie che sono invece spesso cariche di risvolti delicati e complessi? E in che modo viene influenzata la percezione del pubblico dalla banalizzazione di contenuti che richiederebbero una buona dose di approfondimento tecnico, a partire anzitutto dalla criminologiaNe abbiamo parlato con Marica Palmisano, direttrice di Asisfor (Alta Scuola Italiana di Scienze Forensi), un nuovo polo didattico multidisciplinare per la specializzazione degli aspiranti criminologi, che ha a cuore il problema al punto d'aver presentato recentemente un corso relativo al giornalismo investigativo.

 

Tu hai un atteggiamento critico nei confronti dei media per quanto riguarda il modo in cui vengono trattati i casi di cronaca, un po' in controtendenza con la narrazione superficiale cui siamo ormai abituati ad assistere. Qual è la tua opinione, da addetta ai lavori, sull'influenza che ha un certo tipo di approccio mediatico al tema, non solo sull'opinione pubblica ma anche sui casi giudiziari e sulle vite delle persone coinvolte?

 

Noi siamo chiamati ad emettere un parere relativo alle carte processuali: quindi semplicemente lascerei la parte del “salotto” ad un altro tipo di addetti ai lavori, perché non rientra nelle competenze di un criminologo. Qualora ci fosse la possibilità di parlare di quello che è più inerente alla sfera sociale e di quello che può cambiare all'interno della vita di un individuo – per via della teoria dell'etichettamento o per via di quelli che possiamo definire i cambiamenti nella vita di un soggetto anche all'interno di una struttura detentiva prima, durante e dopo la fase del dibattimento –, allora il canale mediatico a mio avviso può avere una risultanza.

 

La televisione è aperta a tutti, il pubblico non ha un filtro, non può sapere effettivamente se chi parla ha una preparazione tale da potersi innanzitutto dichiarare criminologo e successivamente da poter dare delle informazioni utili al telespettatore stesso. Da quando ho scelto questa professione mi sono fatta una promessa: quella di rispettare sempre e comunque la privacy e la vita dei clienti, e di tutto quello che purtroppo gira attorno alle storie su cui noi tendenzialmente mettiamo le mani. Non si può parlare senza avere avuto accesso agli atti, senza avere informazioni più che precise in merito! Io non sono interessata a fare la tuttologa, mi piace piuttosto rispondere direttamente ad un unico quesito su una materia che conosco, però in una situazione in cui dall'altra parte c'è un pubblico magari più tecnico, che non si nutre semplicemente del dispiacere altrui…

 

...O del brivido del “giallo”.

 

Infatti. Perché per me bisogna avere una doppia sfaccettatura, che è sì quella del professionista ma che tiene anche conto della parte umana. Quindi nel mio piccolo cerco di fare quello che ritengo giusto, ciò che mi sembra appropriato, di non andare oltre le mie competenze. Certo qualora ci sia la possibilità di fare un’esposizione tecnica o scientifica su un caso sono la prima a espormi, diversamente ho scelto di fare la criminologa e non la velina!

 

Tu hai fatto accenno a una cosa importante che riguarda non solo i casi mediatici, ma un problema più generale del sistema-giustizia, cioè lo stigma del carcere: un problema per chi cerca un reinserimento nella società, un tema di interesse che il pubblico liberale e radicale conosce bene visto che c'è da anni una battaglia in corso per questo…

 

Infatti. Voi siete quelli che se ne sono interessati per primi!

 

So che voi avete anche un progetto riguardante le carceri, proprio per aiutare i detenuti a reinserirsi nella vita civile dopo aver scontato la pena.

 

Il progetto va ancora più nel profondo di quella che è la politica di Asisforperché insieme al professor Schina, all'organigramma tutto e con l'aiuto dei nostri validi studenti abbiamo un progetto che dura ormai da circa due anni presso l’istituto di Regina Coeli e ci occupiamo anche della parte “prima” della pena, quindi di tutto ciò che concerne la sfera del detenuto durante il periodo di attesa del giudizio. Sicuramente la parte più difficile per un individuo dato che, mentre un condannato in via definitiva ormai magari è entrato nell'ordine d’idee di ciò cui sta andando incontro (di quanto deve attendere prima di riabbracciare la sua famiglia, ad esempio), noi ci occupiamo di una sfera un po' più complicata perché una persona che non è ancora stata giudicata e fino a prova contraria può essere innocente affronta il periodo più traumatico della sua vita.

 

Anche perché sappiamo benissimo che, per tutta una serie di teorie che il criminologo è tenuto a studiare, qualora dovesse essere dichiarato alla fine innocente spesso comunque non avrà mai più indietro la sua vita com’era prima. Non a caso abbiamo scelto di continuare a seguire Raffaele Sollecito anche successivamente alla sua assoluzione: lui è l'esempio lampante dell'ignoranza che dilaga nell'opinione pubblica, nel cittadino-spettatore medio cui non basta sapere (e non vuole comprendere) della sua assoluzione con formula piena in Cassazione perché comunque ha bisogno di continuare a nutrirsi di tutto quello che prima definivi “il brivido del giallo” o del crimine, del mistero o dell'orrore come vogliamo definirlo. Io chiamo questo tipo di persone “sanguisughe emotive”

 

Abbiamo recentemente parlato appunto di Raffaele - che già avevamo intervistato su Agenzia Radicale, così come avevamo seguito la vicenda relativa al risarcimento per ingiusta detenzione che gli è stato immotivatamente rifiutato - e tu volevi segnalare dei fatti recenti abbastanza significativi per quanto riguarda la gogna mediatica che è costretto tuttora a subire, nonostante la sua piena assoluzione...

 

Accennerò alla questione in maniera molto schematica non avendo in questo momento Raffaele a fianco a me, senza entrare troppo nei dettagli per rispetto della persona: oggi Raffaele Sollecito continua a subire una serie di ingiustizie da parte della società, fortunatamente non da tutti ma da quella nicchia di persone che si sente al di sopra della legge e che, nonostante l'assoluzione, vuole comunque vedere in lui un colpevole rispetto a un caso di cronaca risolto. Raffaele sta combattendo per reinserirsi nel contesto sociale e non sta trovando un terreno fertile, disponibile ad accoglierlo; e questo è grave perché, in una fase di reinserimento nella vita civile, serve comunque anche il sostegno della società e questa dev'essere pronta all'accoglienza soprattutto, ripeto, nel caso di una persona dichiarata innocente dalla legge.

 

Quello che descrivi è certamente uno scenario inquietante…

 

Ma è uno scenario inquietante anche l’interesse morboso del pubblico per la vita di un individuo, come se la privacy e la vita privata di Raffaele Sollecito “dopo” fosse motivo di argomentazione continua o se chiunque si potesse sentire in diritto di giudicare senza le competenze adeguate. Lo trovo inopportuno e assolutamente ingiusto, perché stiamo parlando di un essere umano, come lo sei tu, come lo sono io e come lo sono tutti gli altri. E' stato criticato il modo di essere di Raffaele: ma quello che un individuo mostra esteriormente spesso e volentieri non corrisponde alla sua realtà interiore.

 

Quindi per quanto riguarda tutto ciò che i media stanno criticando, che stanno cercando di far emergere o sottolineare in Raffaele rispetto magari alla sua uscita con gli amici, o comunque ad aspetti della vita che può fare un ragazzo qualunque, e in particolare al fatto che possa non trasmettere le sue emozioni… Be', io sono anche una grafologa e ti posso assicurare che dalla sua analisi quello che emerge è invece la sofferenza, il pathos, tutto ciò che ha provato: semplicemente ci sono persone che lo dimostrano in una maniera e ci sono persone purtroppo per “corazza” abituate a non dimostrarlo per non farsi ferire ulteriormente. Qui siamo di fronte a una persona che probabilmente (mi permetto di sbilanciarmi in questo senso) ha sofferto anche troppo.

 

Quando delle persone entrano in questo tipo di circuito mediatico diventano come i personaggi di una telenovela, vengono de-umanizzati, diventano all'occhio del pubblico quasi delle icone: esseri fittizi, per cui poi ci si aspetta da loro un certo tipo di comportamento...

 

Diventano dei VIP! Come se fossero degli attori o cantanti, quindi ci s'interessa di cosa uno fa, di come si veste, di dove va a mangiare, con chi esce e perché proprio con quella persona… la stessa attenzione che si può avere per un “tronista” la si ha paradossalmente per una persona che invece è vittima d’una vicenda giudiziaria o sui protagonisti di tante ingiustizie, persone che hanno pagato per reati che non avevano commesso e solo in seguito a una lunga odissea sono stati dichiarati innocenti dalla Cassazione.

 

Recentemente, sempre a proposito delle vostre iniziative, al vostro evento come Grempass (Graphological Empirical Association) in cui veniva presentato un corso di grafologia era presente il prof. Francesco Bruno, che è intervenuto in maniera molto dura sulla spettacolarizzazione e relativa banalizzazione della criminologia ad uso e consumo del pubblico televisivo generalista. Come descriveresti questo fenomeno in relazione al problema più ampio del rapporto media/giustizia?

 

Esistono delle forme di suggestione che passano attraverso canali mediatici: proviamo ad immaginare il comune cittadino seduto davanti al televisore di casa propria… che tipo di responsabilità si sta arrogando, e con che diritto può farlo, un professionista quando fa delle pubbliche dichiarazioni? Sento tanti colleghi che vanno in televisione cercando di illustrare una loro deduzione rispetto all'innocenza o alla colpevolezza di un soggetto. È ovvio che si crea un polverone. Io sono per la comunicazione mediatica ma se fatta in maniera intelligente, se può portare informazione di qualità, se può spiegare davvero i casi alle persone e quindi mostrare tutt'e due le facce della medaglia. Se bisogna puntare il dito contro una procedura errata si deve avere il coraggio di farlo: non ci si può prendere “licenze poetiche” rispetto a vicende come il furgone di Bossetti o simili.

 

Sono chiamata a parlare di dati oggettivi: un furgone, una scrittura, un qualsiasi elemento non può diventare la fantasia personale ed elaborata della dott.ssa Palmisano, deve rimanere un dato oggettivo. Mentre se accendiamo il televisore in qualsiasi momento possiamo ascoltare di tutto e di più. Il prof. Francesco Bruno mi ha fatto l'onore di essere presidente di un'associazione di grafologia, in cui sono vicepresidente, grazie alla dottoressa Beatrice Angeloni, presidente GREMPASS, e grazie al prof. Sergio Caruso con cui abbiamo poi coordinato questa iniziativa. Nel nostro piccolo, insieme a tutti questi professionisti, stiamo cercando di coltivare una realtà diversa. L'unica cosa che chiediamo nella collaborazione e nella formazione è il rispetto dell'individuo e del pensiero altrui, e di basarsi esclusivamente su dati oggettivi.

 

Tra le tue competenze accademiche la grafologia riveste una particolare importanza: eserciti il ruolo di perito grafologo presso il Tribunale Penale di Roma e hai dato alle stampe recentemente un volume sull’argomento che verrà anche adottato come testo di studio della materia. Puoi parlarci di questo tuo ultimo lavoro e del ruolo in generale che la grafologia ha come scienza dal punto di vista criminologico?

 

Si tratta di un umilissimo manuale tecnico che può agevolare il percorso di studi all'aspirante grafologo: vuole semplicemente essere un supporto per tutti quelli che in questo momento hanno necessità di avvicinarsi alla materia oppure coltivarla dal punto di vista professionale. Ci sarà un seguito perché stiamo parlando di un compendio che prevede cinque numeri, in questo ha collaborato una mia studentessa (attualmente la possiamo definire collega), la dott.ssa Melissa Trombetta.

 

Per quanto riguarda la grafologia applicata alle scienze forensi, i latini dicevano “verba volant, scripta manent”: ma tutto ciò che è “scripta” in un certo senso ha un problema relativo alla datazione, all’autenticità, e quindi interviene in questo senso quella materia che noi chiamiamo grafologia giudiziaria, che dà l’interpretazione della psicologia, del comportamento di una persona. Noi studiamo i segni sul foglio, dallo spazio alla sicurezza del tratto alla dimensione dei caratteri, insomma tutta una serie di elementi legati appunto al soggetto. Questa materia è una professione che attualmente sta dimostrando anche delle prospettive di impiego per i nostri studenti. È una materia complessa, quindi serve una preparazione immensa a riguardo: l'ambito di elezione di questa materia è ovviamente quello giudiziario. 

 

 


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