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14/08/18 ore
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Tra accompagnamento alla morte ed accanimento terapeutico



di Maurizio Mottola (1951 - 2012)

 

Sul testamento biologico sono in tanti che hanno affermato la loro paternità. Senza reclamare primogeniture, quello che ci preme è cogliere questa occasione per ricordare un nostro caro compagno e amico fraterno, Maurizio Mottoa, psichiatra e psicoterapeuta, giornalista e pubblicista, collaboratore di Agenzia Radicale e Quaderni Radicale da sempre, scomparso il 22 febbraio del 2012. Su questo tema, con acutezza e grande sensibilità, è intervenuto più  volte. Di seguito un suo intervento che ci fornisce una ulteriore testimonianza della sua grande sensibilità culturale e morale.

 

**********


Quando il medico ha cominciato a frapporsi tra l’umanità e la morte, quest’ultima ha smarrito l’immediatezza e l’intimità proprie dei secoli precedenti, la propria dignità di evento inesorabile della natura che va affrontato da ognuno.

 

Dalla danza guidata da uno scheletro o “danza della morte” del Rinascimento, dal trapasso del vecchio dissoluto nella sua camera da letto dell’Ancien Regime, dal medico itinerante che lotta contro gli spettri vagabondi della consunzione e della peste del diciannovesimo secolo, dal clinico che s’interpone tra il paziente e la morte di quest’ultimo della prima metà del secolo ventesimo, si è giunti progressivamente all’odierna morte sotto cura intensiva, in genere in ospedale.


Dunque la morte da chiamata di Dio si è venuta trasformando in evento naturale (espressione della forza della natura) e quindi con un’ulteriore mutazione si è venuta convertendo in un fenomeno “prematuro”, allorché colpisse chi non fosse vecchio e vegeto, divenendo esito di malattie specifiche attestate dal medico.


È come se piuttosto che morire si fosse colpiti da malattie “omicide”!


La forza generale della natura già definita come “la” morte si viene trasformando in una quantità di cause specifiche, responsabili del decesso clinico: dal singolare “la” morte si passa al plurale “le” morti.


Pertanto il medico diviene colui che lotta al capezzale del paziente contro malattie personificate.
La speranza del medico di riuscire a controllare il decorso di specifiche malattie va determinando la nascita del mito di una sua potestà sulla morte.


La morte “a tempo debito” accompagnata dai relativi sintomi clinici ha segnato dunque il definitivo passaggio dell’evento morte nella sfera del controllo sanitario: siamo alla medicalizzazione della morte.


Il diritto alla morte “naturale” viene formulato come richiesta di un uguale consumo di servizi sanitari e la società diviene responsabile di impedire la morte di ogni suo membro; l’intervento terapeutico -efficace o meno- può mutarsi in un dovere.


Qualunque decesso che avvenga senza cure mediche può interessare la giustizia.


L’incontro con un medico comincia a diventare ineluttabile quasi quanto l’incontro con la morte. La “buona” morte è oramai irrevocabilmente quella del consumatore-tipo di cure mediche.


Come nelle culture primitive, ricompare di nuovo qualcuno a cui dare la colpa se la morte avviene: non più certamente l’incantesimo dello stregone oppure la maledizione di un nemico o la rottura del filo nelle mani delle Parche oppure Iddio che ha mandato il suo angelo di morte, ma invece un’assistenza sanitaria inferiore agli standard stabiliti oppure l’ospedale troppo lontano o la mancanza di un medico che presenzi l’evento del morire.


Chi muore e basta è considerato morto senza assistenza medica e quindi indiziato di “cattiva” morte o precoce o perlomeno differibile.


La tradizionale caccia alle streghe, che si scatenava alla morte del capo tribù, si va modernizzando: per ogni morte prematura o clinicamente ingiustificata si può sempre trovare la persona o l’ente “irresponsabile” che ha ritardato o impedito l’intervento medico.


Come il parto in ospedale, così la morte in ospedale - o comunque dopo intensive e continuative cure sanitarie - è indice inattaccabile di civiltà.


Tale modalità di decesso diviene un valore sociale da perseguire per una omologazione di tutti verso lo stesso tipo di morte -quella medicalizzata-, catalogando come sottosviluppo (cui bisogna porre rimedio con un’ulteriore espansione delle istituzioni sanitarie) tutti gli altri modi di affrontare l’evento morte.


Con la medicalizzazione della morte l’assistenza sanitaria è diventata l’unica vera religione mondiale obbligata.


La morte “naturale” è oggi unicamente quel punto in cui l’organismo umano rifiuta ogni altra applicazione terapeutica, per quanto accanita possa essere.


Morendo, il cittadino moderno -obbligatoriamente tutelato e reso incapace di provvedere da sé- realizza la forma estrema di resistenza in quanto consumatore di cure sanitarie.


Ed oggi la persona più impossibilitata a stabilire la scena della propria morte è il malato cronico e terminale: la società attraverso il sistema medico decide quando e dopo quale dosaggio di accanimento terapeutico potrà morire.


Papa Giovanni Paolo II morì il 2 aprile 2005 nel suo letto senza accanimento terapeutico e paradossalmente accade che oggi solo se si è pontefice si può morire in modo umano, senza l’obbligo di restare in vita costi quel che costi.


Sì, oggi come oggi paradossalmente solo se si è pontefice si può scegliere il luogo e la scena della propria morte che non passino per l’insistenza delle cure e l’ospedale.

 

E ad oltre tre anni dalla morte di Piergiorgio Welby (20 dicembre 2006) e ad un anno dalla morte di Eluana Englaro (9 febbraio 2009) non ci sono leggi che prevedano per il cittadino italiano qualsiasi decisione sulle scelte di fine vita. (*)

 

 

(*) Intervento alla presentazione di Ocean Terminal (Piergiorgio Welby, Castelvecchi Editore), Napoli 19 febbraio 2010

 

 


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