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24/11/17 ore

Giustizia e informazione. Conversazione con l’avvocato Fabio Viglione



Il congresso straordinario delle Camere penali che si è appena tenuto, non essendosi dovuto occupare del rinnovo delle cariche, ha potuto dedicare la sua riflessione su alcuni dei nodi oramai calcificati della questione giustizia in Italia. L’avvocato Fabio Viglione, della Camera penale di Roma, ha illustrato al congresso una mozione volta a sottolineare come sia frequentemente depistante e devastante il meccanismo dei mass media e rischi di influire anche sugli esiti processuali. Di seguito il testo di una sua conversazione con Giuseppe Rippa, direttore di Quaderni Radicali e Agenzia Radicale.

 

 

Direi di partire da qui, perché la mozione evidenzia certo le anomalie presenti che intervengono sulle libertà individuali e sul processo di criminalizzazione: quali sono i suoi contenuti e che obiettivi si propone?

 

 

La mozione presentata dalla Camera penale di Roma è stata particolarmente partecipata e vissuta come un problema centrale, avvertito da tutte le numerosissime Camere penali territoriali che l’hanno sottoscritta. La mozione, approvata dal Congresso, è il frutto del lavoro di un Osservatorio sull’informazione giudiziaria istituito dall’Unione delle Camere penali. L’Osservatorio negli ultimi anni ha più volte prodotto studi specifici e licenziato documenti in cui sono state segnalate alcune distorsioni dell’informazione giudiziaria.

 

Un libro bianco ha segnalato diverse degenerazioni delle dinamiche informative in materia di cronaca giudiziaria. Si è trattato di un lavoro accurato e volto allo studio della comunicazione giudiziaria esaminata alla luce dei parametri normativi di riferimento, senza trascurare il rispetto di irrinunciabili principi costituzionali.

 

È un tema importante che non può essere confinato in una mera protesta di ostinato garantismo. È assolutamente doveroso informare ma la delicatezza dei dati diffusi impone il rispetto di regole precise oltre che, naturalmente, l’auspicabile laicità di chi è chiamato a raccontare una indagine a seguire un processo. I diritti del cittadino, presunta vittima o accusato, non possono certamente sacrificarsi sull’altare del clamore e della spettacolarizzazione. Completata l’attività di analisi, di monitoraggio e di raccolta di materiali, l’obiettivo è quello di segnalare in modo capillare le violazioni di legge e le degenerazioni.

   

Io credo, comunque, che la prima delle regole da seguire – sarà retorica, ma di fronte alla sua violazione frequente evidentemente retorica non è – riguarda il rispetto del principio costituzionale di presunzione di non colpevolezza. Presentare un cittadino come colpevole al primo avviso di garanzia, significa creare i presupposti perché nei confronti di quel cittadino neanche la sentenza assolutoria dalla formula più ampia sarà in grado di restituirgli quello che ha perso in termini di onore, reputazione, credibilità. E tanto, è reso ancor più drammatico anche in relazione ai tempi di celebrazione del processo. Se un’aggressione mediatica si manifesta nell’andare a costruire una sostanziale certezza della colpevolezza, dopo il primo atto che peculiarmente è proprio il più embrionale per ricostruire il fatto, il danno prodotto è già irrimediabile. Una volta che l’indagato è presentato come colpevole, ci sarà ben poco da ricostruire in Tribunale, anche dopo l’eventuale sentenza assolutoria.

 

Senza parlare poi, di un’altra peculiarità: il momento di massimo clamore mediatico in un processo è proprio quello delle indagini le quali, come è evidente, non sono assistite dalla capacità di misurare approfonditamente anche le tesi della difesa. Quante volte, poi nel prosieguo, ci perdiamo per strada l’informazione sul caso, superato dall’attualità di altre vicende? Così, l’epilogo del processo diventa di scarso interesse mediatico. Dai titoloni, spesso si finisce relegati ai trafiletti.

 

Per queste ed altre distorsioni, comunque, l’Osservatorio ha compiuto delle segnalazioni e ha prodotto un Libro bianco dove sono riportati numerosi casi di violazione di questi principi basilari. Tale lavoro fornisce i materiali per intraprendere anche azioni sotto il profilo formale, come denunce a chi dovrebbe vigilare sulla correttezza dell’informazione.

 

 

Il problema per i giornalisti sarebbe di natura deontologica…

 

Credo sia anche una questione culturale. Quando si parla di un’indagine nei confronti di un cittadino, sarebbe più corretto cercare di avere dall’accusato il proprio punto di vista, cercare di andare alla ricerca anche della “replica”. Anche per consentire al fruitore della notizia di avere una informazione più equilibrata sulla quale formare il proprio convincimento.

 

 

D’accordo, ma se la vocazione del nostro giornalismo è questo quali atti formali si possono intraprendere? Una volta prodotto il Libro bianco, le Camere penali sono disposte ad aprire un contenzioso con il mondo dell’informazione?

 

Io non posso che parlare a titolo personale naturalmente. Ed allora: in democrazia certamente l’informazione è essenziale e ne va garantita la piena autonomia e libertà. Ciò detto, però, ritengo parimenti fondamentale che le regole si rispettino, con riferimento alla verità di quanto si afferma, all’osservanza delle norme poste a presidio della divulgazione di determinati atti processuali, alla riproduzione di determinate immagini, nel rispetto della dignità della persona.

 

Mostrare immagini di indagati in manette o scrivere “arrestato l’assassino” significa non rispettare specifiche disposizioni poste a presidio di una corretta informazione. La fondamentale importanza che riveste la libertà di stampa, a mio avviso, non ha nulla a che vedere con la spettacolarizzazione del processo in danno dei diritti degli indagati, né con la violazione delle regole processuali.

 

 

Ma quest’opera di sensibilizzazione che voi penalisti invocate non trova sbocchi effettivi. Non credo che la presunzione di non colpevolezza sembra praticata con le conseguenze che tutti vediamo. 

 

Ritengo che il problema sia essenzialmente della politica. Il discorso dello scandalismo di avvisi di garanzia urlati ed insigniti di titoloni e prime pagine nasce dalle conseguenze politiche più che da quelle giudiziarie. Effettivamente l’avviso di garanzia è concepito come una salvaguardia per i diritti del cittadino che lo riceve, ma se la politica lo vive in modo antitetico allo spirito dell’art. 27 della Costituzione sulla presunzione di non colpevolezza, c’è poco da fare.  Si pratica la scorciatoia e proprio l’atto meno solido sotto il profilo dell’accertamento diventa condanna. Spesso, se un politico riceve un avviso di garanzia, gli avversari e spesso i propri colleghi di partito ne fanno discendere conseguenze liquidatorie per la sua attività. Le dimissioni vengono sollecitate per tacitare il clamore e l’indignazione diffusa, tipica di un processo sommario che si sovrappone a quello che eventualmente dovrà celebrarsi.

 

Ma se l’avviso di garanzia non venisse vissuto come ciò per cui non venne concepito, non fosse talvolta l’inizio della fine, credo che assisteremmo ad un ridimensionamento dei clamori e ad una normalizzazione dell’informazione giudiziaria, vissuta in chiave di rispetto della presunzione di non colpevolezza. Un avviso di garanzia che produce immediate dimissioni non può che avere uno spazio maggiore.

 


 

Il Movimento 5 Stelle ha acquisito uno spazio rilevante, ed alcuni giornali sono andati trasformandosi a volte in soggetti di criminalizzazione e giustizialismo, attribuendo all’inizio di un procedimento ben pochi condizionali… Fatto salvo che, appena a essere coinvolta in un’indagine è stata la sindaca di Roma, si è manifesta la coscienza di cosa sia davvero l’avviso di garanzia. Tutti questi aspetti rendono esplicito che la base sociale del nostro paese è avvezza a muoversi secondo spinte emozionali, nei fatti strumentali al gioco di potere delle corporazioni…

 

La presunzione di non colpevolezza va praticata per tutti. Senza distinzione alcuna. Questo è un principio che non può essere soggetto a deroghe perché appartiene ad un impianto di sensibilità culturale che trova proprio nella Costituzione la propria stella polare. Purtroppo, nei momenti di difficoltà della politica a soddisfare i bisogni primari di una comunità, nei momenti di gravi crisi economiche, si manifesta più diffusamente la voglia di trovare capri espiatori.

 

Di trovare nomi e volti sui quali proiettare le responsabilità. In questo senso, basta l’inizio di una indagine, specie se a carico di cittadini che appartengono alle classi dirigenti, per praticare la scorciatoia che porta ai processi sommari, alle condanne anticipate nelle piazze ormai sempre più virtuali, ben prima dell’accertamento giudiziario.

       

Per questo credo che sia difficile per una classe politica debole guidare un percorso di normalizzazione e di moderazione di toni e di atteggiamenti rispetto alle inchieste giudiziarie. Più in generale, comunque, quando si parla di un caso giudiziario che può sconvolgere le coscienze individuali e collettive, è normale che si voglia trovare al più presto il colpevole e punirlo. Ma il più delle volte tale immediatezza non è possibile se si vuole individuare in termini di certezza “il” colpevole e non “un” colpevole. È bene dunque che queste ansie non si traducano in un’accelerazione a tutti i livelli volta a dare sempre e comunque soddisfazione alla piazza. I tempi e le modalità di un accertamento non sono compatibili con i desideri emozionali di piazza.   

 

 

A tuo avviso, il congresso delle Camere penali ha registrato un innalzamento di consapevolezza dell’avvocatura rispetto a questi elementi deformanti della dialettica processuale?

 

Direi proprio di sì. Non è una questione di garantismo, ma di voglia di legalità tesa alla difesa innanzi tutto dei diritti di tutti. Anche degli ultimi, persone che spesso non hanno voce per denunciare una ingiustizia o far valere una propria buona ragione. Lo stato di diritto è il luogo irrinunciabile in cui siamo tutti chiamati ad operare nelle nostre rispettive funzioni. Ed è proprio in questo senso che ritengo possibile lavorare su soluzioni che migliorino il servizio giustizia.

 

Un servizio che, a mio parere, le Camere penali concorrono a migliorare nell’interesse del cittadino e della comunità. Numerose sono le proposte dirette proprio a fare in modo che il modello processuale sia sempre più in grado di tutelare il corretto quanto effettivo esercizio dei diritti di ciascuno. In questo senso, anche la proposta relativa alla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri va correttamente inquadrata. La raccolta di oltre settantamila firme (realizzata con il Partito Radicale) ha rappresentato il completamento di una sensibilizzazione della proposta rivolta ai cittadini oltre che ai numerosi operatori del settore. Ritengo che dal punto di vista ordinamentale sia corretto separarle, a completamento della riforma del codice di procedura penale approvato nell’ormai lontano 1988.

 

Anche perché se è vero che la separazione delle carriere non cambia la natura dei problemi in cui versa la giustizia, è altrettanto vero che essa nasce dalla necessità di distinguere due funzioni completamente diverse. Chi accusa e chi è chiamato a giudicare. Ritengo corretto vi sia tra le due funzioni una distanza prima di tutto culturale, perché il giudice ha il dovere di rapportarsi con accusa e difesa ponendosi su un piano di terzietà rispetto alle parti, poste su piani paritari di confronto e di dialettica contrapposizione.

 

Sempre rispettosa delle reciproche funzioni. Si tratta di dare compiuta attuazione, non solo al modello accusatorio introdotto dal codice dell’1988 ma al principio del giusto processo, introdotti nel 1999. Sono proprio questi ultimi a fare espresso riferimento al processo che si svolge “nel contraddittorio tra le parti”, “in condizioni di parità” e “davanti al giudice terzo e imparziale”.

 

Non va vissuta come una proposta di riforma contro qualcuno, meno che mai contro i magistrati, la cui essenziale funzione non può essere messa in discussione.  In questo senso, il sistema processuale di stampo accusatorio con tale riforma verrebbe a completarsi, anche sul piano della coerenza d’insieme.

 

 

L’opposizione della magistratura alla separazione delle carriere, a dispetto dei referendum e della raccolta di firme in suo favore, viene giustificata con l’esigenza di uno scambio proficuo di competenze fra giudici e accusatori. Ma è evidentemente pretestuoso affermarlo: personalmente non riesco a trovare giudizi fondati che motivino la necessità di giudici e pm a dover condividere un’esperienza comune…

 

Ho spesso cercato di capire le ragioni di contrarietà ma non sono mai riuscito a comprenderle fino in fondo, forse per mia incapacità. Una separazione delle carriere non indebolirebbe certamente nessuna delle due essenziali funzioni. Anzi, le rafforzerebbe. Quello che ho spesso letto tra i conservatori dell’attuale sistema è il rischio della sottomissione delle funzioni requirenti, delle funzioni dell’accusa al governo, alla politica. In buona sostanza, una perdita di autonomia e di indipendenza.

 

Tuttavia, questo rischio, con due distinti ed autonomi organi di “autogoverno” non sarebbe concreto. Né ritengo ostativa per la riforma la vocazione per i P.M. al senso ed alla cultura della giurisdizione che non potrebbe essere di parte. Credo che la cultura della giurisdizione sia propria nel giudice terzo ed insita nella sua funzione, nel suo equilibrio e nella sua terzietà. Il pubblico ministero ed il difensore, devono avere la cultura della legalità e confrontarsi nel contraddittorio innanzi al Giudice.

 

(a cura di Luigi O. Rintallo)

 

 


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