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14/06/24 ore

Cabinet of Curiosities, la serie di Guillermo Del Toro fra horror, fantasy e fantascienza



di Camillo Maffia

 

Difficile battere i record di serie TV antologiche in bilico fra horror, fantasy e fantascienza come Ai confini della realtà, ma Guillermo Del Toro, con Cabinet of Curiosities, ci è andato abbastanza vicino.

 

Già l’apertura di ogni episodio, col regista che introduce con battute sinistre gli orrori a venire, si riallaccia a momenti d’oro della televisione come lo storico show Alfred Hitchcock presenta, ma con un gusto per il macabro che a tratti ricorda piuttosto le premesse stile Vampira dei Bmovie statunitensi degli anni Cinquanta.

 

Lotto, il primo episodio, è il più semplice, diretto ed efficace: gli orrori cosmici che si scatenano sul protagonista sono tali da far provare empatia perfino per uno come lui, il razzista Nick che ha negato a una povera immigrata di poter riprendere i suoi affetti personali dopo averle soffiato il lotto del titolo.

 

E se I ratti del cimitero gioca facile con il terrore dei temuti roditori e del seppellimento prematuro, fra atmosfere gotiche e momenti grotteschi, L’autopsia riesce nell’intento di portare sullo schermo acrobazie weird difficilmente rappresentabili, gelando lo spettatore che apprende gradualmente la natura delle mire innominabili di un parassita alieno interessato al corpo del dottor Carl Winters, interpretato da un incredibile F. Murray Abraham.

 

L’apparenza è un calo di stile in cui tutto è obiettivamente insignificante, mentre la quinta puntata, Il modello di Pickman, riesce solo in parte a rendere giustizia al capolavoro di H. P. Lovecraft: la fotografia straordinaria, la puntuale ricostruzione storica, la bravura di Ben Barnes e la visionaria creatura dello stesso Del Toro non bastano a risollevare le sorti di un episodio che, nel tentativo di aggiornare il racconto originale, lo stravolge fino a renderlo sfilacciato e incoerente, precipitando in un finale gratuito e inferiore alle aspettative create con la prima parte.

 

Ma il genio del New England è ampiamente risarcito di questa piccola ingiustizia da quello successivo, I sogni della casa stregata diretto da Catherine Hardwicke, un affascinante e ispirato adattamento ricco di variazioni dark fantasy che non indeboliscono però l’impianto autenticamente horror del testo da cui prende spunto, con un efficacissimo Rupert Grint che si perde in un mondo a metà fra l’Harry Potter più cupo e gotico del Prigioniero di Azkabam e il celebre Labirinto del Fauno che consacrò l’autore della serie.

 

Meno ispirato, a tratti incomprensibile, La visita, ben realizzato ma apparentemente indeciso su dove voglia realmente condurre lo spettatore (se non su dove voglia realmente andare a parare): molti effetti speciali e poco sugo

 

Ma è Il brusio, scritto e diretto da Jennifer Kent da un racconto di Guillermo Del Toro, il punto più alto di questa serie televisiva, una ghost story di altri tempi magistralmente interpretata da Essie Davis e Andrew Lincoln alla quale si perdonano le lentezze iniziali e che si finisce per ammirare sempre più mano a mano che si scivola verso il finale, ora per la fotografia e l’ambientazione, ora per i colpi di scena e i dialoghi brillanti, ma soprattutto per l’intensa, virante passione con cui i due attori sostengono la parte della coppia isolata in una casa dagli inquietanti segreti.

 

Prodotta senza badare a spese da Netflix, che ha distribuito i primi due episodi il 25 ottobre scorso, Cabinet of Curiosities è l’ennesima riprova dello straordinario estro creativo di Guillermo Del Toro, e costituisce un’esperienza che non può mancare per ogni amante dell’horror…

 

 


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