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20/06/18 ore

L’Offenbach da Opera e quello da Operetta. Vizi e virtù di un genio


  • Vincenzo Basile

Inventore del genere che lo rese immortale, ne compose più di 100. Tra le altre, La belle Helene e Barbablù. Ma anche l'Orfeo all’Inferno, che si conclude con il travolgente Galop, divenuto poi a metà ‘800 celeberrimo sulle scene del Lido parigino come Can Can.

 

Non contento dell'immenso successo riscosso volle misurarsi anche con l'Opera seria realizzandone due:

Die Reinnixen e Les Contes de Hoffmann. Di quest’ultima fa parte la Barcarole, il suo universale segno di riconoscimento.

 

La prima, che avrebbe voluta intitolare Les Fées du Rhin, fu composta su libretto di Charles-Louis-Étienne Nuit.  Offenbach vivente fu rappresentata solo una volta a Vienna, nel 1864 con il titolo di Die Rheinnixen e libretto tradotto in tedesco da Alfred von Wolzogen; ma fu un allestimento sfortunato; l’opera andò in scena in forma ridotta a causa di un’indisposizione del tenore Alois Ander, che vi avrebbe dovuto sostenere uno dei ruoli principali. La prima rappresentazione integrale slittò da allora fino al 2002 ma fu eseguita in forma di concerto.

 

 

Offenbach riutilizzò due dei brani delle Fées nella sua seconda e ultima opera, Les contes d’Hoffmann, rappresentata postuma nel 1881. Il più famoso dei due, lo «Chant des Elfes» citato anche nell’ouverture, divenne appunto la barcarola («Belle nuit, ô nuit d’amour») cantata da Nicklausse e Giulietta all’inizio del IV atto, ambientato a Venezia.

 

Solo nel 2005 si arrivò finalmente alla prima ripresa moderna in forma scenica, a Lubiana. Quella di Budapest è la prima ripresa mondiale da allora.

 


 

Diretti da Gergely Kesselyák, indifferente alle rifiniture superflue ma sempre attento nell'amalgamare orchestra e palcoscenico, i cantanti offrono prove nel complesso soddisfacenti, nonostante soprano e tenore debbano affrontare sbalzi di estensione impervi. Borbála Keszei non riesce a dominare fino in fondo il registro acuto; le sue possibilità non si esprimono appieno.

 

László Boldizsár dal canto suo mostra più competenza nelle frasi ampie e legate. Senza eccedenze virtuosistiche la voce robusta del baritono Szegedi Csaba e allo stesso tempo quella ben caratterizzata del basso Kovács István, riescono ad unire alla robustezza una adeguata e versatile morbidezza . Chi si distingue sia per protagonismo scenico che qualità di performance è però lei, il personaggio più incisivo dell'opera, il mezzosoprano Andrea Ulbrich, la madre inconsolabile e vendicativa che alla presenza scenica unisce una notevole padronanza vocale, in volume ed estensione.

 

 

 

Reinnixen rimane una creazione musicale certamente alta per temi e melodie ma non particolarmente emozionante, espressione di temeraria per un autore già immenso delle sue composizioni che, forse troppo umilmente, lui stesso volle ridefinire “Operette”, in rapporto a quelle tradizionali, incoraggiandone in tal modo una subordinazione certo svalutativa.

 

Di tutt'altro impatto il Barbablù della sera successiva, all'Operett Szinhaz, ultima fatica dalla giovane ma già affermatissima regista Kriszta Szekely.

 


 

Un allestimento che raggiunge l'essenza dell'Operetta, come Offenbach e i suoi epigoni (tra gli altri, Franz Lehár) l'hanno concepita e coltivata.

 

Il racconto è la vita, crisi e redenzione di un irriducibile Don Giovanni, ed il percorso che la regista sceglie per disseminare la sua incontenibile ma raffinata creatività. La suoneria di un cellulare, un lampadario impazzito, un defilé improvvisato in ufficio, un Twist sulle note di un Valzer (l'elenco sarebbe lungo e imperdonabilmente anticipatorio) sono alcune delle trovate di rimando a situazioni comiche, di satira di costume, di critica sociale che l'Operetta tradizionalmente ha il pregio di contenere. Anche se i suoi detrattori poi ne sottovalutano o colpevolmente negano i meriti; con la complicità di non pochi autori e metteurs en scene affamati di pubblico.

 

Vero è che questo tipo di spettacolo, ebbe vita breve, ma anche che le ininterrotte riproposizioni, più o meno rivedute e corrette, in versioni anche cinematografiche e/o televisive e non certo solo a Budapest, dimostrano il contrario. Come è vero che i temi riguardano solo una classe sociale di un limitato periodo storico. Ma non si può d’altra parte negare la ricchezza specifica di una narrazione che si sviluppa e poi avvolge i suoi fruitori su tre livelli di rappresentazione (canoro, danzato e recitato) rimasta finora ineguagliata.

 

 

Il risultato è visivamente esaltante e esteticamente impeccabile, merito anche dei mirabili costumi di Dora Pattantyus, delle sorprendenti quanto originalissime e innovative coreografie di Noemi Kulcsar cucite addosso alla riscrittura del libretto originale di Henri Mellhac e Ludovic Halévy, completamente rivisto e riadattato, pur nel rispetto della struttura dei caratteri. Accurata ed efficace l’illuminazione e naturalmente la direzione d'orchestra di Daniel Dinyes.

 

Uno degli spettacoli più riusciti e appaganti visti negli ultimi tre anni.

 

 

foto credit Hungarian State Opera: Péter Rákossy

foto credit Operett Szinaz: Gordon Eszter

foto di Krista Szekeliy: Nánási Pál  

 

 


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