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20/10/18 ore

Roma città moderna. Da Nathan al Sessantotto


  • Giovanni Lauricella

Roma città moderna è ripetuto come titolo in tantissimi libri ed è consueto nel campo dell’urbanistica, ma Da Nathan al Sessantotto suona un po’ strano.  Molte volte si fanno dei periodi storici molto bizzarri, già sarebbe meglio dire Dalle cinque giornate di Milano al 1968, per sottolinearne l’aspetto insurrezionale. Fu da quelle giornate mazziniane che iniziarono le sanguinosissime battaglie che portarono all’unità d’Italia … non a caso a Roma misero i ministeri, ma lasciamo perdere. Il problema è la memoria storica che non si può avere se la storia vacilla o è addirittura travisata.

 

180 opere tra dipinti, sculture, grafica e fotografia, di cui alcune mai esposte prima e/o non esposte da lungo tempo, indubbiamente molto interessanti da vedere. “La mostra si muove quindi su di un tracciato storicizzato, con il preciso obiettivo di immergere le opere d’arte selezionate nel contesto geoartistico, temporale e sociale in cui sono state create”.

 

Prima di tutto ci sarebbe da dire che per Roma è il ’69 l'anno dell'esplosione politica, ci si rifà all’anno prima per dare il collegamento al Maggio francese, che poi fu il giugno parigino. A Roma a Valle Giulia, gli scontri con la polizia ai Parioli, furono l’episodio da cui si prese lo spunto per organizzare una mobilitazione cittadina, gli studenti d’architettura non erano la totalità degli abitanti e nemmeno rappresentavano la politica della capitale.

 

L’eco francese ci fu anche perché una componente minoritaria ed emarginata dalla sinistra, gli internazionalisti ispirati dalla Quarta Internazionale, ebbero finalmente l’occasione di farsi sentire. Ricordiamoci che il “centralismo democratico”, in sostanza russo, non accettava decisioni prese al di fuori dal PCUS, un concetto che, anche se lo martellarono per bene nella testa di Trotskij che si rifiutava di capirlo, restò l’alternativa più consistente allo stalinismo.

 


 

In breve tempo venne fuori una visione di solidarietà internazionale che rimise in luce tutte le lacerazioni precedenti, dovute alle tourne'e punitive europee dei carri armati russi ed a tutto quello che stava emergendo nel mondo: Cuba e la guerriglia del Che, l’OLP e il Medio Oriente, la guerra del Vietnam e l’entrata preponderante nello scacchiere internazionale della Cina di Mao (uno che seppe fare una pulizia etnica nella propria patria maggiore di quella già spaventosa perpetrata da Stalin).

 

La rivoluzione culturale di Mao e l’internazionalismo, la mancata rappresentatività sindacale delle lotte operaie e le istanze studentesche negate, furono una discriminante politica ben precisa che allargò il baratro con il filosovietico PCI; ne seguiva una rottura e un non dialogo che sfocerà negli anni di piombo, di cui la recente intervista alla Balzarani rimarca ancora una volta la distanza tra chi stava o supponeva di stare con il movimento fregiandosi di essere rivoluzionario e, dall’altra parte, i riformisti del PCI e altro per questo appellati come reazionari.

 


 

Chi partecipava a una manifestazione di quel tempo si ritrovava in mano un pacco di volantini con le sigle di varie formazioni politiche, i cosiddetti gruppi della sinistra extraparlamentare, che cercavano di dare la linea politica al magmatico e incerto movimento, con le conseguenti risse tra fazioni che erano accettate come espressioni folkloristiche Di tutto questo, e di molto altro che sarebbe necessario dire, nella mostra non c’è nemmeno l’ombra, anche se certamente le opere d’arte esposte sono di notevole valore e per fortuna sono in gran quantità, ma da visitare con le dovute attenzioni.

 

Ad esempio, gli artisti della cosiddetta Scuola di piazza del Popolo erano tutti del PCI di Cinecittà, venuti fuori da quella “Mostra di Pittura” di quartiere per il “Premio Cinecittà”, organizzata dal Partito Comunista Italiano nell’ottobre 1958, gli stessi artisti che poi sono stati esposti da Liverani alla galleria La Salita ecc. ecc.

 


 

Stranamente il percorso della mostra si conclude proprio con questi artisti che sono esposti come espressione del ‘68,  ma sono ben altro. Sembra inspiegabile ma è come che gli artisti rivoluzionari del ’68 romano non siano mai esistiti.  E poi si fanno le giornate della memoria …  

 

Chi fa la cura della mostra sa meglio di me quello che ho spiegato; eppure manda tali messaggi  mistificatori lavorando sul tema suddetto con i soldi della collettività, dati da un’amministrazione votata dai cittadini per il cambiamento

 

 

ROMA CITTÀ MODERNA. Da Nathan al Sessantotto
Dal 29 marzo al 28 ottobre 2018
Galleria d'Arte Moderna di Roma Capitale
Da martedì a domenica ore 10.00 - 18.30

 

 


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