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22/06/18 ore

La straordinaria vitalità dell'Archeologia



di Adriana Dragoni

 

Se non avessimo dei pregiudizi nei suoi confronti, ci accorgeremmo che l'Archeologia non è cosa morta, passata, e chequello che a noi, nella nostra breve vita, sembra lontano nel tempo, per la Grande Storia, invece, ci è vicinissimo ed è ancora vivente, presente. Comunicare l'Archeologia può appunto significare mettere in evidenza la sua contemporaneità. Efficacemente lo afferma la bellissima mostra Pompei@Madre. Materia Archeologica, che mette a confronto le opere antiche con quelle contemporanee.

 

Non la troviamo al Museo Archeologico Napoletano ma (fino al 30 aprile) possiamo visitarla, a Napoli, al Museo d'Arte Contemporanea Donna Regina (Madre). Qui, la straordinaria vitalità dell'antico è rivissuta e mediata dall'esaltazione di quei valori che dagli antichi oggetti in mostra vengono illustrati: la capacità di osservazione, la creatività, la sacralità della natura e dell'umano, l'armonia dell'arte e la sapienza del vivere.

 

Valori che gli antichi hanno trasfuso anche negli oggetti di uso comune, come uno scaldavivande, che è in mostra, ornato da piccole figure di personaggi degli antichi miti. Valori che oggi sopravvivono ancora in quelle opere contemporanee che alla Magna Graecia si ispirano. Ed ecco, qui al Madre, la freschezza di un giardino dipinto, in un antico affresco di una casa pompeiana, che rivive nelle composizioni di reali elementi vegetali, opera di due artiste contemporanee.

 


 

Ma, a volte, è evidenziata, appunto dal confronto, una discordanza profonda tra il mondo dell'ieri e quello dell'oggi. Ne dà un esempio la leggerezza luminosa di un lampadoforo (=portatore di lampada) contrapposta allo scuro colore dei due grossi, pesantissimi parallelepipedi di Richard Serra, che gli sono posti accanto e che (chissà perché?) sono chiamati Giuditta e Oloferne.

 


 

In mostra, anche diversi dipinti del Vesuvio, quasi il simbolo di un tempo eterno, che non passa mai. Qui vediamo che è stato ritratto anche duemila anni fa e poi dai pittori del Settecento, ancora nel secolo scorso da Andy Warhol e da Wade Guyton in questo secolo. In una fotografia in mostra, due visi di donna, ritratte in un antico affresco, sembrano guardarci.

 

 

 

Bellissimi visi, ma come fratti, sconcicati, “Li ho fotografati appena venuti fuori dallo scavo. Per me è stata una forte emozione.” mi ha confidato Mimmo Iodice, l'autore della fotografia. In mostra vi sono anche gli attrezzi usati per gli scavi archeologici nei paesi sepolti dall'eruzione vesuviana del 79 d. C. . E anche i canestri con i quali gli operai portavano via i materiali di risulta. Tantissimi sono gli operai napoletani che, dal 1738 in poi, hanno lavorato agli scavi: il Museo Archeologico è anche opera loro.

 


 

Ci commuoviamo all'umanità del calco di un uomo morente sotto le ceneri dell'eruzione vesuviana, che tiene in alto, con le braccia alzate, un bimbo, cercando di salvarlo. È nella sala dove vi è la scultura di un uomo, opera di Mimmo Paladino: una sagoma umana semplificata, senza connotati, il viso volto verso il muro. E sul muro, il luogo dove lui vive, il suo mondo, vagano, leggeri, indecifrabili segni confusi.

 


 

 In un'altra sala, tutta sua, c'è  il macabro pensiero della morte di Rebecca Horne. E, per contrasto, mi ritornano in mente i sarcofagi che sono all'Archeologico. Vitalissimi, con tante vivissime figure. Tra questi, alcuni, più semplici, hanno scolpita, su un lato, soltanto una porta. Una porta socchiusa come spinta da un soffio di vento (= anemos). Da un'anima, che esce dal sarcofago e viene fuori, verso di noi.

 

 


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