Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.

27/07/17 ore

Giovanni Boldini al Complesso del Vittoriano a Roma


  • Giovanni Lauricella

Giovanni Boldini è una controversa figura del panorama della storia dell’arte per lo strano percorso di notorietà che lo accompagnò durante la sua carriera e anche successivamente sino ai giorni nostri.  Una notorietà a doppio taglio che forse gli ha precluso il dovuto apprezzamento.

 

Come tutti sanno, infatti, Giovanni Boldini è “il pittore delle dame” di un’epoca che coronò l’apice glorioso dell’irrompere nella scena sociale della borghesia. Dico borghesia nel vero senso della parola, perché è un termine talmente abusato che lascia adito a tanti equivoci. Non parlo cioè della borghesia che conosciamo adesso, ma di quella originaria, che era collocata tra il ceto medio e l’aristocrazia, la nobiltà illuminata che nella fine dell’800 furoreggiava; una elite forte, di pensiero lungimirante, e proiettata talmente in avanti che forse proprio per questo scatenò i più accesi confronti e scontri sociali, che sino ad oggi ci portiamo dietro come lontana eredità.

 

Parlo della borghesia della rivoluzione industriale, che si trovò a cavallo tra due epoche e che ebbe ragione sui vecchi regimi perché aveva dalla sua parte e rappresentava in carne ed ossa il progresso che ormai procedeva a spron battuto: per avere un riferimento visivo tra le costruzioni spettacolari abbiamo la Tour Eiffel del 1889 e prima ancora il Crystal Palace del 1851, due costruzioni estreme per quei tempi, costruite per le rispettive esposizioni internazionali che veicolavano il progresso e il futuro di allora.

 

Una concezione che era il credo esistenziale di quella società, in cui non c’era anno che non segnasse una nuova scoperta scientifica, e così avveniva per le innovazioni industriali o per i primi spostamenti per le ultime e più impervie rotte geografiche, che venivano affrontate in numero cospicuo di passeggeri avvalendosi di mezzi allora avveniristici, come le imbarcazioni e i treni a vapore, che prefiguravano gli odierni spostamenti in massa.

 

Fu un fenomeno storico talmente dirompente che non aveva paragoni nel passato e una vocazione internazionale di prim’ordine che adesso non sbalordisce, ma che a quel tempo fu una miniera di stimoli per una nuova visione del mondo. Strano a dirsi, rispetto ad adesso che abbiamo la U.E., a quel tempo la cultura aveva una maggiore vocazione internazionale, del resto era il periodo florido che tutti conoscono come cultura mitteleuropea che venne poi stroncata dalla prima guerra mondiale.

 

Boldini da Ferrara (dove era nato nel 1842) va a Firenze all’Accademia di Arte, frequentando il famoso caffè Michelangelo già famoso per essere punto d’incontro dei Macchiaioli. Stiamo parlando di un’Italia che ancora non era unita cioè di quando Palermo, Napoli, Roma, Firenze, Bologna, Genova, Milano, Padova, Venezia erano città con la lettera maiuscola in competizione con le più grandi città europee. I giovani di allora, anche se in numero nettamente inferiore di adesso che sono inquadrati nell’Erasmus, sentivano pressante l’affermazione professionale a livello internazionale come qualifica necessaria, fenomeno conosciuto adesso come fuga di cervelli.

 

 

Così fu per Boldini che, da valido pittore quale era, già prima di entrare all’ Accademia di Firenze perché aveva imparato tutto dal padre (validissimo pittore conosciuto come “raffaellita”), si trovò nelle più grandi e famose capitali di quel tempo ad operare come ritrattista finché, in gloria, non si stabilì a Parigi, dove sarebbe morto nel 1931.

 

Ma la cosa straordinaria e molto moderna fu il fatto che molte delle commesse che ebbe furono proprio di donne, come del resto si nota nella mostra. Donne che, viste oggi, sono l’antitesi del femminismo ma che già prefiguravano la donna di successo che oggi abbiamo, la donna spigliata, disinibita, dal fascino erotico, mattatrice in quanto di alto livello sociale. Donne metropolitane, dinamiche e sexy, riflesso di quel cambiamento industriale di cui sopra, ma allo stesso tempo grandi dive che nei quadri dominavano la scena come nel palcoscenico.

 

Quando hai davanti una donna ritratta da Boldini ti immagini un seguito di uomini che stanno ai suoi piedi ad aspettare di essere degnati di attenzione. Non erano le donne vittime dell’uomo che oggi conosciamo come condizione consueta, ma icone del mito della donna vincente, la donna simbolo di potere. Oggi sarebbero le donne di Vogue, del Billionaire, quelle che abbiamo visto al seguito di Berlusconi, all’insediamento di Trump o giù di lì. Vi potete immaginare Boldini quanto potesse essere ricco e quanta invidia potesse suscitare.

 

Era infatti già visto con fastidio negli ambienti artistici parigini dove chi viveva di arte faticava ad affermarsi, celando però le difficoltà in una leggendaria vita da Bohème spesso fatta di stenti, mentre a Boldini era consentito un genere di vita a livello dell’alta società. Una scelta di classe, usando il linguaggio marxista, che lo fece ritrovare all’angolo in una resa dei conti che ben presto ci fu all’affermarsi dei primi Impressionisti, quando infatti fu messo da parte come se fosse stato un eretico. (Tanto per capire il periodo storico dal punto di vista cronologico, la prima mostra degli impressionisti si tenne il 15 aprile del 1874 allo studio fotografico di Felix Nadar a Parigi).

 

Ma non solo, bisogna rilevare l’imbarazzo che c’è stato anche tra i critici e tra gli storici dell’arte del Novecento, che, avendo quasi tutti una matrice marxista, hanno relegato Boldini tra gli artisti di serie B, un venduto, un nemico del popolo, privo di spessore politico e di impegno sociale. In realtà egli era un borghese a tutti gli effetti, storicamente e di fatto, un tipico individualista, con tutte le caratteristiche del professionista, padrone di tecniche che lo rendevano vincente nei confronti degli altri pittori.

 

La sua bravura era strabiliante: riusciva a rendere le minime sfumature delle sete cangianti, degli chiffon, delle carnagioni delicate, degli sguardi fugaci: ma in più, Boldini tecnicamente non perse mai l’aderenza al suo tempo, dagli inizi in stile macchiaiolo alla maturità del periodo parigino, quando riusciva anche ad implementare elementi impressionistici nelle pennellate che faceva intorno ai suoi ritratti (dove solo i visi sono messi a fuoco nei dettagli) quasi a scherno dei suoi invidiosi rivali, fino ad anticipare il futurismo nella sequenza veloce dei segni.

 

 

Grazie alla rivalutazione del decadentismo e della Belle Epoque (che dobbiamo a Thomas Mann, a Claudio Magris e Luchino Visconti) Boldini ora è accettato e gustato, ma sempre con le dovute cautele, perché i valori intriseci alla sua pittura sono inequivocabili, ma concettualmente è rimasto un artista che dal punto di vista ideologico lascia in gola un sapore agrodolce. Ma, se vogliamo, la vicenda dei tre ritratti della bellissima Franca Florio è emblematica dei contrasti che scatenava anche fra i suoi ammiratori. Insomma, Boldini ebbe grande successo e successivamente fu come dimenticato per poi essere disseppellito come un ritrovamento di preziosa arte del passato: è così che oggi si rivede nell’ala Brasini del Vittoriano nei giorni dell’8 marzo.

 

Una mostra piacevole e bella ... nel vero senso della parola: una delizia per gli occhi. Ai cultori di storia del costume sociale suggeriamo di andare oltre, con una rilettura del classico di Thorstein Veblen, “La teoria della classe agiata” (prima edizione 1899) dove spigoliamo la seguente osservazione:

È stato già rilevato che, negli stadi dell’evoluzione economica in cui l’agiatezza vistosa è molto quotata come strumento di buona reputazione, l’ideale esige mani e piedi piccoli e delicati e la vita sottile. Queste caratteristiche…servono a mostrare che la persona in tali condizioni non può sopportare impeghi utili e dev’essere perciò mantenuta inattiva dal suo padrone. Essa non dà profitto e anzi costa, ed è di conseguenza preziosa come segno di potenza finanziaria”.

 

Potremmo metterla anche così: le belle del Canova ingrassarono nei quadri di Renoir per poi ricomparire, dopo una violenta cura dimagrante, nelle divine, ma già nevrotiche donne moderne di Boldini.

 

Qualcosa di più di un pittore alla moda.

 

Giovanni Boldini

dal 4 marzo al 16 luglio 2017

al Complesso del Vittoriano - Ala Brasini - Roma

 

 


Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna