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21/07/26 ore

Un breviario liberale dalle lettere di Benedetto Croce


  • Luigi O. Rintallo

L’uscita per Adelphi di Perdersi negli altri e nelle cose (2026; pp. 214),  una raccolta di lettere scelte dall’epistolario di Benedetto Croce, regala ai lettori una bella sorpresa. Chi poteva aspettarsi, infatti, che dalla selezione di settanta missive del filosofo scritte fra il 1884 e il 1952, curata da Emanuele Cutinelli-Rendina, emergessero tanti e tali spunti di assoluta attualità rispetto al dibattito intellettuale e politico di oggi?

 

Singolarmente, i richiami all’attualità delle pagine di questa antologia sono poco evidenziati dalle sinossi di presentazione, preferendo soffermarsi sulla scoperta del lato intimo del loro autore e  sulla sua capacità di condensare in poche righe grandi verità umane e filosofiche. Eppure, a ben leggere la sequenza di questi messaggi si ricava una sorta di breviario dove ricorrono i valori e i principi liberali, tanto sovente obliati o deformati nella società contemporanea. Si tratta di punti fermi indispensabili per affrontare la serie di mistificazioni ideologiche che inquinano tuttora il confronto, fornendo pure chiavi di lettura quanto mai valide anche di alcuni passaggi storici e politici che ci riguardano da vicino.

 

Mentre in questi ultimi tempi si ripresentano sulla scena subdole forme di rinascente anti-semitismo, è di conforto leggere un’asserzione tanto semplice quanto definitiva: “fa ancora vergogna di dover ancora combattere e prendere sul serio gli assurdi concetti di razza”, che Croce scrive in una lettera del 1938 dopo l’emanazione delle leggi razziali. Vergognoso è appunto che, nel sec. XXI, tornino ad agitarsi nelle piazze cori anti-ebraici alimentati dal “grande imbecille collettivo” che forma questi epigoni di una rinnovata opinione anti-semita.

 

Se ciò può accadere è perché il soggetto sociale su cui si agisce è frantumato, travolto com’è stato dalle post-ideologie destrutturanti come il politically correct, che nelle sue versioni più estreme ha condotto poi alla cosiddetta cancel culture. Ed anche di questo troviamo un interessante riscontro in una lettera del 1930 inviata da Croce a Ranjee G. Shalani, un professore indiano di letteratura.

 

Commentando il suo libro Shakespeare veduto da occhi orientali, il filosofo napoletano osserva: “Shakespeare dev’essere guardato in sé stesso e non attraverso le deformazioni prodotte dagli occhi o dagli occhiali altrui. I popoli… debbono innalzarsi fino a lui… e non già egli discendere alle loro più o meno capricciose richieste  […]. Il modo in cui essi lo intendono, o, piuttosto, lo fraintendono e svisano… non servirà, e anzi sarà d’impaccio e d’ostacolo alla conoscenza dello Shakespeare”. Come non vedere che con queste parole si indicano le coordinate per contrastare quanto accaduto negli ultimi decenni, anche in ambito accademico? In nome di una malintesa iconoclastia si è promossa una profonda contestazione della cultura occidentale e, con essa, della storia e della produzione artistico-letteraria che la contraddistingue.

 

A tal proposito, sempre nella stessa lettera, vi è un’altra considerazione che segnala una prerogativa delle società aperte e laiche. Riguardo al giudizio espresso dal pubblico orientale, per il quale “poesia e religione fanno tutt’uno”, Croce si chiede “se la verità non sia invece nell’altro criterio che tratta e giudica la religione come religione e la poesia come poesia”, e conclude che “se in India questo progresso nella distinzione concettuale, faticosamente compiuto dal pensiero europeo, non fosse ancora penetrato, è evidente che colà non si sarebbe ancora in grado di ben giudicare Shakespeare”. 

 

Una separazione fra religione e giudizio estetico che può ben estendersi alla politica e società: in fondo se l’Occidente possiede ancora una qualche ragione per rivendicare il suo ruolo nella storia, questa consiste proprio nelle conquiste realizzate in nome della laicità e della libertà di pensiero. È la mancata separazione fra religione e politica che determina i deliri del fanatismo, che hanno condotto alle fatwe contro gli scrittori e condannato autori come Salman Rusdhie a una vita blindata.

 

Purtroppo, dal fanatismo non è immune nemmeno il coté intellettuale italiano, vista l’abitudine a delegittimare chi la pensa diversamente ricorrendo persino – come hanno fatto gli organizzatori della fiera editoriale Più libri, più liberi – a dispositivi escludenti e censori in nome di un anti-fascismo esercitato con le modalità proprie delle burocrazie ottuse e totalitarie. A darci l’esempio di un retto portamento liberale e democratico è ancora una volta il passo di una lettera di Croce a Ferruccio Parri del 18 giugno 1945. 

 

Riferendosi a un ventilato provvedimento, volto a impedire che gli iscritti al partito fascista potessero far parte del nuovo governo, Croce prima osserva che “molti dei più operosi e benemeriti oppositori ed eversori del fascismo erano iscritti”, dopo di che aggiunge con determinazione: “se un provvedimento come quello proposto, che segnerebbe nuove arbitrarie distinzioni tra i cittadini italiani, dovesse adottarsi, io non solo uscirei dalla vita pubblica, ma nell’atto stesso farei la mia postuma e ideale iscrizione al fascismo, per correre la sorte stessa di uomini che stimo e amo. Ma chi è che perde il tempo a escogitare e suggerire simili, non dico neppure cattiverie, ma stupidità?”. Benedetto Croce, primo firmatario del Manifesto degli intellettuali anti-fascisti, respingeva così l’insinuante fascismo dell’anti-fascismo militante, denunciato anche da Ennio Flaiano.

 

Cosa che costò a Croce, nel dopoguerra, l’assurda accusa lanciatagli dalla stampa del Partito comunista di essere “reazionario” e “filofascista”, come rammenta lui stesso rispondendo a un biglietto di auguri di Palmiro Togliatti, inviatogli a dicembre 1945. Nondimeno Croce, nel 1946, verrà candidato proprio dalla sinistra per rivestire l’incarico di Capo provvisorio dello Stato, in seguito assunto da Enrico De Nicola. A offrirgli la candidatura fu Pietro Nenni, su designazione del Partito socialista, al quale Croce oppose un rifiuto perché ben consapevole del veto nei suoi confronti da parte della Democrazia cristiana.

 

Dal punto di vista storico, è di particolare interesse la nota scritta nel diario il giorno dopo la risposta a Nenni. Scriveva: “La Democrazia cristiana mi è contraria, perché, asini come sono e sfacciati, strepitano che io sono un filosofo ateo… Io, veramente, avendo sicuri i voti concordi dei socialisti, comunisti, liberali e di altre frazioni democratiche, potrei con sicurezza di vittoria affrontare la lotta… E dare una lezione a cotesti insatiriti clericali mi piacerebbe. Ma non posso: proprio non mi sento adeguato e adatto a quel posto, dove mi consumerei per il male che non potrei evitare, per il bene che non sarei in grado di fare”. Viene da chiedersi come sarebbe stata diversa la storia del nostro Paese se, già all’alba della nuova repubblica, si fosse avuta una convergenza del tipo che poteva verificarsi sul filosofo.

 

Ma il destino riservava altro all’Italia e lo descrive Croce stesso nella lettera del luglio 1949 a un insegnante di materie letterarie, Egidio D’Alessandri. “Il fatto nuovo è la situazione politica formatasi in Italia, che ha permesso ai clericali di impadronirsi di gran parte della vita pubblica… Né c’è da contare sull’opposta parte che si dice comunistica e che in effetto è slava e ardente di distruggere la cultura e la civiltà occidentale, come i fatti comprovano, perché essa si è messa sempre d’accordo coi suoi concorrenti quando si trattava di avvilire il pensiero laico italiano, e non aspira ad altro che a collaborare con essi a questo intento, sperando dalla depressione o dalla rovina della vita intellettuale e morale italiana condizioni propizie al suo avvento dittatoriale”.

 

Difficile trovare una migliore sintesi delle forme e dei modi che hanno condotto alla democrazia fittizia del consociativismo, risultato dell’ordine di Jalta. Una condizione con la quale l’Italia di oggi ha da fare i conti, dibattendosi pur sempre nell’identico dilemma: come affrontare i rischi insiti nel contesto contemporaneo internazionale, se un sistema politico erede delle forze ostili al metodo del realismo riformatore non risolve la “questione liberale”?

 

 


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