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07/07/22 ore

Le ossa di Berdičev, di Vasilij Grossman


  • Elena Lattes

Scrittore, giornalista e romanziere, Vasilij Grossman è stato uno dei più importanti testimoni della vita e della morte nella Russia prima e nell’Unione Sovietica poi. Nato in Ucraina nel 1905 da genitori colti e benestanti, crebbe con la mamma in casa della zia materna. 

 

Lo zio medico, dopo aver studiato in Germania, importò la prima macchina a raggi x, e costruì il teatro locale che in seguito fu - ed è tuttora - adibito a cinema. 

 

A narrarne le vicende, in tutta la loro complessità, è una coppia di storici americani, John e Carol Garrard in “Le ossa di Berdičev” pubblicato dalla casa editrice Marietti. Un’imponente biografia, frutto di lunghe ricerche negli archivi aperti soltanto dopo il crollo dell’Unione Sovietica, che ben illustra il contesto sociale, politico, economico e culturale nel quale Grossman visse e operò.

 

Berdicev, che era stato un importante centro del movimento chassidico nel diciottesimo secolo e dell’Haskalà (Illuminismo) circa cento anni dopo, era soprannominata, all’inizio del ‘900, “la capitale degli ebrei” dato che lo erano oltre la metà degli abitanti. Un paesino di circa 60mila anime che sarebbe rimasto anonimo se non fosse stato, oltre che il luogo natìo di Grossman, il posto nel quale iniziarono gli eccidi di massa da parte dei nazisti con la complicità attiva degli ucraini.

 

Nel 1905 la resistenza locale di un “gruppo di ebrei armati e organizzati” riuscì ad evitare che anche lì venissero replicati i pogrom perpetrati invece a Zhitomir, Kiev e in altre 660 città e villaggi della “zona di residenza obbligata”. 

 

Altre terribili stragi antisemite si scatenarono nella stessa regione nel 1911. Nel 1920-22 e dieci anni dopo due atroci carestie, provocate anche dal regime sovietico, ridussero tutta la popolazione locale alla fame causando la morte di milioni di persone e la diffusione del cannibalismo. Nel 1941, con l’avvio dell’operazione Barbarossa, Berdicev divenne un obiettivo strategico a causa del collegamento di un importante tratto di ferrovia che si snodava ininterrottamente fino in Polonia e del passaggio di una delle rare strade asfaltate dell’intero impero sovietico.

 

Fu così che sia la Wehrmacht che i nazisti ne fecero  la base principale per le rispettive operazioni. Nell’estate di quell’anno fu eretto il ghetto nel quale vennero ammassati, umiliati e ridotti alla fame tutti gli ebrei locali e in settembre 30mila persone, donne, bambini, anziani e invalidi, tra i quali vi erano anche la mamma e una cugina di Grosmman, furono portate davanti ad alcune fosse comuni, dove, in soli tre giorni, vennero trucidate (e in alcuni casi sepolte vive). Meno di due settimane dopo i nazisti proseguirono con la pulizia etnica a Babij Jar e in altre località ucraine.

 

All’epoca Grossman era corrispondente di guerra per la rivista dell’esercito sovietico “Stella Rossa”e come tale, nel 1942, partecipò alla battaglia di Stalingrado. Fu un’esperienza, questa, che lo cambiò profondamente: grazie alla sua temerarietà e perfino spericolatezza, riuscì per la prima volta a a riscuotere i primi successi letterari e a sentirsi integrato e accettato indipendentemente dalle sue origini.

 

L’anno successivo sulla strada per raggiungere il paese natìo scrisse due articoli: il primo, Ucraina senza ebrei, è un resoconto documentario dell’assassinio da parte dei tedeschi di tutti gli ebrei nell’Ucraina occupata. Molto probabilmente fu scritto per ‘Stella Rossa’ e rifiutato, ma apparve su ‘Einikeit’ (…). Il secondo articolo, Il vecchio maestro, è un racconto degli avvenimenti che avevano condotto alla fucilazione di centinaia di ebrei in una piccola città senza nome dell’Ucraina.

 

Se considerati insieme, i due articoli di Grossman sono in assoluto e in ogni lingua i primi scritti narrativi o documentari, di ciò che divenne successivamente noto come la Shoah. Entrambi ci mostrano uno scrittore mentre lotta per affermare i problemi legati alla registrazione e all’interpretazione di eventi terribili, al di là di ogni esperienza umana immaginabile, e al tempo stesso un uomo che inizia a intraprendere il suo itinerario personale nell’inferno del genocidio, cercando le parole per descrivere quelli che dovevano essere stati gli ultimi istanti di vita di sua madre”. 

 

Nel 1944 arrivò con il suo esercito al lager di Treblinka sul quale scrisse un altro articolo: “fu in assoluto la prima descrizione basata sulle testimonianze dei sopravvissuti di un campo nazista. Questo articolo rimane a tutt’oggi uno dei documenti più importanti, nonché tra i più commoventi e magistralmente scritti, riguardanti la Shoah”. Dopo la guerra Grossman si dedicò ai romanzi, fra i quali “Vita e destino” e “Tutto scorre” rimangono le opere più significative, ma anche molto sfortunate (entrambe furono violentemente ostacolate dal regime sovietico e vennero pubblicate soltanto dopo la morte dello scrittore).

 

Come si può dunque intuire, le quasi cinquecento pagine di “Le ossa di Berdicev”, oltre che un importantissimo documento storico, sono anche un affascinante viaggio nell’animo e nelle “zone d’ombra” di Grossman, così tormentato dalla nostalgia, dai sensi di colpa e dai forti contrasti inizialmente con le sue origini e successivamente con il regime sovietico.

 

 


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