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09/12/22 ore

Stagioni, di Claudia Formiconi


  • Elena Lattes

Autunno, inverno, estate e primavera indicano i quattro periodi in cui è suddiviso l’anno, ma che possono essere interpretati anche come le diverse fasi della vita.

 

Claudia Formiconi, artista, giornalista e scrittrice romana, offre nella sua ultima raccolta di poesie intitolata “Stagioni” e pubblicata da Edigrafema, una pluralità di chiavi di lettura ricorrendo spesso a suggestive sinestesie e ad altre figure retoriche per rendere partecipi i lettori non soltanto dei suoi più profondi sentimenti, ma anche delle riflessioni su come vede il mondo che la circonda. 

 

Ella passa infatti dalla sfera più intima agli avvenimenti più significativi degli ultimi ottant’anni che hanno sconvolto il nostro Paese, il Continente e perfino l’intero Globo, in maniera fluida ed armonica.

 

L’ordine da lei attribuito non è cronologico e nemmeno casuale, ma fa pensare, insieme ad altri elementi che saranno esaminati in seguito, ad un avvicinamento e contemporaneamente ad un allontanamento di opposti: guardando alla raccolta nel suo insieme si ha la sensazione di essere di fronte ad una sorta di “nocciolo duro”, ovvero quello delle stagioni più forti e decise, caratterizzate dal freddo e caldo più intensi, dai solstizi e rispettivamente dalle fasi luminose più corte e più lunghe - l’inverno e l’estate - racchiuso in un involucro più morbido, quello dei periodi più miti e di passaggio, in cui si verificano gli equinozi, quando l’oscurità ha la stessa durata della luce. 

 

Quest’ultimo connubio, o ancora meglio seguendo la stessa prospettiva, questo contrasto che attenua gli estremi è altro argomento ricorrente, in particolare nelle composizioni dedicate all’autunno: le “ombre inconsuete” che popolano la notte “forgiano lame nel fuoco domato” mentre la luna è un “puntale opalescente sospeso nella notte”.

 

Il fuoco, dunque, non è devastante o distruttivo, ma contenuto e temperato e anche il buio non è mai totale, poiché è sempre presente un elemento luminoso. Così vale per le ombre che possono essere “gentili” o “fruttate” e non sono mai metafore di fenomeni negativi o inquietanti.

 

Formiconi non si limita, come già accennato, alle facoltà visive, poiché tutti i sensi sono coinvolti e quasi sempre verbi, aggettivi e sostantivi sono  accostati ai loro opposti o a fattori che attenuano la loro forte caratterizzazione. Ad esempio il miele e il fiele, il pettinare e spettinare, la “dimora calda d’inverno”, o il passo silenzioso accompagnato dal verso roboante che “urla l’eterno”.

 

Accanto alle emozioni e alle percezioni corporee, ci sono i versi consacrati alle persone più fragili o  più in difficoltà: i folli, i senzatetto, le vittime delle guerre e del fondamentalismo islamico. Segue poi, sempre non lontano dalle poesie sull’inverno, la denuncia dei problemi ambientali quali il terremoto e il rischio dello sprofondamento di Venezia.

 

Colpisce invece, proprio nella parte più dedicata alla primavera, la presenza di alcuni versi relativi alla tragedia della Shoah e ad eventi drammatici, quali gli assassinii di Falcone e Borsellino, mentre l’autunno è la stagione nella quale l’autrice dichiara di riconoscersi in questa fase della sua esistenza.

 

Formiconi si identifica anche con tante altre donne sofferenti: in “Mai sole” il gioco di parole è contemporaneamente un grido di dolore empaticamente collettivo, ma anche un’infusione di coraggio e di speranza.

 

Altrettanto bella e poetica è la prefazione di Enzo Montano e profonde sono le riflessioni di Alan David Baumann nella sua introduzione.

 

 


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