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29/03/20 ore

Calcio. Il mondo di Eupalla e Filopede, di G. Trombetti e P.l. Rippa



C’è chi del calcio coglie la sua rappresentazione più odiosa e inaccettabile: la violenza. Quando si parla di pallone ritorna proprio lo squallido aspetto dei rigurgiti violenti, dei cori razzisti, che hanno caratterizzato molte gare… 

 

C’è chi non trascura la visione politicistica, ovviamente a senso unico: “… la febbre del calcio, con le sue sguaiate parole d’ordine, è stata immediatamente reclutata dalla scaltrezza demagogica del ceto politico: le massime cariche dello Stato, ministri, parlamentari, fanno a gara nel rendere nota la squadra del cuore, anche in occasioni ufficiali come nelle conferenze stampa dopo le tormentate consultazioni per la formazione del governo. Devoti al culto della popolarità e dei sondaggi, i leader di partito non risparmiano l’uso di metafore calcistiche per descrivere strategie e tattiche dello scontro politico”. (prof. Fausto Pellecchia). 

 

Eppure il calcio si può può declinare in mille modi così come fa Domenico Ferrara: “… tifo, passione, fede, amore. È quella che scorgi negli occhi chiusi di un tifoso cieco, seduto sugli spalti dello stadio della sua squadra del cuore – il Bohemians 1905 in Repubblica Ceca – con sciarpa al collo, bastone in mano e cane fedele al suo fianco. Non se ne perde una di partita. Non può osservare le magie dei suoi beniamini, ma può 'sentirle'. 'Non si vede bene che col cuore': ha spiegato così il suo segreto, citando il Piccolo Principe. Perché nel calcio l'essenziale è invisibile agli occhi …".

 

Con un pizzico di tenerezza e di festosità Guido Trombetti e Pierluigi Rippa, richiamando l’inventiva dello scrittore e giornalista Gianni Brera, noto creatore di nuove parole, che ricorre all’immaginaria divinità di Eupalla (che nasce nella fantasia di Brera da Euterpe - colei che rallegra -, figlia di Zeus e Mnemosine, musa protettrice della poesia lirica e della musica) hanno scritto un piccolo, divertente libricino (Calcio. Il mondo di Eupalla e Filopede - Doppiavoce edizioni) in bilico tra una spiritosa ritualità alla divinità che ispira e protegge il gioco del pallone e una deliziosa faziosità che si muove intorno ai colori azzurri della squadra del Napoli.

 

Null’altro che “una chiacchierata sul calcio scritta con la più tipica leggerezza … da due inguaribili tifosi. Tifosi di chi? Ma del Napoli. Ça va sans dire!…”  dicono gli autori.

 

Ma non è qualcosa di aleatorio, di limitato nel tempo, che si consuma nella passione per la propria squadra. É un delizioso tormento, un intreccio quasi irrazionale che ti prende, intorno al quale si sviluppano esaltanti momenti e cupe tristezze. 

 

La passione per la propria squadra, infatti, non è un accidente casuale, occasionale o momentaneo, bensì è un  legame indissolubile che si radica nell’animo del tifoso. Può apparire paradossale ma non si ferma di fronte a nessun ostacolo. 

 

Sentire questa, come la racconta sempre Domenico Ferrara: "… il tifo oltre l'ostacolo. Il tifo che non si ferma davanti a nulla, che sia la morte o che siano impegni 'divini'. Ne sa qualcosa Ben Crockett, parrocco di Mickleover, un piccolo paesino dell'Inghilterra centrale. Lui ha emesso la sua sentenza: il sabato pomeriggio niente matrimoni, gioca la mia squadra del cuore…".

 

E così Trombetti e Rippa, tra ricordi e particolari curiosi, ci raccontano, da punti di vista convergenti, con stati d’animo generazionali e temporali diversi, il loro modo di vivere questa passione, tra mondo universitario e raccoglimento quasi sacro nei 95 minuti in cui avviene il rito del pallone.

 

Passano, con un ordine volutamente non preciso, figure di calciatori mitici che hanno indossato la casacca azzurra e non solo. Dal magico e unico Maradona all’altrettanto mostro sacro Sivori. Ecco Altafini, Vinicio, ma anche Cruyff, Helenio Herrera, Gianni Brera, Nereo Rocco (… quanto era bello il catenaccio!), Suarez, Mazzola, Gianni Agnelli, per poi fare ricorso a un tema cinematografico, a Casablanca e a Humpphrey Bogart, senza il quale che film sarebbe stato o all’opera e a Pavarotti, senza il quale la Tosca sarebbe stata una misera cantata di un neomelodico di provincia. 

 

E poi ancora il richiamo a tanti altri, tutto in nome anche del Dio Filopede, re di Sferolimpo innamorato folle di Eupalla… Insomma un divertente sollievo anche di fronte a una narrazione del calcio molto spesso noiosa o inutilmente ripetitiva …

 

Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”, chiosava Pier Paolo Pasolini con la tentazione appunto del paradosso.

 


 

 


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