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17/06/19 ore

I viaggi di Beniamino Terzo di Mendele Moicher Sfurim


  • Elena Lattes

“Lo shtetl di Tunejadovka è un piccolo angolo sperduto, lontano dalla strada principale, quasi del tutto separato dal mondo.” In questo piccolo villaggio dell’Europa orientale dal nome lungo e difficile da pronunciare, abita Beniamino, un sempliciotto così pauroso che “non avrebbe mai dormito da solo in una stanza, neppure per tutto l’oro del mondo”.

 

Beniamino, vive con la moglie e i figli, in serie ristrettezze economiche, tra piccoli lavori e la frequentazione quotidiana della sinagoga/scuola talmudica locale. È povero, ma è felice e come quasi tutti i suoi vicini, non ha mai messo il naso fuori dallo shtetl.

 

In seguito ad alcune letture che stimolano la sua fantasia, però, nasce in lui l’impellente desiderio di viaggiare per vedere le cose meravigliose raccontate nei suoi libri e raggiungere la Terra di Israele; ne parla ad un amico, Senderl, altrettanto misero e ancora più ingenuo, un po’ ottuso ma molto accomodante e lo convince a seguirlo; così, una mattina prima dell’alba, entrambi abbandonano le loro case e le loro famiglie e, all’insaputa di tutti si mettono in cammino.

 

Beniamino ha in tasca pochi spiccioli: “quindici grosz e mezzo sottratti a sua moglie, prima della partenza, da sotto il cuscino” e in spalle un’unica bisaccia contente, il caftano del sabato, “il tallit e i tefillin, il siddur, ‘La via della vita’, un libro per le offerte rituali, un salterio e tutti quei libri senza i quali egli non poteva mettersi in viaggio, come un artigiano senza i suoi strumenti”.

 

I due non arriveranno molto lontano dal punto di vista geografico, ma faranno mille scoperte, vivranno avventure incredibili e dovranno affrontare innumerevoli prove per le quali servirà proprio quel coraggio che prima della partenza era totalmente assente e lo spirito di iniziativa che, al contrario,  abbondava già dal principio. 

 

Ispirato al Don Chisciotte di Cervantes, Mendele Moicher Sfurim (ovvero Mendele il venditore di libri, nome d’arte di Sholem Yankev Abramowitch), racconta in “I viaggi di Beniamino Terzo”, scritto nella seconda metà dell’800 e ripubblicato recentemente dalle Edizioni Dehoniane, le avventure di un antieroe, il prototipo dell’ebreo ashkenazita, miserabile, ma allegro e pieno di fiducia in Dio, sicuro dell’arrivo a breve del Messia e della conseguente risoluzione di tutti i problemi legati alla sopravvivenza. 

 

Beniamino, che dopo aver ascoltato le “meravigliose storie degli Ebrei rossi”, aveva iniziato “con grande fervore, a sprofondarsi nella lettura dei viaggi di Rabba Bar Bar Chana per mari e deserti” e più tardi era passato “al libro di Eldad il Danaita, al libro di viaggi di Beniamino, che, settecento anni addietro, era arrivato, viaggiando, fino ai confini del mondo, al libro La lode di Gerusalemme con le appendici, e al libro Ombra del mondo, che, in sette piccole paginette, tratta di tutte e sette le scienze (…)” vuole seguire l’esempio di Beniamino da Tudela, un ebreo di Navarro che lasciò il nord della Spagna e raggiunse la Mesopotamia passando, a piedi, anche per molte comunità ebraiche in Italia, autore di “Libro di viaggi”, e di Alessandro Magno al quale pensa ogni volta che si trova in difficoltà ed è tentato di tornare indietro.

 

Il racconto, apparentemente semplice, rappresenta una delle opere più emblematiche della letteratura yiddish da cui traspaiono, in forma umoristica e ironica, le tensioni di fine ‘800 tra la corrente illuminista (haskalà) che promuoveva l’emancipazione delle masse dei diseredati ebrei come soluzioni alle persecuzioni e ai frequenti massacri e gli ambienti tradizionalisti e ortodossi timorosi che la modernizzazione e l’assimilazione conducessero all’impoverimento spirituale e identitario.

 

La nuova edizione dell’opera di Mendele, sapientemente presentata da Claudio Magris, contiene una lunga e ricca postfazione della traduttrice, Daniela Leoni, che illustra la figura dell’autore nel contesto di quel mondo scomparso e offre al lettore alcune delle chiavi interpretative per apprezzare meglio i messaggi più profondi del racconto.

 

 


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