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17/08/18 ore
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Duchamp invisibile. Un’estetica del simbolo tra arte e alchimia, di Maurizio Calvesi


  • Giovanni Lauricella

Maurizio Calvesi, noto storico ecritico d’arte, ritorna su Marcel Duchamp con la riedizione di un suo libro (Duchamp invisibile. Un’estetica del simbolo tra arte e alchimia) del ‘75 arricchito con una serie di approfondimenti che gli danno una nuova vita.  560 pagine e 130 illustrazioni e tante annotazioni sono, preziose spiegazioni dei tanti contenuti che ha il libro, incentrato prevalentemente su quella che è stata per Duchamp l’alchimia foriera di simbolismo e di trasformazione della materia che ha stimolato la creatività di tanti artisti contemporanei e a cui questa pubblicazione aprirà sicuramente una nuova epoca.

 

Quello che è interessante è che Maurizio Calvesi nell’intento di restituire alla storia Marcel Duchamp si sostituisce a esso a forza di interpretarlo, dando una versione certa di tante ambiguità di cui il furbo Marcel Duchamp non ha dato risposta; o forse non era capace di darla, atteggiamento che è sempre stato il marchio di fabbrica della corrente artistica duchampiana e il valore aggiunto di tutti i suoi seguaci.

 

Duchamp inizia a essere importante quando, avvalendosi di alcune amicizie importanti, perché altrimenti avrebbe tuonato a vuoto, inizia a fare delle clamorose provocazioni, cioè fa esibizioni teatrali di quello che si presume sia la sua opera d’arte, che diventa tale per effetto del boato appositamente creato.

 

In poche parole, mentre abbiamo artisti che in un periodo di grande cambiamento, com’erano gli inizi del XX secolo, lasciano parlare l’opera d’arte, Marcel Duchamp, alchimista esoterista, parla lui stesso in prima persona, si fa opera d’arte, autore e critico d’arte, è l’avvocato difensore di se stesso, pubblicizza i suoi scritti, si preoccupa di come fare l’evento,  di dove avviene e a chi è indirizzato.

 

L’opera d’arte per la prima volta è in secondo piano rispetto all’artista, diviene strumento di un’opera dedotta dall’immaginario, è l’arte spettacolo. Diventa di primaria importanza quello che si scrive e quello si dice dell’evento, cercando di provocare al meglio una reazione scomposta dei suoi detrattori, Marcel Duchamp rivendica la possibile manipolazione del significato di un oggetto, il concetto anteposto a quello che i sensi percepiscono.

 

Quando si ha a che fare con Marcel Duchamp si parla di tutto il contesto dell’opera d’arte, ovvero non basta guardare dentro la cornice, si valuta la sua performance. Così pure nel “Grande vetro” assume fondamentale importanza la centralità dell’autore da cui non si può disgiungere la proposta artistica, quadro o scultura che sia.

 

Una volta costruito il pulpito, sostenuto da una rete d’influenti amicizie, i suoi sproloqui di abile imbonitore acquisivano un valore inestimabile: abilità da grande scacchista che pochi seguaci sono riusciti a imitare e forse nessuno a eguagliare.

 

Per questo dico che in questa edizione è Calvesi che fa Duchamp, specie nelle annotazioni, ma nella maniera chiara e ben definibile che è il contrario delle invenzioni che hanno fatto famoso l’istrionico artista francese ed è colui, che meglio di tutti, dà le corrette definizioni del suo libro.

 

«Duchamp rappresenta uno snodo fondamentale nel percorso accidentato dell’arte contemporanea, un binario “devius” delle avanguardie, che dopo gli anni Sessanta ha finito però per convogliare, a lungo, quasi tutte le ricerche di punta. Conservatore nei contenuti almeno per certi aspetti, comunque ambiguo come credo che il mio libro abbia dimostrato, fu il più radicale rivoluzionario nella pratica dell’arte.

 

Tesi del libro è che l’opera di Duchamp, un tempo considerata un divertente nonsense, può spiegarsi invece in chiave di sottili assunzioni dall’alchimia, intesa non certo come scienza e ricerca letterale, ma come favola per un immaginario moderno ricco di intrighi intellettuali. La materia del resto fu cara a Breton, che additò nelle illustrazioni dei trattati alchemici un modello per i pittori surrealisti.

 

Numerosi sono gli artisti contemporanei che dall’alchimia hanno tratto ispirazione (tra i quali Pollock, che intitolò Alchimia un suo dipinto). Negli ultimi decenni, attraverso le vicende delle neo-avanguardie e del “ritorno alla pittura” lo stimolante simbolismo alchemico si è affacciato all’immaginazione degli artisti con una frequenza anche maggiore che non in passato e in forme tra le più varie, dalla manipolazione stessa dei materiali alla fabulazione del racconto e delle iconografie.

 

La divulgazione dell’alchimia portata dai nostri studi ha trasformato le sue visioni in un repertorio ormai ben conosciuto e sottratto a ogni sottinteso enigmatico di segretezza: l’alchimia è divenuta intercambiabile con la mitologia, si propone essa stessa come una mitologia laica, capace se non di orientare, di confortare e colorire con i suoi dinamici riferimenti le metamorfosi di un’arte in trasformazione; ma sempre uguale a se stessa».

 

Così Maurizio Calvesi, dalla Premessa al volume.

 

 

 

Duchamp invisibile. Un’estetica del simbolo tra arte e alchimia

di Maurizio Calvesi

Maretti Editore

 

 

 

 


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