Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.

20/09/17 ore

Il manoscritto delle anime perdute di Giulio Leoni


  • Luigi O. Rintallo

Giunti alla sesta indagine, il Dante investigatore creato da Giulio Leoni è ormai una presenza accolta e gradita nell’immaginario dei suoi lettori. Lo hanno visto in azione a Firenze, alle prese con tre delitti misteriosi, durante i mesi in cui rivestiva la carica di Priore cittadino e poi, già in esilio, a Roma e Venezia. Alla vigilia della battaglia della Lastra nel 1304 lo ritrovano a Verona, dove il poeta si è recato quale ambasciatore dei Guelfi Bianchi per chiedere il sostegno militare di Alboino della Scala.

 

È un’estate infuocata quella che fa da scenario alle vicende raccontate nel Manoscritto delle anime perdute (Editrice Nord; pp. 366). Il Dante che lascia il castello di Poppi alla volta della città scaligera è uno sconfitto desideroso di rivincita, ma già in cuor suo consapevole che le difficoltà da affrontare rischiano di essere insormontabili.

 

A Verona, incrocia una vecchia conoscenza – il francescano Guiscardo da Imola – che gli inocula un dubbio sconvolgente: l’esistenza di una lingua originaria, quella “prima lingua” con cui all’inizio dei tempi Dio diede ordini ai suoi angeli. Guiscardo ne ha scoperto gli indizi durante le sue missioni in Oriente, dove in un antico monastero ha trafugato pochi fogli che riportano i suoi caratteri misteriosi.

 

Dante è presto attanagliato dal desiderio di sapere, tanto quasi da mettere in secondo piano la sua missione diplomatica. Dovrà però fare i conti con un rivale, altrettanto bramoso di appropriarsi del manoscritto, Lanfranco da Cuma il domenicano a capo dell’Inquisizione.

 

Fra il poeta e l’inquisitore si apre un confronto a distanza, che va oltre la sfida legata all’oggetto del contendere per assumere i contorni di un duello intellettuale dove Dante per primo si rende “conto del peso degli argomenti” del domenicano (p. 250). Già, perché come negli altri suoi romanzi Giulio Leoni affida all’antagonista il ruolo più accattivante sul piano narrativo: al pari di Guido Cavalcanti che, nel primo giallo dantesco, I delitti della Medusa del 2000, quale ideatore della congiura anti-papale attirava su di sé le simpatie di autore e – conseguentemente – lettori, ora tocca a Lanfranco da Cuma riverberare meditazioni che, scopertamente, appaiono quanto mai fascinose e intriganti nel tempo di oggi.

 

Questa è, infatti, l’altra caratteristica che contraddistingue i romanzi di Leoni: l’involucro delle ambientazioni storiche altro non copre che costanti richiami a temi e fatti della contemporaneità. Ovvio che l’autore preferisca giocare a rimpiattino o – addirittura – sia poco propenso a renderli espliciti, ma risultano quanto mai distintivi della sua cifra di narratore.

 

È forzare la mano pensare che il dialogo condotto da Lanfranco e Dante sull’Appennino, sulla strada per Firenze, contenga molti riferimenti ai temi filosofici del momento? E manifesti quali rischi vi siano nel relativismo assolutistico, che in nome dell’ammissibilità di ogni possibile verità cancella la libertà di contestare il relativismo stesso, mutandosi così in una dittatura altrettanto insopportabile di quelle prodotte dalle ideologie dogmatiche?

 

Forse. Ma quando Lanfranco da Cuma avverte la pericolosità delle illusioni di Dante sulla lingua volgare, pronuncia parole che potrebbero ben essere usate per descrivere i deliri del politically correct  o lo storytelling che viaggia a colpi di fake news sui social forum: se adesso sorgesse un’altra lingua… e l’arroganza del popolo la contrapponesse ad esso, presto qualcuno vorrà trasportare nella nuova lingua il fiato di Dio, e nel tradurre la sua parola egli inevitabilmente la tradirà, trasformando ciò che adesso è chiaro e distinto in una ridda di opinioni. Darete il via a un circo, in cui nani e buffoni si contenderanno l’arena, scatenandosi in lazzi osceni pur di accaparrarsi l’attenzione di un pubblico disorientato” (pp. 249-250).

 

Nelle mani di Giulio Leoni il thriller storico, sempre fedelmente ricostruito nello spazio e nel tempo, diviene allora lo strumento quanto mai flessibile per riflettere e far riflettere, adottando uno stile quanto mai scorrevole e piacevole che – senza parere – conduce i lettori per mano alla scoperta di luoghi mentali inaspettati.  

 

Giulio Leoni

Il manoscritto delle anime perdute

Editrice Nord

 

 


Commenti   

 
0 #1 Faustino 2017-08-09 05:23
For latest news you have to go to see the web and on the web I found this website as a best bagless handheld
vacuum for stairs [Fermin: https://tinyurl.com/yc9zswyr] website for most recent updates.
Citazione
 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna