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12/08/20 ore

Il più e il meno di Erri De Luca



La scrittura è campo aperto, via d’uscita. E’ ricerca di senso, un abitare la terra che si compie solo staccandosi da un “avvenire apparecchiato”. Lo scrive Erri De Luca nel nuovo libro Il più e il meno (Feltrinelli, pp.135, euro 13), un nuovo viaggio nelle vene di uno scrittore che ha Napoli nel cuore e le unghie sulle rocce delle montagne che scala.

 

In queste pagina scorrono i ricordi dello scrittore, dall’infanzia alle scelte politiche, dall’odore delle fabbriche torinesi all’angelo dei cani. Parole come sempre asciutte, che si fanno strada per bellezza e profondità, fanno a pugni con i luoghi comuni e offrono spunti di riflessione. Quello che De Luca scrive ne Il più e il meno – segni della contabilità, della partita doppia dare/avere - è la messa a terra di una vita che non è mai stata ferma, ma qui riesce ad annodarsi al tempo di padri che lasciano in eredità libri, e di figli che conoscono il silenzio dei vecchi.

 

“Non ho stanza di ritorno – scrive l’autore – da pedone di scacchiera ho solo il movimento dell’innanzi, della casella dopo”. E ha ragione lo scrittore con il volto segnato dalle rughe quando annota che in fondo “la storia è una signorina di buona famiglia e certi fatti non vuole farli sapere. La trovi nei racconti a voce, la trovi dai barbieri la storia con la scopa in mano”.

 

A Napoli ci si muove sempre sopra il tufo, “il catarro del vulcano, pietra assetata, pesante il doppio se bagnata, facile da sfaccettarsi con il ferro”. Quando si lavora, la schiena fa male, ci si porta dietro il peso di una giornata, e allora servivano “pagine da tenere in pugno come bicchieri”. La letteratura “non poteva competere in potenza con i cantastorie e con il loro teatro in spalla”, a disegnare storie e volti, perché “il tardi contiene per intero il tempo necessario alla speranza e al miracolo”. Si continua a camminare a piedi nudi, e si inghiottono mancanze.

 

Per scrivere bisogna stare sgomberi, “sfrattati, come alloggi in cui arrivano le storie, a carovane zingare in cerca dello spazio di nessuno”. Guernica, Napoli, Belgrado, “bisogna stabilire in tempo i propri confini e poi dimenticarli. Si scoprono strade e nomi, avventure che respirano con il sale dei porti e gli incontri mancati. “I libri fanno mescola con la vita, firmano gemellaggi d’occasione”, portano il lettore nella danza di chi scrive, con il sotto o sotto i colpi del maltempo. Un vicolo di Babele che occorre salire assaporando la strada, con il coraggio che appartiene agli anonimi, a mascelle serrate per cercare un pezzo di verità da portare a sera. Il diario di un cieco ci ricorda che in alto viaggia la stella rovente che i saggi chiamano ‘shémesh’, i ricordi scavano le vene come la mole di un arrotino che la gira a pedale, cavandone scintille.

 

Lungo la strada si impara. “Si poteva: ecco il verbo delle disobbedienze”, scrive Erri De Luca. Ulisse, ancora una volta, anticipa Socrate. L’ora ci fa randagi nelle sere d’Ischia, e l’importante è non partire di schiena…

 

Salvatore Balasco

 

 


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