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18/06/19 ore

L’Angelo musicante, Massimo Donà racconta la pittura senza spazio di Caravaggio



Un inquieto pittore disegna le sue opere ‘sub specie musicae’. Impasta colori e ombre, ricorda a se stesso la magia dell’equilibrio che regola l’universo. Caravaggio appare costantemente impegnato a liberare le cose dallo "spazio" cui sembra destinato il loro esistere quotidiano. E lo fa a favore dell’esplicitazione di una sorta di "ritmo" originario.

 

Quello di cui le cose medesime mostrano di essere, ai suoi occhi, gelose custodi. Il filosofo Massimo Donà nel suo nuovo libro ‘L'angelo musicante. Caravaggio e la musica’, edito da Mimesis (pp. 82, euro 4.90) mostra come il Merisi dipinga ritrovandosi sempre e comunque mosso all’atto pittorico da un furore essenzialmente musicale. E quindi dalla volontà di riconsegnare le cose tutte al fondo abissale, nero e indecifrabile che, solo, è in grado di ricordarci quel che nelle cose pulsa ingovernabile.

 

In un colloquio con l’Adnkronos, Massimo Donà, allievo di Emanuele Severino, e ora professore ordinario di Filosofia Teorica Presso l’Università di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele, racconta quale ‘questione’ ha costituito la costante ossessione di tutta la produzione artistica di Caravaggio: "In genere – spiega il filosofo - si pensa che un artista figurativo sia innanzitutto interessato allo ‘spazio’.

 

Che la sua questione sia cioè quella di come dare forma ad uno spazio in grado di rifulgere della bellezza cui da sempre il mortale guarda, come ad una possibile forma di salvezza dall’incedere del tempo. In questo senso Caravaggio, ovvero Michelangelo da Merisi, è stato una figura alquanto singolare, per non dire "unica" nel suo genere. Da lui, infatti la pittura non è mai stata vissuta come un modo per rideterminare lo spazio".

 

Il pittore che spesso dipinse strumenti musicali ha un segreto: la narrazione dell’ombra e del suono. Fa emergere le sue figure da un abisso, "da un’oscura origine (arché) in qualche modo analoga a quella anassimandrea o a quella emblamatizzata dalla notte schellingiana". Tra gorghi d’ombra e chiaroscuri, guizzano pensieri sotto forma di quelle incrongruenze che Caravaggio ama seminare con i suoi pennelli e stracci "in lungo e largo nei labirinti di cui sono fatte le sue opere", giocando con il farsi luce dei distinti, con un ginocchio nudo o il volto di una cena di Emmaus.

 

"Che la "sua" questione non fosse quella dello spazio – spiega ancora Donà - l’ha già capito qualcuno (penso innanzitutto a Berenson); ma che, nel suo proiettarsi oltre i limiti entro cui ogni spazio si viene di volta in volta a definire – ossia, nel suo incessante tentativo di portare alla luce ‘l’indeterminatezza’ che, sola, rende ‘poetica’ un’oggettualità altrimenti destinata al puro ‘consumo’ –, egli volesse "fare musica",è ciò che, più specificamente, ho tentato di mostrare in questo volume edito da Mimesis".

 

Insomma, prosegue il filosofo, "producendo le opportune incongruenzecaratterizzanti, nello specifico, il suo teatro pittorico, e cercando di far vibrare i colori e le forme in virtù di un puro ed ingiustificato "ritmo" che non dipendesse dal contesto d’appartenenza (o meglio dalla presenza di un’alterità tanto rassicurante, quanto per lo più indisponibile a liberare inusitate risonanze), il Merisi sarebbe miracolosamente riuscito a dar voce a quell’identità che nessun significato avrebbe mai potuto fare propria, e tanto meno far coincidere con il proprio volto determinato, ma che in ogni significato, in ogni forma, e dunque in ogni determinatezza si annuncia quale loro potentissima condizione di possibilità; ma soprattutto quale provvidenziale principio di trasfigurazione rigenerativa".

 

Una procedura, questa, che viene felicemente "allegorizzata" in ‘Riposo durante la fuga in Egitto’, un’opera che il Merisi concluse verso il 1595. In essa, infatti, la potenza di questo "principio vitale" sembra esser stata consegnata ad un angelo musicante, posto in piedi, di spalle, al centro del quadro.

 

"Perché – rimarca Donà - il fare ‘armonizzante’ di quest’ultimo lega e divide, insieme, storia e geografia, artificialità e naturalità, passato e futuro. Indicandoci nello stesso tempo un itinerario che ognuno di noi è invitato a prendere a modello; e che lo stesso Caravaggio, per proprio conto, avrebbe scelto di percorrere, da grande artista qual era, avendo egli perfettamente capito come tutte le cose, anche le più apparentemente gravi e solenni, potessero parlare del divino e dell’eterno; soprattutto là dove fossero state riconosciute come semplici ‘baghatelle, fanciullaggini e inganni’ di un gioco libero e, da ultimo, radicalmente ingiudicabile".

 

Il fenomenico in Caravaggio – il pittore che prendeva a modello popolane e prostitute facendole diventare maestri e Madonne - non è solo reale, ma identità. Voce che si distingue, e allarga spazi di altre ricerche. L’angelo della musica, senza farsi riconoscere, accompagna i fuggitivi della Sacra Famiglia, ma anche ogni cercatore di senso.

 

Perché ci sono verità strappate alla notte capace di far ‘suonare’ i distinti. La semplicità delle tele è in realtà ‘musikè’ da cui tutto trae vita,’phantasia’ che libera e aiuta "a diventare finalmente messaggeri di nessuno", a liberare il suo ‘melos’ su una tavolozza e nella carne di una storia vissuta nella quale all’esodo del viandante corrisponde l’avvento di un ‘anghelos’ che dritto in piedi pure tra pietre infrante.

 

Pittura impegnata a fare-mondo, quella di Caravaggio. Specchio della realtà che sa ‘suonare’ salutare differenza anche quando il violino della creatura del Cielo è poggiato a terra.

 

Salvatore Balasco

 

 


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