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20/08/18 ore

Storia della lega italiana per il divorzio


  • Roberto Granese

«Volete il divorzio? Allora dovete sapere che dopo verrà l’aborto. E dopo ancora, il matrimonio tra omosessuali. E magari vostra moglie vi lascerà per scappare con la serva!» Questa frase pronunciata dall’allora segretario della DC Amintore Fanfani nell’aprile del 1974 rende abbastanza bene l’idea di quella che doveva essere la tensione sociale e l’impegno politico in quell’Italia dove cominciava a prendere forma la lotta per i diritti civili e spinge ad approfondirne la conoscenza, anche perché, sentendo citare, dalla ministra Maria Elena Boschi, Fanfani in Parlamento come punto di riferimento di una certa attività di governo, una curiosità legittima magari dovrebbe sfiorare quel vasto popolo di italiani che, pur figli di quella storia la ignorano o la relegano in un oblio più o meno volontario.

 

Sono quel popolo che pensa che Berlinguer sia un cantautore o un poeta, ha una vaga idea del fatto che Pasolini era un intellettuale di sinistra, ricorda che Pannella e i suoi sono quelli del divorzio e dell’aborto, non si sa bene come, ma che sono anche quelli dell'antoproibizionismo sulle droghe, dell’eutanasia, quelli che amano i carcerati e sono dei voltagabbana con tendenze berlusconofile puramente tattiche.

 

Sono quelli che della Democrazia Cristiana hanno una ancor più confusa idea che include, in modo abbastanza liquidatorio, concetti come gestione corrotta del potere, collusioni con la criminalità organizzata, spartizione di denaro pubblico e tante altre belle cose. Se quel popolo decidesse di recuperare la sua storia a un buon uso, il libello di Domenico Letizia “Storia della Lega Italiana per il Divorzio” pubblicato da Europa Edizioni, potrebbe essere uno dei molti utili contributi a questa opera di “decolonizzazione dell’immaginario” (consentite la citazione un po’ forzata) dall’ammorbamento mistificatorio, qualunquista ed anticulturale che lo ha solidamente occupato negli ultimi decenni.

 

Il libro, dopo una breve disamina storica dell’istituto del divorzio, si focalizza poi, anche con un ampio uso di materiale documentale di archivio che spazia dai giornali ad i rapporti redatti da ufficiali della Forza Pubblica, sulla nascita della LID nel 1966 ad opera del partito Radicale, sul percorso che ha portato all’approvazione della legge Fortuna-Baslini del 1970 che introduceva una regolamentazione dell’istituto del divorzio in Italia e sul successivo tentativo di affossamento della legge con tutti i mezzi possibili e bipartisan: dal tentativo di riforma della legge in senso restrittivo proposto dalla senatrice della Sinistra Indipendente Tullia Carettoni Romagnoli all’attuazione, per la prima volta e con l’impegno della Democrazia Cristiana – che era convinta che il “voto cattolico” avrebbe dato seguito alla campagna antidivorzista vaticana – dell’istituto del referendum abrogativo costituzionalmente previsto e mai attuato in circa un quarto di secolo di storia della Repubblica.

 

La ricostruzione dei fatti ci fornisce un quadro articolato di una società italiana che cercava di “affacciarsi alla Storia” e dei tentativi estremi di eterodirigerla, mantenendo una gestione completa e capillare del potere e del conflitto sociale nella terra che si configurava come estremo confine dell’Oriente sovietico, dell’Occidente atlantico e, contemporaneamente, come il paese sotto il più diretto controllo delle coscienze e delle intenzioni da parte del Vaticano (che lo esercitava con la radicalità tipica di tutte le istituzioni in crisi).

 

In quest’ottica si capisce anche perché, quasi dando seguito alla profezia fanfaniana citata all’inizio di quest’articolo, il divorzio fu l’inizio di un percorso di riappropriazione, da parte dei cittadini, del proprio diritto di scelta e fu l’inaugurazione di quella stagione della “lotta per i diritti civili” che poteva essere, e in parte è stata, la condizione necessaria, ma non sufficiente, per la realizzazione di uno stato di diritto democratico e laico nel nostro paese.

 

Sappiamo tutti come è andata tra la fine degli anni Settanta e negli anni Ottanta e Novanta fino ad oggi ed abbiamo elaborato più teorie sull’involuzione che la società ha subito, sulle cause e sulle prospettive ancora esistenti: quello che è certo e che quella grande stagione ha potuto svilupparsi, nonostante tutte le responsabilità singole e collettive, dall’azione di quella cultura Socialista, Liberale, Laica, Radicale che allora resisteva all’opprimente e stantio peso dell’asse Democristiano-Comunista rivendicando un diritto individuale all’indipendenza dalla religione come dalle ideologie, dalla morale cattolica e dalla dottrina di partito.

 

L’azione del regime è stata logorante e distruttiva nei confronti di quella cultura politica come essa stessa si è logorata ed essiccata contribuendo alla realizzazione del tipo di società attuale, estremamente polarizzata e, contemporaneamente, priva di riferimenti culturali: l’humus ideale, al di là di ogni valutazione di merito, per l’istituzione di un regime totalitario.

 

Il libro di Letizia riporta un po’ di ossigeno a questa storia asfissiata e, se non altro, testimonia di una stagione che c’è stata e forse continuando a ricercarla con la “Forza della Verità” di ghandiana memoria potrà tornare.


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