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13/12/19 ore

Pietre e segreti, Barbara Frale racconta la Roma dei Templari



Un tempo, chi entrava nell’Urbe dalla via Tiburtina si trovava dinanzi un’antica porta di pietra che aveva scolpite due teste di toro. Quella esterna, rivolta verso la campagna, era un lugubre teschio; l’altra, prospiciente la città, raffigurava invece un animale vivo. Le due teste simboleggiavano i viandanti che giungevano nella Città Eterna: affamati e stanchi nell’entrarvi, rifocillati e vigorosi nel lasciarla.

 

Ma qual era l’aspetto di Roma all’epoca dei Templari, e quali luoghi della città furono teatro di eventi cruciali per la storia del leggendario Ordine? Lo si scopre nel nuovo libro di Barbale Frale, ‘Andare per la Roma dei Templari’ (il Mulino, pp. 156, euro 12), attraverso una serie di tappe significative. Come guida, il lettore ha alcune figure illustri: Hugues de Payns e Jacques de Molay, il primo Maestro e l’ultimo, e fra loro san Bernardo di Clairvaux, il grande mistico del XII secolo che fu la colonna ideologica e spirituale del Tempio.

 

“E’ un viaggio di bellezza e sapienza nella Roma del Medioevo, luogo evocativo che mostra il cadavere dell’Urbe antica e un pensiero di ricerca”, spiega Barbara Frale, Ufficiale presso l’Archivio Segreto Vaticano, da più di vent’anni tra i migliori studiosi dei Templari.

 

“Arrivare a Roma era come vedere Atlantide – rimarca la storica del Medioevo - ma anche un viaggio nella storia dei Templari che devono dialogare con i Papi e convincerli a fare dei frati guerrieri un Ordine religioso. Santa Croce in Gerusalemme resta la testimonianza più importante di questi percorsi, ma c’è anche il portico di San Giovanni in Laterano e Santa Maria all’Aventino, che conserva ancora oggi l’atmosfera originaria. Una struttura su un colle boscoso, come un monastero, metà fortezza e metà palazzo aristocratico. Fino al Vaticano, dove abita il Volto della Veronica e i suoi segreti, ma ci sono anche gli appartamenti papali dove i Templari ‘cubiculari’ erano tra i più stretti collaboratori del Pontefice. Come mostra un celebre affresco di Giotto, ad Assisi, che racconta il sogno di Innocenzo III. In quel dipinto, il templare e l’ospitaliere sono due cavalieri mentre dormono a terra, accanto al letto del Papa”.

 

Si racconta che il perimetro di Roma somigliasse a un leone. Quattordici porte si aprivano nel XII secolo lungo il circuito delle sue strade che sono sempre state incroci di destini. Quanti provenivano da Sud, come il primo Maestro dei Templari, Hugo de Payns, entravano dalla porta Asinaria, in perfetto stato di conservazione dopo 700 anni. A fare da scenario, una muratura resistente anche all’urto delle macchine d’assedio. Oltre la soglia, il viandante conosceva storie e litanie, tra il tufo scuro e la pietra sbozzata.

 

Il primo Maestro dei ‘Pauperes Commilitones’ paragona il suo Ordine ai piedi, la parte più umile fra tutte perché poggia direttamente in terra, ma proprio per questo sostiene il peso del corpo intero. I Templari videro quella terra sconnessa, “solcata dai carri dei mercanti e dai cortei degli imperatori”, che rigurgitava spezzoni di colonne, esili eppure immani, epigrafi e relitti di mondi trascorsi che continuavano a raccontare umanità e vissuti.

 

I guerrieri consacrati conobbero il palazzo del Laterano, dove dimorava l’erede dei Cesari, e le strade della gente comune. Entrarono nelle stanze del Segreto Consiglio ma anche tra i mercati, cogliendo la voce della folla, perché – nota la studiosa - “il contatto con il popolo era una questione vitale per la mentalità del Medioevo. Avveniva continuamente, e la gente entrava nella corte pontificia” attraverso il grande portico che si apriva sulla facciata del palazzo. Lì i primi Templari portarono la ‘bozza’ dell’Ordine del Tempio, composto da uomini vincolati da voti religiosi eppure legittimati a versare sangue: “Un vero e proprio ‘mostro’, qualcosa che in tutta la millenaria storia cristiana non si era mai visto”, rimarca Frale.

 

I Templari pregavano, combattevano, lavoravano. L’anima della Militia Salomonica Templi era curata da Bernardo di Clairvaux, Chiaravalle era l’altra Gerusalemme. E l’obiettivo dei frati guerrieri era riavvicinare chierici e laici. Godevano del privilegio ‘Omne datum optimum’, una sorta di immunità che oltre e benefici fiscali li portava ad essere una realtà soggetta a rispondere delle loro azioni esclusivamente al Papa.

 

Ma a Roma i Templari avevano soprattutto una casa che continua a custodire segreti nella pietra: Santa Maria all’Aventino. Nobile dimora, poi fortezza e convento dei cluniacensi – i monaci che coltivavano in allegro miscuglio ortaggi, fiori e frutta - fu proprio in quel luogo che il mistico Bernardo donò la sua tunica ai fratelli della Milizia Templare. Quelle mura sono il manifesto di una proposta di vita ‘altra’, Fatta di ferro di spade e forza di preghiere, con l’etica templare che insegnava a seguire una sana moderazione in ogni cosa.

 

Eppure quegli uomini devoti potevano celebrare a Gerusalemme gli ‘officia ad tenebras’, poiché avevano il permesso eccezionale di recarsi a Gerusalemme sulla tomba del Cristo nel cuore della notte per speciali cerimonie di adorazione. Chi voleva diventare Templare, doveva dimostrarsi capace di obbedire.

 

Le pietre dei Templari hanno come radice la grande rotonda dell’Anastasis, la parte interna della basilica che copre la tomba di Gesù, ma hanno anche il volto della magione di San Bevignate a Perugia, nell’essenzialità di un tetto coperto a volte costolonate come in tanti altri luoghi di preghiera templare, dove a dominare è quello che gli storici chiamano il ‘sermo rusticus’, un linguaggio anche artistico semplice e forte. Una tavolozza – scriverà Scarpellini - ristretta a poche ocre e terre, al bianco a calce, al nero vite, all’azzurrite, per cogliere l’immediatezza del segno.

 

L’Ordine ha fortune immense, ma i frati sono personalmente poverissimi, tanto che la normativa consente loro di tenere solo quattro denari. Eppure quella casa all’Aventino, innalzata in laterizio chiaro, fra il rosa e l’arancio, ospitò i Templari sempre in viaggio nel Mediterraneo con il loro mantello bianco e la croce rossa. Una norma precisa dei loro statuti proibiva infatti di pernottare in luoghi che non fossero le case del loro Ordine.

 

Gerusalemme, Roma, Parigi, tre case capitane del Tempio ed esse stesse emblema di tre fasi differenti della sua storia, finita con il tradimento di una sola notte. Tra coloro che frequentarono la basilica petrina tra il 1295 e il 1296 c’era anche un uomo che non era dato vedere spesso in Occidente: Jacques de Molay, da non molto eletto Gran Maestro dei Templari. Accompagnò nel suo viaggio di ritorno a Roma il Papa a cui fu legato fino alla morte, Bonifacio VIII.

 

Frate Molay abitò a lungo nella casa all’Aventino. Lì, dicono le cronache, il Gran Maestro indossava un semplice saio bianco, ma a Roma vide anche la ‘Veronica nostra’, la misteriosa effigie della Passione del Nazareno. Tanti i rimandi a cui invita il libro della Frale, fino a Filippo il Bello, il Re di Francia che fece scattare il piano d’attacco contro i Templari. De Molay gli rispose con espressioni di aperto disprezzo quando il sovrano francese offrì segretamente al Gran Maestro la possibilità di mettersi in salvo con la fuga, poiché non erano gli uomini del Tempio ma i capitali dell’Ordine al centro della macchinazione regia. “Epilogo di uno scontro annoso – chiude Barbara Frale- nel quale entravano rancori privati del re verso l’Ordine, ancora tutti da indagare”.

 

 

Gerardo Picardo

(Adnkronos)

 

 


Commenti   

 
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